Elogio del Mondo Perduto

In un documentario, la scelta estrema di una famiglia dell’Ecuador: tornare alla foresta. E noi? Malati di civiltà, meri spettatori, ci accontentiamo del record e della conquista. La vita ci fa paura
In un documentario, la scelta estrema di una famiglia dell’Ecuador: tornare alla foresta. E noi? Malati di civiltà, meri spettatori, ci accontentiamo del record e della conquista. La vita ci fa paura

Gli chiedo com’è l’Ecuador. Ha mani piccole, simili a musi di vipera. Mi dice che è minuscolo, come un’unghia, “una virgola in America Latina”. Viene da Quito, mi parla dei vulcani, di un nonno, in un villaggio di provincia, che camminava arpionando il fucile; di bagni nel fiume, che scorre, placido e pericoloso, con l’inquietudine appagata di un pitone. Ne parla trafitta da una nostalgia ancestrale. In verità, l’Ecuador – 283mila chilometri quadrati di superficie – non è molto più piccolo dell’Italia – 302mila chilometri quadrati – semplicemente, oltreoceano, lo spazio-tempo ha misure che riguardano altra latitudine, altri numeri – 17 milioni di abitanti in Ecuador; 60 in Italia –, diverse entità dell’emozione e del coraggio. The Return è un documentario diretto da Eriberto Gualinga: racconta, appunto, il ritorno, durante l’era del Covid, di alcuni abitanti di un villaggio ecuadoriano nei recessi dell’Amazzonia. Abitavano nel territorio di Sarayaku: cercatelo su Google Maps; un punto invisibile nel continente verde. La città più prossima è Puyo, capitale della provincia del Pastaza: 36mila abitanti, un breve aeroporto, l’ultimo ponte prima della distesa amazzonica, un faro su quel ruggito verde.

Il documentario incanta: “Il 17 marzo del 2020 una terribile inondazione ha abbattuto ponti e distrutto diverse case del nostro villaggio. Siamo rimasti senza cibo, senza nulla. Alla radio, mentre cercavamo di ricostruire le nostre case, di ripiantare i raccolti, abbiamo sentito che il Covid era arrivato nella città più vicina. Eravamo fisicamente sfiniti: il virus voleva attaccarci”, racconta Eriberto. Così, una famiglia arma la canoa, percorre il Rio Bobonaza, fila la strada degli avi.

“I nostri nonni ci narrano che i loro antenati, per sfuggire agli eserciti, ai missionari, a malattie come il morbillo o il vaiolo, hanno scelto, ciclicamente, la via della foresta. Per salvarsi. Così abbiamo fatto noi. Isolarsi nella foresta significa libertà, pesca, raccolta di frutta, lunghe passeggiare, condivisione di conoscenze, comprendere il valore delle piante medicinali”.

Eriberto decide di documentare questo esodo a contrario, il ritorno alla terra fuggendo la promessa inevasa della civiltà. “Voglio che il mondo torni alla foresta”, dice. Tra di loro, questi avventurieri parlano in quechua: nella loro lingua il documentario s’intitola Tiam, che significa “guardare indietro”. In ogni caso, c’è un’attesa, un’attrazione, un pericolo. Guardarsi alle spalle: in un territorio fitto di spettri, di giaguari.

Al netto delle immagini idilliache – la caccia nel fiume, di notte; i bambini che nuotano; il falò che brilla come un cuore; sognare nei meandri della foresta – l’Amazzonia non è l’Eden: ti azzanna, ti ammazza. Il fascino, per noi che osserviamo senza agire, sta nell’impossibile: la foresta ci respinge, il suo verbo, inequivocabile, di fango, nudità, acqua cruda come un’ascia, polle di zanzare, violenza, atterrisce, non ha più nome per noi. Neppure sappiamo il carisma delle piante, quali sono commestibili, quali no. Per Eriberto e i suoi si tratta di ricostruire una parentela con la foresta: chi di noi saprebbe compiere il gesto più umano e felice, abbattere un albero da cui estrarre una casa?, cavare utensili dall’argilla?, riconoscere i vermi succulenti, cagliare il succo dalle radici? Da quel mondo – che non è Eden, ma casa – siamo sputati via, esseri inerti, capaci, semmai, per atletismo, a sopravvivere, non certo a vivere.

La nostra natura, semmai, è più simile a quella di André Brugiroux, lo strepitoso viaggiatore francese che dal 1955 in qua ha attraversato tutto il mondo, letteralmente, ‘collezionando’ – così leggo dal suo catalogo – 251 paesi, dalla Svizzera al Sud Sudan, passando per la Mongolia, la Guinea, il Bhutan, l’Isola di Pasqua… André Brugiroux, voglio dire, è un ‘personaggio da romanzo’, uno che compie l’impresa, numerica, con lo spirito statistico/cartesiano connaturato all’Occidente. Egli conquista i paesi, non li vive: a uno segue il prossimo, come perle preziose incastonate in una collana, propria. Egli ha bisogno di raccontare la sua impresa, di celebrarla, perché non si inscrive altro nel suo destino che l’evento episodico, l’amore superficiale, l’accumulo. Il carisma è ottenere il riconoscimento, fare il record, mica esprimere una sapienza, coincidere con la vita. Ovvio: ce ne fossero di Brugiroux, eppure la sua morale – “la terra è un solo paese” – è minima, da cartolina, infine, pur consapevole, alta, azzurra, tuttavia turistica. Ogni angolo del globo ha un verbo, un volto, cammina sulle pendici di un mito singolare. Perfino quella famiglia dell’Ecuador che ha scelto la via della foresta sembra anacronistica, grottesca, fuori luogo in abiti volgari, jeans & maglietta: soltanto quando prende a pitturarsi, e riscopre una nudità enigmatica, imitando le movenze della bestia che tutto sa e tutto soffre, scorre finalmente nella giugulare del bosco, con fierezza, pari, in pace. Solo chi non ha nulla scopre dov’è la sua casa: il resto, è la postura del pirata, l’avvenenza della vittoria, la solidarietà con il bene del mondo, l’ecologismo per ricchi.

Eppure, il nostro compito intimo è setacciare i mondi perduti, da perduti quali siamo – perdida, direbbe, quella divinità dell’Ecuador – dacché vivere non è proiettarsi verso il futuro, shakerare il progresso, ma tornare verso la terra immedicabile, eredi del vuoto, villeggianti nella rabbia. In un libro di diversi anni fa, Primitivi contemporanei, Oto Bihalji-Merin, raffinato storico dell’arte, capì che la ricerca del mondo perduto la potevano adempiere soltanto gli artisti, guidati dall’insegnamento di Paul Gauguin e di Rousseu il Doganiere:

“Dalla scoperta dei magici mondi artistici dei primitivi attraverso Paul Gauguin, l’udito dell’Europa si affinò e apprese a discernere le primordiali creazioni dei popoli della natura. Forze, nascoste da una concezione di vita razionalistica e positiveggiante, si agitarono alla ricerca di segni e forme che non possedettero soltanto un semplice significato estetico. Tuttavia, quanto più la civiltà attuale rimaneva affascinata dal contatto con i popoli primitivi, in questi via via appassivano e si inaridivano la vita propria e gli istinti creatori. Il contatto con la sfera della tecnica e dell’imperialismo disarmò divinità e demoni e andarono perdendosi le capacità creative degli artisti anonimi nella sfera dell’animismo, la cui funzione era stata quasi pari a quella degli stregoni. Privati dell’ispirazione magica e della fede nei feticci che creavano, la loro capacità si ridusse ad una pura ripetizione di forme tradizionali ricevute in eredità e alla produzione di oggetti-ricordo fatti in serie per turisti. Ma mentre i demoni dei popoli primitivi perdevano, a contatto della civiltà moderna, il potere della loro magia, una parte del loro essere si trasferì trasformata nell’opera dei moderni artisti europei”.

Naturalmente, il libro di Bihalij-Merin, edito da il Saggiatore nel 1960, è ora introvabile. Serbo, nato nel 1904, quando tutti andavano in visibilio per il ‘realismo socialista’ egli posò l’occhio sui naif, sui ‘pittori della domenica’, gli anonimi, estremi eroi dell’arte ‘magica’, ispirata. La civiltà ci vuole bravi spettatori, nutriti da mirabili documentari. Eppure, “i demoni non sono morti, fintanto che l’uomo li cerca perché ha paura di se stesso”, ci dice Bihalij-Merin. Chi ha la forza, armi una canoa, si tuffi nel Bobonaza o nel rio dietro casa, sulla danza del bosco, pronto a esserne stritolato. Tutto salva perché tutto uccide.

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Alessandro Marmiroli
25 Ottobre 2021