Voglio vivere!

In Francia si incendia il dibattito sull’eutanasia legalizzata. Michel Houellebecq prende posizione: “Allorché un paese – una società, una civiltà – arriva a legalizzare l’eutanasia esso perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto”
In Francia si incendia il dibattito sull’eutanasia legalizzata. Michel Houellebecq prende posizione: “Allorché un paese – una società, una civiltà – arriva a legalizzare l’eutanasia esso perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto”

Credo fosse intorno alle undici e mezza. Comunque, il momento in cui la notte slaccia i suoi sciacalli. Un urlo dalla casa di fronte. L’ambulanza arriva un quarto d’ora dopo. Forse di più. Le finestre del viale si accendono: la tragedia infiamma la notte, rende sonnambuli. La donna che ha urlato è per strada. Il tizio scannava i maiali. Vendeva la porchetta ai mercati. Era magro, severo, antipatico. Colto da un ictus, è tornato a casa su una sedia a rotelle, storpio, senza poter parlare, se non a grugniti. La vita di quella famiglia è cambiata, inderogabilmente. Tutto, ora, ruota intorno al malato, quel quarzo di carne, che splende per incapacità, arde di un dolore, a tratti, insopportabile. Non so dire quale sia il senso di quell’incidente, fatale: intimo e oscuro è l’uomo, preso a manate dal caos. So che la moglie di quell’uomo, pur schiantata dallo strazio, ha trovato una grazia; che la figlia si prende cura del padre – che prima, forse, ignorava, per molesta giovinezza – come fosse suo figlio. Non so dire se – come sussurrano alcuni – è meglio morire piuttosto che vivere a quel modo. A volte un grande dolore permette una grande rivelazione; a volte, semplicemente, uccide, schianta, scortica, e nessuna mistica può elevarlo ad arte.

Olivier Falorni ha compiuto 49 anni il 27 marzo scorso, è nato a Rochefort da una famiglia di origine italiana, i nonni sono scappati dall’Italia fascista. Olivier ha cominciato la carriera politica a La Rochelle, è deputato dal 2012, prima militando tra i radicali, dal 2018 fa parte di Groupe Libertés et territoires. Nell’emiciclo dell’Assemblée nationale occupa il seggio 207. Falorni è il relatore della Comission des Affaires Sociales che il primo aprile scorso ha depositato una proposta di legge per “concedere e garantire il diritto a un fine vita libero e scelto”. Della proposta di legge si discute oggi – 8 aprile – ma è certo, “visto che i partiti hanno lasciato libertà di coscienza ai loro parlamentari” (così Stefano Montefiori sul “Corriere della sera”) e Macron ha altro a cui pensare – tendenzialmente, è contrario – che la discussione termini in nulla. Certo, c’è da dire che se i partiti non rappresentano, su questioni tanto importanti, altro che la libera scelta dei propri affiliati allora liberi tutti, cosa ce ne facciamo dei partiti, non rappresentano più niente.

Il testo presentato dalla commissione lo potete leggere, sondare, sviscerare. Il punto saliente è qui: “Tutte le persone adulte e consapevoli, nella fase avanzata o terminale di una malattia grave e incurabile, qualunque sia la causa, che provochi una sofferenza fisica o psichica che non possa essere alleviata o che si ritiene insopportabile, possono chiedere di avere assistenza medica attiva per morire”. Se il medico non vuole offrire questa assistenza, “è tenuto a indirizzare immediatamente chi la richiede a un altro medico”. Inevitabilmente, appena le parole tentano di accerchiare in norme l’indicibile, si prestano al fraintendimento, alla frattura: cosa s’intende per persone adulte e consapevoli, per malattia grave e incurabile, per sofferenza psichica che si ritiene insopportabile? Se “una persona… è incapace di esprimere una richiesta libera, chiara, informata, esplicita può beneficiare di un’assistenza medica attiva a morire a condizione che questa sia stata espressa anticipatamente… che sia conforme alla sua volontà, come testimoniato da persone di fiducia da lui nominate…”. Anche qui, le maglie si slabbrano, gli aggettivi non definiscono ma decentrano: facile è, nel rebus legale, eliminare sistematicamente miniere di vecchi, ad esempio, ridotti alla demenza, all’inabilità mentale, a ostacolo sociale. D’altronde, a che vivere, pensiamo, così sicuri di cosa sia la vita… Il linguaggio della burocrazia politica è limpido, conforme, compiuto, esangue, esatto: non trasuda il dolore ma una logica asettica, assennata; ci si aggira tra gli articoli della proposta di legge come tra i corridoi bianchi di un ospedale.

Della vicenda si è parlato in Italia perché ne ha parlato Michel Houellebecq, scrittore che ha il talento – se non altro – d’infilarsi tra le ferite della politica, tra le contraddizioni sociali. Houellebecq si è espresso su “Le Figaro” il 5 aprile scorso, in modo piuttosto chiaro:

“Allorché un paese – una società, una civiltà – arriva a legalizzare l’eutanasia esso perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto. Diventa quindi non solo legittimo ma desiderabile che venga distrutto; in modo che qualcos’altro, un altro paese, un’altra società, un’altra civiltà possa accadere”.

L’articolo di Houellebecq è semplice, perfino rozzo: ogni tentativo di dire la morte la banalizza, la fa blanda; solo la finzione, la forza narrativa può elevare a senso un corpo putrefatto. Scrivere, d’altronde, significa ricoprire di balsamo il cadavere, mettere olio sul morto. La morte, piuttosto, in tutti i sensi – la morte dell’uomo, di una civiltà, di un modo di vivere – è il tema dominante di questi tempi. Tempi opachi, affannati, obliqui. Interessanti.

Giuliano Ferrara ha stigmatizzato la vicenda, sul “Foglio”, in questo modo: “L’imbarazzo etico è grandissimo, anche per il momento, per la coincidenza tra l’orrenda morte virale e solitaria di vecchi e fragilissimi e il diritto alla morte teorizzato dai falsi illuministi che oscurano il cielo della dignità”. Molto più semplicemente, uno Stato non può legiferare sulla morte, dovrebbe occuparsi di rendere migliore la vita. Di rendere più vivibile la vita. Altrimenti, lo Stato si volta in dio e arriverà, per estensione, a porre delle condizioni sulla vita, decreterà cosa significa vivere, come occorre morire. Ci sono, invece, dei luoghi – osceni, terribili, insopportabili – in cui lo Stato non può avere accesso, inaccessibili alla legge dell’uomo, perché questi spazi non hanno misura, nessun aggettivo o statistica può censirli. Il luogo aurorale del disastro, la consunzione del corpo, il delirio del dolore, lo stigma della morte: sono spazi alieni alle leggi, che nessuno può permettersi di normare, di abilitare in documenti, di abitare.

Il dibattito pubblico sulla morte è imbarazzante, l’energumena volontà di alcuni di concionare sui cadaveri, sproloquiando di diritti. Non c’è un diritto di morte; si muore. E la medicina lavora per la vita, non arma la morte. Quanto allo Stato, non si azzardi a speculare sul dolore, a sentire l’odore del corpo che muore, come le iene – stia zitto. Voglio morire come mi va, senza ammazzare il prossimo, nel gorgo del mio privato, sordido; lo Stato faciliti la vita. Lo Stato, cioè, si occupi dello spazio sociale, pubblico, senza sconfinare nel corpo, il mio, il privato – che è poi il segno della privazione della vita. Il corpo è il mio, non vuole rappresentanza né partitocrazia morale, né moralismo televisivo o zuppa del dibattito. Non vuole destra, sinistra, tradizione, conservazione, progresso, il corpo – il corpo, per fortuna, scevro da proclami e concetti, è. Ed è mio. Ed è, semmai, donato, sacrificato, in dote a una obbedienza maggiore; oppure scempiato, umiliato di voglie, eletto al tormento personale. “La libertà personale è inviolabile”, dice l’articolo 13 della nostra Costituzione; “compito della Repubblica” è quello di “rimuovere gli ostacoli che… impediscano il pieno sviluppo della persona umana” (Art. 3).

Per anni mi sono occupato di mia nonna, precipitata nell’abisso della demenza senile, a cui sono seguite complicanze tumorali. È capitato a tanti, tanti sanno cosa voglia dire. Sanno, per dire, cosa significhi non avere i soldi per pagare una completa assistenza al malato. Per non parlare dei ricoveri in strutture speciali, impossibili. Sanno il senso di incapacità, l’insufficienza, l’idiozia. Sanno le mani legate, non saper alleviare il male, non sapere nulla. Sanno le grida, i pompieri, i sedativi, i pannoloni, le ire improvvise, le visioni, la merda da pulire, ovunque, finché, per emblemi, la merda non diventa la vita. Sanno l’ingratitudine. E sanno anche gli sguardi di improvviso candore, le domande repentine, gli improvvisi ‘ti voglio bene’. Ogni uomo è uno, non si accomoda in leggi, non si accoda in blabla parlamentari, non si acconcia in leggi; ogni morte è unica e la legge non tocchi il sacro. Ecco: la legge non è il sacro, come lo Stato non è un dio. Più che ammazzare mia nonna, lo ammetto, ho pensato di uccidermi io. In effetti, credo nel miracolo più che nello Stato.    

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