La filosofia del potere

Settant’anni anni dopo la morte è ancora impossibile dimenticare Benedetto Croce.
Settant’anni anni dopo la morte è ancora impossibile dimenticare Benedetto Croce.

Il 21 novembre 1992 – il giorno dopo il quarantennale della morte di Benedetto Croce – le pagine culturali del Corriere della Sera si aprivano con un articolo di Giulio Giorello intitolato Dimenticare Croce:

«Se volessimo giocare al gioco tanto caro a Croce stesso –‘cosa è vivo e cosa è morto nella filosofia di…’ – scriveva il compianto filosofo della scienza, dovremmo concludere che nel suo caso è rimasta viva soprattutto l‘intolleranza nei confronti di quel che non si conosce ‘troppo’ – un‘intolleranza i cui frutti avvelenano ancora molta cultura italiana, dall‘accademia ai media, alla scuola di ogni ordine e grado».

Oggi, a distanza di trent’anni, ognuno di noi può constatare quanto poco abbia prodotto quell’invito intitolato con classica giornalistica spavalderia (per non dire superficialità), la stessa con cui Pierpaolo Antonello pretendeva a sua volta qualche anno fa in un suo saggio di «dimenticare Pasolini» (l’unico intellettuale novecentesco paragonabile se non altro per popolarità al filosofo di Pescasseroli). Dimenticare Croce è evidentemente impossibile, e il compianto Giorello lo sapeva fin troppo bene. Non solo possibile, ma anche auspicabile, dovrebbe essere invece abbandonare una buona volta l’atteggiamento di automatica e stantia deferenza che continua ad affliggere il nostro sempre più impoverito dibattito culturale. Spensierati omaggi d’occasione a parte (vedi per esempio il Tg2 serale di sabato scorso, roba da denuncia se solo l’agiografia fosse un reato), se ne ebbe emblematica riprova tre anni fa, quando uno dei nostri principali opinionisti multiuso, Ernesto Galli Della Loggia, si tuffò animosamente, sul Corriere della Sera, in una polemicuccia a doppio stadio (13 e 17 ottobre 2019) contro lo scrittore Antonio Scurati, autore del fortunato romanzo M, di prossima traduzione cinematografica.

«Dipingerlo come “saccente”, come uno che posava a “uomo di mondo che ne ha viste di ogni colore” o come un “maestro di cinismo eterno”, scriveva Della Loggia, mi pare un tradimento odioso della verità che neppure a un romanziere dovrebbe essere permesso».

La colpa di Scurati era chiara: aver maltrattato Benedetto Croce e falsificato la “verità” in un romanzo (romanzo, eh, nemmeno fosse un saggio) che se non altro aveva il merito di raccontare quale alone di sacralità il “professorone” d’Italia sia ancora in grado di emanare, quanto la sua eredità possa ancora condizionare animi e giudizi di esponenti in vista dell’intellettualità nostrana. Praticamente un intoccabile. Così facendo, a sua insaputa, Della Loggia, non faceva che rinverdire quello che resta probabilmente il lato peggiore del crocianesimo, quella protervia nel combattere con ogni mezzo (a cominciare naturalmente dalla sua rivista Critica) e a dispetto di qualsiasi idea di pluralismo tutto ciò che lui rifiutava e tutti quelli che la pensavano diversamente da lui. A cominciare dalla scienza, «forma di indagine che formula degli pseudoconcetti che non hanno né valore filosofico né conoscitivo», e quindi il positivismo, per il quale aveva provato “orrore” fin da quando era a scuola (e con cui pure gli stessi Spaventa e De Sanctis avevano accettato di dialogare il dialogo), e quindi la sociologia, considerata disciplina “impura”, giacché i suoi legami col mondo empirico ne pregiudicavano, sosteneva lui, la natura stessa di scienza. Le idee e le persone, abbiamo detto: come Francesco De Sarlo (dal 1900 al 1933 titolare della cattedra di filosofia teoretica a Firenze) indicato al collaboratore Giuseppe Lombardo Radice come uno cui non si doveva “dar tregua” fino al punto da ridurlo “al silenzio”:

«Il De Sarlo, pel posto che occupa a Firenze, ha un’influenza e aspira a prendere un’autorità, che può riuscir dannosissima»;

(Lettere inedite di Benedetto Croce a Giuseppe Lombardo Radice, a cura di R. Colapietra, Il Ponte, 1968, 8)

Come Aurelio Covotti, preso di pesantemente di mira nel 1908 dopo che questi aveva vinto la cattedra di filosofia a Napoli ai danni dell’amico Gentile (in quell’occasione, non ancora senatore, si limitò a due lettere inviate al ministro della Pubblica istruzione in cui ricordava i meriti scientifici di Gentile, seguite da un opuscolo polemico intitolato Il caso Gentile e la disonestà nella vita universitaria italiana); come il matematico e filosofo della scienza Federigo Enriques nel 1911, quando in seno al congresso della Società Filosofica Italiana (fondata e presieduta dallo stesso Enriques) liquidò in modo generico la proposta di considerare la scienza un valido apporto alle problematiche filosofiche e sostenendo per di più che matematica e scienza non erano vere forme di conoscenza, adatte solo agli “ingegni minuti”; come, nel 1913, Guglielmo Ferrero, al quale Giolitti in persona aveva chiesto di assegnare una cattedra di Filosofia della storia il cui finanziamento doveva passare per il parlamento, attaccato in un vortice scomposto che portò poi il filosofo di Pescasseroli a definire quello storico tanto apprezzato anche dal presidente Theodore Roosevelt «una macchietta del mondo pseudo scientifico europeo-americano». Per non parlare delle chiusure nei confronti di due giganti come Leopardi e Pirandello: il primo apprezzato sì per la poesia degli Idilli e qualche pagina delle Operette morali, ma nel complesso condannato per il suo scandaloso materialismo politeista; il secondo stroncato nel 1907, colpevole di aver elogiato in un suo saggio l’umorismo come sentimento del contrario.

Ne La cultura italiana tra 800 e 900, Eugenio Garin sottolineava la «funzione che egli ha esercitato nel Paese, in ogni campo e per tramiti sottili, quasi a ogni livello». In effetti, la pervasività del pensiero di questo erudito senatore sulla cultura italiana novecentesca ha qualcosa di prodigioso, per profondità e per durata, se è vero che la deferenza, lo stanco e quasi sempre acritico (tra le poche eccezioni, oltre a Giorello, ricordiamo volentieri Ferrarotti e Marco D’Eramo) riconoscersi nel suo insegnamento, sono lontani dal tramontare: si pensi a giornalisti-editori come Eugenio Scalfari, a boiardi di Stato come Sabino Cassese, a filosofi come Gennaro Sasso, a politici come Giorgio Napolitano o Giuliano Amato, o anche, in anagrafico décalage, al Galli Della Loggia silenzioso apostata del marxismo (lo ricordiamo giovane divulgatore del “Capitale” in qualche liceo romano) o al neo ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano che ha già annunciato la prima iniziativa ufficiale del suo dicastero nel segno del filosofo di Pescasseroli.

Insomma, a settant’anni dalla scomparsa, «perché non possiamo non dirci crociani» sembra essere ancora oggi l’esergo più appropriato, il biglietto da visita-passe partout della cultura italiana che conta, quella più “liberale” e organica al Potere, attiva nei giornali, nelle università, nelle istituzioni. Per intenderci, quella dimensione conservatrice molto somigliante all’anziano Burt Lancaster viscontiano che guarda sgomento a ogni sussulto di vitalità capace di sconvolgere il classico e solido edificio dei concetti e delle categorie acquisite. In un Paese dall’innato senso mimetico se non proprio trasformistico come il nostro (noto anche come arte di arrangiarsi), il miracolo di Croce, di questo politico di lunga durata che all’indomani del delitto Matteotti votò a favore di Mussolini e poi l’anno seguente propose e diffuse, in contrasto col suo ex sodale Gentile il Manifesto degli intellettuali antifascisti, si può dire sia stato quello di aver saputo autorevolmente catalizzare intorno alla propria figura e alla sua idealistica dottrina pulsioni ideologiche le più diverse, financo opposte. A destra, infatti, non c’era solo l’ammirazione incondizionata del mondo culturale conservatore, borghese o no che fosse; nascosto dietro la sua autorevolezza di studioso, si annidava anche il pensiero cattolico e parafascista che aveva trovato il modo per rimanere fedele a Gentile, ormai bruciato per i suoi rapporti col fascismo. A sinistra, hegelianamente ben ancorato a quella tradizione italiana (Dante, Bruno, Machiavelli, Vico) che Bertrando Spaventa aveva cominciato a sviluppare, da allievo di Labriola (per lungo tempo primo e unico teorico del marxismo di casa nostra) qual era, poteva incassare la stima di un giovane Antonio Gramsci che ne parlò come il “papa laico” della cultura italiana; stima prima fortemente ricambiata con una recensione alle Lettere dal carcere decisiva per la scoperta del pensatore sardo, più tardi completamente rimangiata dopo che quest’ultimo ne aveva messo in discussione l’insegnamento.

Nella recensione a Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, il “professorone” abruzzese inaugurava la strategia di delegittimazione del pensiero gramsciano: il filosofo, il ricercatore della verità, questa la tesi poi fatta propria da Carlo Antoni, era «sopraffatto dal politico». A poco era evidentemente valso l’avvertimento di Labriola, lucido nell’intuire che l’atteggiamento assunto da Croce e Gentile (definiti da Garin i «più chiari studiosi di Marx a cavallo dei due secoli!») li avrebbe portati a una «intellettualistica incomprensione dell’originalità speculativa di Marx». Un rapporto di soggezione fortemente vissuto anche nello stesso partito comunista, almeno fino al 1944, quando Togliatti, sulle pagine del primo numero di La Rinascita, parlò della «situazione di privilegio» goduta dall’«oppositore» Croce sotto il fascismo, inaugurando una lunga sequela di accuse, cui l’interessato si limitò a rispondere con una lettera personale:

«Le dirò che provo un curioso effetto tra di meraviglia e di filosofico sorriso, nell’udirmi talvolta designare dai suoi come ‘reazionario’ o anche ‘filofascista’. La modestia, il pudore, mi vieta di rammentare che io sono stato il più radicale, e con ciò sempre liberalissimo, rivoluzionario nella vita mentale e culturale d’Italia…».

La fine del fascismo, di un’epoca – anzi meglio di una “parentesi”, come lui stesso la definì – in cui l’antifascista Croce era comunque rimasto intoccabile, nel dopoguerra segnò un nuovo corso. La teoria del nicodemismo decretava che gli intellettuali “progressisti” durante il ventennio avevano recitato la parte dei fascisti pur essendo in cuor loro sinceramente antifascisti. Antifascisti prudenti, che scrivevano nelle riviste del regime come Primato accettandone i favori accademici. Per loro valeva forti quella stessa spiegazione che uno storico fascista (prima) e antifascista (poi) Delio Cantimori utilizzò per giustificare il filoprussianesimo di Hegel: «La critica ad un grande pensatore non può essere fatta su una base di critica al suo atteggiamento pratico, ma si deve compiere sulla base della critica al pensiero stesso», ovverossia la stessa giustificazione “metafisica” che sarebbe stata offerta poi in difesa dell’Heidegger nazista…

In questa logica tutta italiana del nicodemismo, del camuffamento, del continuismo, dell’equilibrismo, del moderatismo, gli intellettuali di formazione crociana potevano mettersi a coniugare hegelismo e marxismo, dando sostanza intellettuale a un marxismo molto metafisico (come avrebbe detto Totò, metafisico e metà idealistico), senza capire che lo sposare convintamente la polemica condotta dal maestro contro l’odiato positivismo avrebbe portato con sé la svalutazione della conoscenza scientifica, rivelatasi fatale per la cultura italiana e la confusione tra storicismo e storicismo, essendo il richiamo alla storia di Croce il richiamo alla storia delle idee, non alle forze storiche che muovono la storia.

Non per nulla Santo Mazzarino, lo storico più geniale e meno classico che la classicità abbia avuto, criticò quello “storicismo assoluto” per il suo privilegiare la filosofia della storia a danno della storia originaria, accusandolo, in sostanza, di formalismo: «la realtà si vendica sempre delle forme astratte».

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