Poe & la crittografia

Edgar Allan Poe era un geniale creatore di codici cifrati (ne ha svelati centinaia). Tra la poesia – il più criptico dei linguaggi – e la crittografia usata dall’intelligence non c’è differenza (o quasi)
Edgar Allan Poe era un geniale creatore di codici cifrati (ne ha svelati centinaia). Tra la poesia – il più criptico dei linguaggi – e la crittografia usata dall’intelligence non c’è differenza (o quasi)

L’intelligenza dell’intelligence. La recente “bibliografia ragionata” prodotta dai servizi italiani, Leggiamo l’intelligence, dedica ampia parte alla crittografia, la scrittura cifrata, la “scrittura segreta, tale da non poter essere letta se non da chi conosce l’artificio usato nel comporla”. Sono censiti diversi libri, di carattere generale (Codici & segreti di Simon Singh, Codici segreti di P.J. Huff  J.G. Lewin), particolare (il Manuale di crittografia di Alessandro Languasco e Alessandro Zaccagnini; Introduction to Modern Cryptography, di Jonathan Katz e Yehuda Lindell), dai risvolti psichici (Human Sources. Managing Confidential Informants, di John Buckley). Ovvio: i ‘segreti’ esistono finché sono condivisi da pochi – ma la condivisione reca il pericolo che quei pochi divengano troppi. Nel regno del controllo totale, è necessario trovare un nuovo mezzo per comunicare il ‘segreto’; o un nuovo codice. Pur sempre, si ha a che fare con una ‘rivelazione’.

L’enigma all’origine del linguaggio. Che scoperta: il linguaggio non serve per parlare con molti – questo è il suo uso superficiale, cronachistico, elettorale – ma per unirsi ai rari; ogni linguaggio è esclusivo (nel senso che esclude chi non lo sa parlare). Il Tetragramma, il nome riposto e indicibile di Dio, le quattro lettere che sono il chiavistello del Testo, è uno dei primi esempi di scrittura cifrata. Accedere al Nome concede verità ineffabili: la vita eterna. Più banalmente, la Bibbia sarebbe interamente cifrata: componendo le lettere in altro modo verrebbe a galla il testo autentico, diverso. Eraclito lo ha detto in modo bronzeo: “La trama nascosta è più forte di quella manifesta”; “Il signore cui appartiene l’oracolo a Delfi non dice né cela, accenna”; “Ciò che nasce ama nascondersi”. Giorgio Colli ci ha spiegato che è l’enigma il fondamento della sapienza, la soluzione di un rebus linguistico, di una scrittura cifrata; svelare ciò che giace nel sottosuolo della mera grammatica delle cose, delle frasi. Tra le spire dell’enigma – cioè, nelle feritoie della comunicazione, negli sbagli – giace il dio; per questo, fallire la soluzione dell’enigma significa morire: il dio, irriconosciuto ma manifesto, azzanna, mangia. “L’enigma appare come lo sfondo tenebroso, la matrice della dialettica”, scrive Colli. In questo senso, la filosofia appiana l’enigma fino all’estinzione, è un tradimento dell’origine del linguaggio. In oriente il koan è una frase paradossale, cifrata verso il nulla, un enigma: sconfiggerlo – risolverlo per dissoluzione – permette di essere illuminati. Una frase sibillina, enigmatica, all’apparenza senza senso ci fa saltare oltre le apparenze, al di là delle distinzioni. Enigma era il nome della macchina, brevettata dalla berlinese Scherbius & Ritter, per produrre scritture in codice – e decifrare i codici altrui: fu usata dai tedeschi durante la Seconda guerra. D’altronde, anche Giulio Cesare – come tutti i dominatori – usava una scrittura in codice per velare i suoi messaggi: si è potenti nella misura in cui si sconfina nel nascosto. Anche il volto è una cifra.

Il genio di Poe per i codici nascosti. Nel 1839 Edgar Allan Poe compiva trent’anni ed era pressoché un fallito. Orfano, comincia come poeta, tenta la via dell’esercito, si dà al giornalismo. Nel 1836 aveva sposato la cugina: specie di bambina fatata, all’epoca del matrimonio ha tredici anni. Poligrafo, di sinistra intelligenza, rapace, Poe è un talento: il “Southern Literary Messenger”, però, lo licenzia in tronco. Il problema è il solito: beve; beve troppo; beve per acuire l’istinto visionario e dimenticare questo mondo. Nel 1839, allora, Poe fa due cose. La prima è pubblicare una delle sue raccolte di maggior successo, Tales of the Grotesque and Arabesque, dove sono organizzati alcuni dei racconti più celebri: The Duc de L’Omelette, The Fall of the House of Usher, Berenice. Il libro vende poco, le recensioni sono scarse, spesso ostili. Per far soldi, allora, Poe escogita un’altra cosa, la seconda. Fa fruttare la naturale attitudine crittografica. Già. Poe era un genio nel creare linguaggi segreti e nel decrittare simboli, cifre, lingue strambe. La collaborazione con l’“Alexander’s Weekly Messenger” dura poco più di un anno, fino al 1840 – la rivista cesserà le pubblicazioni nel 1848 –, ma gli permette un successo insperato. Nei dagherrotipi del tempo il viso di Poe pare sbilenco, segato in due e poi ricomposto in modo affrettato, senza che le parti combacino del tutto: parlano, forse, linguaggi diversi.

“Il linguaggio segreto tra i più difficili…”. Poe sfida i lettori a comporre, secondo limiti prestabiliti, un linguaggio cifrato: egli saprà ricondurlo a ragione. Esempio: “J.H., di Philadelphia, ci ha inviato un codice due settimane fa assicurandoci che ce ne avrebbe inviato un altro, una volta risolto il primo. Eccolo:

8.418.891¶

7 990¶21 70 62 8768 3: 6.2 ¶29¶

27¶56 5612265 3: 831525 2346¶ 2170 63 ¶2898?

9 912 75 6.2 317¶2 3: 17825? — 7675:62¶

9.212 3323 90¶ 871832569082? — 966 39552¶ 9998!

Questo è il linguaggio segreto tra i più difficili che ci sia capitato di sciogliere. Alcune parole sono fuse insieme, e lo scrittore si è preso alcune libertà che non rientrano nei limiti che abbiamo stabilito in origine. Ad esempio: a volte il 3 sta per I altre per 0; in alcuni casi il numero 6 sta per L, in altri per T… In questo modo, la difficoltà è aumentata per vertigini. In ogni caso, questa è la traduzione:

CHURCH-YARD.

I wander in the city of the dead

Midst streets of houses mouldering to decay.

Where is the pride of riches? it is fled.

Where pomp and circumstance? all passed away”.

Un vasto numero di giochi d’illusione linguistica vinti da Poe è qui. Un lettore gli ricorda il cifrario usato da Napoleone durante la guerra in Spagna; Poe è letteralmente inondato da linguaggi nascosti. Riuscì a svelarli tutti. “Su un totale di circa cento messaggi, soltanto uno si rivelò di non immediata risoluzione. Di quest’ultimo dimostrammo che si trattava di un inganno. Vale a dire, provammo che si trattava di un linguaggio inesistente, con i caratteri disposti casualmente e privi di un qualsivoglia significato”, ricorda Poe in un saggio pubblicato nel 1841 sul “Graham’s Magazine”, A Few Word on Secret Writing (edito in Italia da Elliot come La scrittura segreta).

“La scrittura cifrata è pratica arcaica”. Il testo, ripubblicato in un’edizione delle opere di Poe – quella curata da Stedman e Woodberry nel 1895 –, è noto anche come Cryptography. Poe parte da un assunto generale: “Poiché difficilmente possiamo immaginare un’epoca in cui non si sia sentita la necessità, o perlomeno il desiderio, di scambiarsi informazioni sfuggendo alla comprensione generale, possiamo ben ritenere che la scrittura cifrata sia una pratica arcaica”. Insomma, da quando esiste il linguaggio è trasmissione del segreto, rivelazione dell’ignoto: ciò che è apparentemente limpido, nasconde il remoto, l’autentico, l’al di là della grammatica pia. Si scrive, in fondo, velando; di ogni parola va valutata l’ombra, di ogni lettera ciò a cui rimanda. Voglio dire: la scrittura è tale solo se cela, oltre lo scudo, la corazza verbale, il segreto. Poe usa timidamente la crittografia nella Nota che chiude Le avventure di Gordon Pym, pubblicato, con plateale insuccesso, nel 1838. Lì mostra una serie di scritture aliene: “una radice verbale etiopica”; “la radice verbale arabica”; una “parola egiziana”, che congiurano – come nei libri marziani e marziali di Lovecraft – ad acuire l’orrore verso il bianco antartico e quella “figura umana, di proporzioni ben più vaste di qualunque abitante della terra” con la pelle che “aveva il colore delle nevi immacolate” su cui si chiude il romanzo. Lo scarabeo d’oro, invece, pubblicato nel 1843, dopo i giochi furibondi sull’“Alexander’s Weekly Messenger”, è interamente incentrato su una scrittura cifrata.

Codici post mortem. Il gioco di Poe durò oltre la sua esistenza terrena. In un ulteriore articolo pubblicato sul “Graham’s Magazine” nel 1841, il geniale EAP lanciò ai posteri la sfida di risolvere due messaggi cifrati, ascritti a tale “W.B. Tyler”. Il primo dei due messaggi fu risolto nel 1992 da Terence Whalen, ricercatore alla Duke University; il secondo è stato svelato soltanto nel 2000, con l’ausilio di un computer, da un programmatore di Toronto, tale Gil Broza. Il rebus era talmente intricato che necessitava, per svolgerlo, di una macchina. Gil si portò a casa 2500 dollari, la cifra messa in palio per risolvere il codice, ormai secolare: da allora la sua carriera ha avuto un insperato successo.

La poesia è un problema matematico, pardon, un crittogramma. Quando redige La filosofia della composizione, in effetti, Poe non fa che ripeterci che la letteratura è scrittura cifrata: rivelando le sue intenzioni di far presa sul lettore, solo ad alcuni concede accesso nelle sue segrete. “L’opera procedette, passo dopo passo, verso il suo compimento con la precisione e la rigorosa consequenzialità di un problema matematico”. La poesia, infine, è il più articolato dei crittogrammi: ciò che nasconde, il santo dei santi del linguaggio, è precluso perfino al poeta.

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