La società patriarcale in Occidente è solo un mito

L'universale dominazione maschile è un mito che serve a chi teme la realtà.
L'universale dominazione maschile è un mito che serve a chi teme la realtà.

L’universale dominazione maschile è un mito: non usa mezzi termini l’antropologa Susan C. Rogers che, grazie all’esempio della società di un villaggio francese del XX secolo, ribalta il tentativo, grossolano e aprioristico, di render conto della storia della relazione tra i sessi alla luce di una plurisecolare, internazionale, prevaricazione sul femminile: nient’altro che un rapporto di forza e di potere, per giunta esercitati in via esclusiva da una parte sola. Dovrebbero saltare subito all’occhio le carenze di un simile approccio, distante com’è dalla nostra quotidiana esperienza di rapporto tra i sessi, oltre che noncurante di fare qualsivoglia distinzione (di epoca, di luogo, di classe sociale, di ambito di vita), pervicacemente incapace di riconoscere alle azioni e strutture umane qualcosa che non sia un disegno di potere, un malvagio ordine costituito. 

Ciò che qui si contesta non è l’evidenza di taluni dati storici – classico esempio: l’accesso all’elettorato riservato agli uomini – ma la loro comune interpretazione. O, per meglio dire, l’assenza totale di vero sforzo interpretativo:

«Io non nego affatto che vi sia stata per secoli una cultura patriarcale, ma […] nessun sociologo o nessuno storico se ne è mai chiesto il perché: la maggioranza continua a vedervi solo il gusto sadico del maschio di schiacciare la femmina […]» [Laura De Luca, 2019].

Stando all’esempio, imprimere al suffragio maschile il frettoloso marchio di maschilismo, nasconde un centinaio di imposture: dov’è scritto che la ripartizione di competenze – rigida od obsoleta quanto si vuole – è ipso facto sinonimo di sopraffazione? Che la responsabilità pubblica è solo onori e niente oneri e quella privata nient’altro che umiliante degradazione? Che la dignità della persona dipende da poltrona e grado, cioè dal potere che si detiene? O che il potere esercitabile ed esercitato sia solo quello istituzionale? Che la vita domestica non concorra anch’essa all’edificazione del pubblico? O che dell’assegnazione dei ruoli non abbiano sofferto anche gli uomini, cui, ad esempio, spettava l’obbligo della guerra? O che il divieto d’ingerenza nelle mansioni dell’altro sesso non fosse reciproco (come illustra la Rogers)?

Eppure non passa giorno senza che il rancore contro il (supposto) sempiterno disprezzo per la donna faccia da moneta corrente in qualunque conversazione: dal dibattito pubblico o accademico al caffè in compagnia, è scontato supporre che tutto – ma proprio tutto – della nostra storia, fino agli odierni (veri o presunti) differenziali d’accesso alle professioni e ai casi di violenza fisica, sia prova inequivocabile un’intollerabile, dura a morire, ideologia anti-femminile all’opera.

Noi tutti, dalla destra alla sinistra, dalla femminista tout court all’oratore sul pulpito, abbiamo permesso a questo automatismo del pensiero di insinuarsi nientemeno che nel nostro rapporto con l’identità sessuale, cioè con l’identità, col nucleo intimo della persona, nostra e altrui. Tutti noi, consapevoli o meno, siamo pregni di un femminismo generalizzato, che – pur con varie gradazioni – riscuote il consenso non solo di innumerevoli donne, persuase di essere le vittime designate della storia, ma anche di uomini ansiosi di caricarsi della colpa di quanto patito dalle loro millenarie schiave. Le une acquiescenti alla loro caricatura di inattive e impotenti prede, gli altri a quella di nati con lo spregevole cromosoma del dominio:

«[…] le questioni riguardanti il sesso, l’identità sessuale e la condizione maschile, femminile […] hanno avuto ben poco a che fare con un lavoro di costruzione scientifica e di ricerca applicata. Questo è stato ed è ancora il campo della politica e della morale politica, […] con tutte le appendici […]: discipline psichiatriche, discipline amministrative dei corpi, ideologie del diritto […]. Qualcuno doveva essere accusato, qualcuno doveva cambiare; giustizia andava fatta!» [Franco La Cecla, 2010]. 

Com’è potuto accadere che al cuore di un’esperienza sommamente personale, delicata e complessa, come la comprensione di sé, sesso incluso, lasciassimo installarsi direttive di pensiero che, sovranamente ignare della nostra condizione reale, vietano nientemeno che la conoscenza di noi stessi?

Secondo la già citata De Luca il postulato dell’egemonia maschile altro non è che «lo spunto per pretendere un riscatto planetario e capovolgere i ruoli». Ora: non vogliamo qui commettere l’errore marchiano di accusare la lotta contro il sadico maschio di un’ugualmente sadica cospirazione femminile. Ma che la cosiddetta battaglia contro la discriminazione di genere, volente o nolente, implichi la conquista del potere è quasi un sillogismo: essendo il potere l’unica chiave adottata per leggere la vita dei sessi, la sua redistribuzione non può che essere tra i suoi obiettivi (a suon di quote destinate a priori alle donne financo nelle liste elettorali, cioè di “no men zone”, di aree protette la cui premessa è che, essendo alle donne stato tolto tutto, quel tutto oggi è loro dovuto). 

Questo bisogno di individuare un despota a cui strappar le chiavi è in continuità perfetta con la cultura rivoluzionaria di cui siamo imbevuti da oltre due secoli: non ce la facciamo proprio a vivere senza insorgere, senza elaborare un pensiero politico e sociale che non sia “antitetico a”, senza quel risentimento che, come osserva Hannah Arendt, altro non è che la «disposizione affettiva caratteristica dell’uomo moderno». Risentimento, come sostiene la filosofa francese Bérénice Levet, che sfocia nel femminismo quale «ultima grande storia per gli orfani di sinistra», per una generazione «nostalgica delle filosofie della Storia, impaziente di trasformare il mondo e di rigenerare gli uomini», cioè per la nostra comune attitudine, mercé l’età delle rivoluzioni, a mettere a processo tutta quanta la nostra “infame” storia occidentale per destrutturarla scandalizzati.

Hannah Arendt

Compagno del risentimento è il vittimismo, bizzarro controsenso del rivoltoso d’oggi, che mentre inneggia alla padronanza assoluta del proprio destino, si proclama bersaglio inerme di forze oppressive fuori del suo controllo: «Se non vivo è perché qualcuno me lo impedisce» è la sua tesi finale. Come osserva la politica britannica Claire Fox, oggigiorno fregiarsi dello status di perseguitato è divenuto il lasciapassare per sentirsi pubblicamente riconosciuti e valorizzati. In questo, il femminismo è riuscito in un vero capolavoro d’astrazione, il “femminicidio”. Come se alla (pur vera) violenza subita da individui di sesso femminile fosse sottesa un’ideologia volta a sterminarne tutti gli esemplari in odio al loro essere:

«Perché, se alla base del fenomeno c’è una relazione, lo si guarda da un solo lato e con uno schema fisso e semplicistico che non tiene conto della complessità e della natura di ciò che si osserva?» [Barbara Benedettelli, 2018]. 

Ma, come sostiene la Arendt, là dove vige un sentimento di esclusione, lì s’innestano interpretazioni della vita o del sistema le più strampalate o deliranti: «Le masse non credono alla realtà visibile, alla loro esperienza: si fidano soltanto della loro immaginazione, che è colpita da ciò che è universale e coerente. Si lasciano convincere non dai fatti ma dalla compattezza di un sistema che promette di abbracciarle come una sua parte, di coinvolgerle nella sua storia». A questo servono i racconti di millenarie oppressioni: a sognarsi protagonisti di un’imminente rivalsa, di una grande storia, di una vita che in fondo non si osa prendere in mano per davvero. 

Ma se, come afferma sempre la Arendt, le rivoluzioni esplodono non quando l’odiato (presunto) tiranno è all’apice, ma quando egli, ormai incapace di offrire anche solo quei minimi vantaggi che possono renderlo tollerabile, si riduce ad una superflua, ancor più odiosa, zavorra, ecco che il maschio potrebbe venir attaccato non perché se ne avverte lo strapotere, ma proprio perché sentito come inutile scarto in una società che di lui non sa più che farsene. 

Hannah Arendt

Se c’è una cosa che manca alla nostra civiltà ormai priva di ideale e di scopo, che professa il diritto di ciascuno a coltivare indisturbato le proprie credenze, che mette i figli al riparo dalle fatiche, che ama le comodità e i piaceri del consumo, è proprio una (sana) attitudine maschile – questa sì che è una carenza dell’uomo d’oggi – ad indicare orizzonti e precise mete, a fornire chiarezza di direttive, a chiamar le cose per nome, a battersi e a dar significato alle sfide del vivere. Non la preponderanza, ma l’insipienza degli uomini potrebbe essere la ragione nascosta che impone alle donne d’oggi di farsi carico delle responsabilità che essi – e ci sarebbe da approfondirne le cause – non sanno più assumersi. Si elabora il fantasma del tiranno da uccidere perché le une si sentano autorizzate a scalzar via e gli altri a non ridiscendere in campo; in entrambi i casi, si evita il vero problema. 

Comunque sia, il femminismo è una somma frode anti-libertaria: come ogni ideologia, salta a piedi pari l’esperienza e la sua osservazione. E, come ogni vittimismo, sa recriminare, ma non insegnare il gusto della libertà vera, ossia quello sport estremo, solo per audaci, che è il presentarsi al quotidiano appuntamento con la realtà e i desideri che essa suscita, col rischio di veder la propria vita cambiare per davvero. Senza prendersela con padroni che non ci sono. Col suo ultra-stantio e a tratti stucchevole ripetere (articoli, film, mostre, lezioni in aula) “quant’è duro il mondo con le donne”, sempre in lotta per il rispetto da parte di chissà quali schiere di impenitenti e imbecilli sessisti, il femminismo è una vera e propria macchina di annientamento critico, che ogni giorno si prodiga per riscrivere il presente e la storia umana daccapo, consegnandoci un mondo fittizio. L’universale dominazione maschile è un mito. Un mito che si adatta a chi teme la realtà, la vita vera.

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