Evoluti ma infelici

Il lato oscuro della scienza e del paradigma tecnologico.
Il lato oscuro della scienza e del paradigma tecnologico.

Più o meno un anno fa, mi è capitato di leggere un articolo sulle persone che visitano un medium dopo un lutto. Dalla ricerca emerge, in due parole, che l’effetto lenitivo sul dolore psicologico è superiore rispetto alla terapia tradizionale. Il punto non è, ovviamente, che il medium funzioni come medium. Il punto è che funziona come psicologo meglio degli psicologi. Non è sorprendente, del resto: anche Elisabeth Kübler-Ross, dopo aver fondato lo studio psichiatrico della morte, ha cominciato a scrivere dell’Aldilà. Ci ho ripensato, in epoca di pandemia: la letalità del Covid si attesta intorno all’1%, mentre la peste del quattordicesimo secolo ha ucciso una persona ogni tre. Gente come Steven Pinker, Richard Dawkins o il nostro Burioni narrerà questo aspetto come l’ennesimo trionfo della medicina scientifica, ignorando, persino incapaci di formularlo, l’enorme prezzo che abbiamo pagato alla medicina scientifica. I morti del 1300 scomparivano epistemologicamente, uscivano, avrebbe detto Emanuele Severino, dal cerchio dell’apparire: ma erano ancora da qualche parte, magari all’inferno, o inconoscibili come le pietre sui pianeti di un’altra galassia. Comunque sia, sempre se stessi. I nostri morti scompaiono del tutto, ontologicamente: sono di meno, ma ognuno di loro è una tragedia inesprimibile. Abbiamo prodotto parole a riguardo, la terror management theory, il saliente di mortalità, ma non servono a niente: non c’è più la semantica. Perché la scienza moderna funzioni, le quantità devono essere sufficienti a descrivere il mondo: che resta da dire, quantitativamente, di un cervello morto? 

Ma noi non possiamo accettarlo, abbiamo bisogno di senso, permanenza, anima. Siamo macchine costruite per negare di essere macchine:

Considerata esistenzialmente, l’esistenza sembra non avere senso; considerato essenzialmente, il senso sembra non avere esistenza.

Andrès Ortiz-Osès

Le implicazioni del materialismo scientifico sono così ovvie e così ripugnanti che l’occidentale medio le riconosce, ma non può pensarle. Oltre l’assurdità della morte, c’è il tracollo del concetto di libero arbitrio. Il mondo fisico è un sistema causalmente chiuso: conoscendone lo stato in un momento, è possibile prevederne lo stato al momento successivo. L’esperimento classico di Libet tollera interpretazioni differenti, ma di fondo rimane una conseguenza necessaria: se la coscienza è l’epifenomeno dell’attività cerebrale allora non può intervenire su di essa, non più di quanto la musica, con ciò che significa, possa cambiare le vibrazioni nell’aria. Così è impercorribile la via di fuga degli esistenzialisti: Sisifo non può abbracciare l’assurdo, imporre il proprio significato a un mondo che non ne ha nessuno intrinseco. Non solo scomparirà, ma non è mai esistito in quanto Sisifo: ci sono solo la roccia e il suo corpo, fatte delle stesse particelle, e poi la legge cieca. Nella realtà, gli atomi e il vuoto: dopo venticinque secoli, ha vinto Democrito. 

Il materialismo è in parte osservazione, in parte ortodossia. O, forse, è emerso dall’osservazione all’epoca di Galileo e si è sclerotizzato in ortodossia, intanto che le osservazioni rivelavano sempre meno. Le molteplici interpretazioni della meccanica quantistica, ad esempio, non sono distinguibili sul piano sperimentale, ma quella di Von Neumann è pressoché dimenticata perché implica un ruolo per la mente umana. Thomas Nagel scrive che l’opposizione al concetto di intelligent design è passionale prima che scientifica. Per quanto sia vera la scienza, è meno vera di quello che pensa il pubblico. Buona parte degli studi pubblicati non viene replicata; le teorie del tutto, stringhe, M-Theory, proclamano molto e dimostrano poco – trionfalismo promissorio, lo chiama l’astrofisico Paul Davies; ventiquattro anni dopo aver formulato l’hard problem della coscienza, David Chalmers riconosce che tutte le posizioni in merito sono ugualmente implausibili. Ma la potenza culturale del materialismo scientifico eccede la sua potenza filosofica, e in fondo non è questo il punto. La verità è uno strumento, un farmaco. Non serve a se stessa, ma a smettere di farsi domande: l’evoluzione non favorisce chi si tormenta nell’ansia dell’incertezza. La verità che ha prevalso, infine, potrebbe essere la più vera, ma è anche la più disfunzionale per noi poveri animali. La verità della nostra disperazione, che è l’annullamento di tutte le possibilità: si può essere disperati senza sapere di esserlo, ricorda Kierkegaard.  

Il giovane cosmo con la Terra al centro, al centro della Terra Gerusalemme e oltre hic sunt leones, perfettamente descritto nella Bibbia, era un posto più limitato di un multiverso invaso di materia oscura – eppure, era il nostro. Un posto dove si nasce per una ragione e si può vivere in eterno – a casa nell’universo, se rubiamo le parole a Stuart Kauffman, il biologo. Il mondo che ci ha rivelato la scienza moderna è l’esatto opposto: “c’è molta speranza, ma nessuna per noi”. Rimane – residuo, scoria – la grandezza dello spirito umano, si ritrova in quelli che cercano di spezzare il paradigma. Che sono pochi, ma sono geniali. Kauffman, dicevamo, teorico universale, uno dei padri della scienza della complessità, raccontava a John Horgan di Scientific American una visione: la premonizione del suicidio della figlia adolescente. Qualche settimana fa ha pubblicato uno studio sulla coscienza non-locale, insieme a un parapsicologo: una cosa che, nell’ambiente inquisitorio dell’accademia, puoi permetterti solo se hai ottant’anni e sei uno dei più grandi scienziati al mondo. Freeman Dyson, scomparso l’anno scorso, un prodigio della matematica, un visionario che non ipotizzava soltanto, ma calcolava come estendere il tempo soggettivo e incapsulare intere stelle in sciami di pannelli solari. Dyson, come Kauffman, credeva alla telepatia. Peggio, definiva il global warming “una religione secolare”. Ovviamente gli hanno dato del negazionista, ma in fondo al cuore c’era più etica che scienza:

“I Verdi sono persone che non si sono mai dovute preoccupare dello scontrino. […] Il passaggio delle popolazioni di Cina e India dalla povertà al benessere dovrebbe essere la grande conquista di questo secolo. Senza carbone non può avvenire”.  

Freeman Dyson

Francis Collins ha decifrato il genoma umano e poi inventato BioLogos – una teoria, o piuttosto un rifugio, che serviva a conciliare l’evoluzione con l’esistenza di Dio; Roger Penrose, Nobel 2020, sosteneva che la mente umana non è algoritmica, con grande scorno dei sognatori di intelligenze artificiali, e poi formulava la curiosa ipotesi del collasso della funzione d’onda nei microtubuli dei neuroni, mai passata al mainstream; Andrei Linde, a cui dobbiamo il concetto di inflazione eterna – ovvero, il modo di spiegare la precisione delle costanti fondamentali senza invocare un creatore – descriveva universi mentali come Buddha o Schopenhauer:

“Secondo la dottrina materialista, la coscienza […] è considerata solo una funzione della materia […]. Ma ricordiamo che la nostra conoscenza del mondo non inizia dalla materia ma dalle percezioni. […] Appunto, stiamo sostituendo la realtà delle nostre sensazioni con la semplice teoria di un mondo materiale. […] E se le nostre percezioni fossero reali quanto gli oggetti materiali (o forse, in un certo senso, ancora più reali)?”

Andrei Linde

Oltre la teoria, c’è qualcosa di dolorosamente umano dietro queste figure, qualcosa che è impossibile ridurre. Kauffman ha sofferto troppo, Dyson è un socialista, Collins è cristiano, Penrose non può rinunciare alla perfezione platonica delle idee, Linde ha una rara integrità morale – è più importante il rispetto di se stessi che quello della comunità scientifica, dice in un’intervista. Tutte persone in lotta contro la chiusura del mondo, la fine della storia, l’insopportabile tirannia della verità. Così, forse, dovremmo leggere anche la sorprendente simpatia di Feyerabend – se non il più importante certo il più interessante fra i filosofi della scienza – per l’astrologia e il creazionismo: qualsiasi cosa, purché ci siano ancora possibilità. Figure tragiche: e ci sono anche dall’altra parte, soffuse di un altro tipo di tragedia. Marvin Minsky, il matematico ateo che voleva farsi ibernare; Ray Kurzweil, il profeta della singolarità tecnologica che prende un centinaio di pillole al giorno per sopravvivere fino a quando potrà trasferire la sua mente in un computer: due ultime speranze per le quali c’è scarsissima base teorica, e nessuna sperimentale. Poi il libro inquietante e fastoso di Steven Pinker, Illuminismo adesso, posseduto, praticamente indiavolato da un ottimismo patologico e comprensibilmente paragonato alla propaganda sovietica, emblema della tragedia che si racconta ormai con la lingua della farsa. 

Uno strambo filosofo dell’alt-right, Jason Reza Jorjani, costruisce su Heidegger per sostenere la priorità della tecnologia, come praxis, sulla scienza che ne è una delle possibili manifestazioni teoretiche: 


“La tecnologia è ontologicamente precedente alla scienza, piuttosto che essere un’applicazione pratica […]. L’universo fisico non precede i nostri strumenti in maniera oggettiva, perché ogni conoscenza che possiamo averne è il risultato della tecnologia ed è fondamentalmente condizionata dalle modalità dell’esperienza offerte dagli strumenti”.

Jason Reza Jorjani

Più modestamente, senza metafisica, la mia impressione è opposta: la tecnologia è la manifestazione nevrotica di quella intollerabilità di vivere che la scienza ci rivela. Una controforza della disperazione, tanto più agitata quanto più si fa acuta la dissonanza cognitiva fra il mondo com’è e il mondo come dovrebbe essere. A un certo punto la dissonanza è destinata a risolversi, e la civiltà moderna vedrà le sue centrali a fusione e le sue cure per il cancro come carcasse inceppate di macchine che prima funzionavano – la fede, la poesia, il mito. È sterile dire che la scienza galileiana ha fatto più male che bene al mondo, ma è anche naturale pensarlo dall’interno della scienza galileiana. La neuroscienza, quanto di più vicino abbiamo a una valutazione oggettiva, rileva da decenni, con grande solidità sperimentale, che i monaci buddisti sono una fra le categorie più felici al mondo. L’intuizione fondamentale di Gautama Buddha, la Prima Nobile Verità, è questa: ogni esistenza è dolore. Evidentemente, qualcosa non torna.

Non torna perché non siamo animali letterali, non ci siamo evoluti per il mondo com’è, ma per il mondo come ce lo raccontiamo, per la verità che serve a sopravvivere e non per la verità che è vera. Anche gli elefanti fanno i funerali ai loro morti, le grandi scimmie danzano davanti alle cascate. La verità del dolore e la verità della negazione del dolore. Per la seconda ci vogliono i miracoli, e anche il buddismo ha i suoi: camminare sull’acqua, ricordare le vite passate – iddhi, si chiamano in lingua pali. Nell’universo chiuso della scienza moderna restano così pochi miracoli da giocarsi. Fra gli strumenti per costruire le sonde spaziali e i nanobot non si trovano più gli strumenti per costruire il senso: 

“Un tempo, davanti a un morto, mi chiedevo: A che gli è servito nascere? Ora mi faccio la stessa domanda davanti a ogni vivo”.

Emil Cioran

Eppure, la bellezza della prosa di Cioran ci inganna, la sua centralità di osservatore in qualche modo tradisce ciò che rivela. Meglio la sobria constatazione di David Benatar:

“Non c’è nessun beneficio nell’esistere e quindi venire al mondo non vale mai il suo prezzo”.

David Benatar

In fondo, al di sotto del pensiero e della parola, sappiamo tutti, in Occidente, che ha ragione. Lo sappiamo perché è una conseguenza inevitabile del paradigma materialista, e il paradigma materialista ci viene insegnato, insieme alle leggi della fisica, dalle elementari. Lo respiriamo. Ci suona nelle orecchie come uno spettro, con le stesse parole di Benatar: “non c’è nessun grande mistero, ma c’è parecchio orrore”. Forse il declino delle nascite nelle società occidentali è già il segno di una consapevolezza strisciante. 

La conseguenza demografica – cioè, che l’ateismo occidentale sia in calo rispetto alle grandi religioni mondiali – è confortante, almeno in modo obliquo. Confortante per loro, non per noi. Il massimo della speranza, per quanto poca ne rimanga, si trova nel sospetto che siamo accecati, afflitti dalla coazione a ripetere. Ci siamo sbagliati. Si trova, questa cellula di speranza, nelle parole di Wendell Berry, la voce dell’America rurale, che utilizza il lessico perfetto, necessario, in uno dei suoi libri. La vita è un miracolo – saggio contro la superstizione moderna:

“La conseguenza più radicale della scienza riduzionista è stata l’adozione universale dell’idea che il mondo, le sue creature e tutte le parti di queste creature siano macchine […] Adesso, improvvisamente, sta diventando chiaro che ridurre la vita nei limiti della nostra comprensione significa inevitabilmente schiavizzarla […]. Ciò significa abbandonare la vita, spingerla oltre il cambiamento e la redenzione, e avvicinarsi alla disperazione”.

Wendell Berry

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