"È necessario finirla con lo spauracchio del ritorno della destra, che alla gente non interessa minimamente. Oggi si possono vincere le elezioni solo sui problemi concreti". Il verdetto di Clemente Mastella

In un sistema politico in cui tutti muoiono democristiani abbiamo chiesto al re dei democristiani il significato del "centrismo".
In un sistema politico in cui tutti muoiono democristiani abbiamo chiesto al re dei democristiani il significato del "centrismo".

La politica è come il mercato immobiliare, più ci si avvicina al centro, più si aumenta di valore. Non è un caso infatti che, dai pentiti di Forza Italia alle nuove leve del terzo polo, oggi il peso dell’elettorato moderato sia cresciuto esponenzialmente. Tutte le forze politiche cercano, infatti, di guadagnarsi un rinato senso di responsabilità e moderazione, avvicinandosi alle istituzioni, all’opinione comune, ai vecchi esponenti dei poli centristi, per conquistare l’elettorato moderato e vincere la sfida dei collegi uninominali. Dal matrimonio tra Di Maio e Tabacci all’accordo di Letta con Calenda, passando per le nuove ambizioni centriste del fronte berlusconiano, sembra di assistere ad un viaggio retrospettivo nella storia politica italiana in cui, mentre Letta cerca di rifondare il Pentapartito in nome della agenda Draghi, utilizzando una logica da opposti estremismi nei confronti della Meloni e di Conte, rinasce lo scontro tra coalizioni tipico della seconda Repubblica, tra conservatori e progressisti, dove tutto viene deciso dalla vicinanza o meno con le gerarchie ex democristiane.

Scissioni, fughe, alleanze, divorzi. La politica al centro non ha più la rigida lucidità che gli affidava Antonio Gava nel suo omonimo saggio, ma sembra più una commedia degli errori, una svendita inaspettata troppo seria per essere lasciata a dei dilettanti. In questo ginepraio di strategie e intrighi, mentre tutti muoiono democristiani o si fingono tali, occorre ascoltare e confrontarsi con chi, come Clemente Mastella, lo è stato davvero ed eccellentemente per tutta una vita. Mastella, da De Mita a Berlusconi, da Prodi a Letta, è stato uno dei principali organizzatori delle avventure centriste che hanno portato sia il centrodestra che il centrosinistra a vittorie difficilissime, prima col CCD poi con l’Udeur. Democristiano anomalo, che citava Gramsci ai congressi DC e si leggeva L’Espresso prima delle riunioni diocesane, è stato ministro, sindaco, vicepresidente della Camera, protagonista dell’area centrista, ridefinendo gli equilibri della seconda Repubblica grazie ad una sottile ed acuta rete di alleanze. Per alcuni è un genio tattico per altri un trasformista, lo hanno definito il più brillante stratega dell’area centrista e la più significativa maschera della politica italiana. Se lo si incontra nel suo ufficio sembra di stare in un call center, dove parlamentari, leader, giornalisti e presentatori, ad ogni tornata elettorale, o crisi parlamentare, gli telefonano, lo consultano, lo interrogano come un confessore o un genio delle mille e una notte. Criticato e amato, si possono dare molti giudizi dell’operato dell’attuale sindaco di Benevento, ma non si può negare che a quasi settantacinque anni Mastella sia già un oracolo della politica italiana. Ora che i telefoni hanno smesso di squillare possiamo consultarlo.

-Dal campo largo al terzo polo, passando per i moderati vicini al centrodestra, in queste elezioni la partita si svolgerà al centro?

In realtà il centro è sempre stato fondamentale per la dialettica politica del nostro paese. Vuole un esempio? Pensate al 2006, che fu l’ultima volta che la sinistra vinse le elezioni in Italia, dove furono determinanti i quasi 500 Mila voti che presi con l’Udeur, che permisero la vittoria in modo predominante sia alla Camera che al Senato. Dall’altro lato c’è invece in questo momento Berlusconi che si configura come un polo centrista all’interno della coalizione di centrodestra, rispetto alle forze sovraniste, che mira a vincere queste elezioni prendendo i voti dei moderati, rispetto alla coalizione guidata dal PD. Oggi più che mai è al centro che si gioca la partita di queste elezioni.

-La caduta del Governo Draghi è stato un evento inaspettato per gli esperti, quali scenari potrà aprire la fine dell’unità nazionale, e chi potrebbe trarne il principale vantaggio?

Sicuramente il principale vantaggio è di chi ha vinto, portando alla caduta dell’esecutivo Draghi, nonostante questa mossa comporterà degli importanti contro per queste forze politiche. In questo scenario sicuramente se fossi stato in Di Maio non avrei anticipato di molto l’uscita dai Cinque stelle, perdendo di fatto il controllo sul Movimento, bensì avrei posticipato questa scissione a settembre od ottobre. Anche il M5s ha commesso degli errori strategici molto gravi, poiché hanno sbagliato i loro conti durante la crisi di governo, ponendosi come i Bruto della maggioranza, che non si sono accorti di avere alle loro spalle file di congiurati provenienti dal centro destra. Se non avessero partecipato, alla fine, l’esecutivo sarebbe crollato ugualmente, ma allo stesso tempo loro avrebbero sia salvato la faccia, sia conservato l’accordo col PD.

-In una precedente intervista su La verità ha segnalato l’anomalia di questo governo, come giudica la figura e l’operato di questo banchiere centrale definito dai saggisti “tecnopopulista”?

Lo giudico ottimo per quanto lo riguarda, ma mi sento di segnalare che questa potrebbe essere l’ultima esperienza di un governo di stampo tecnico in Italia.

-Oggi è quindi pensabile un ritorno del primato della politica? E se si perché?

Guardi io me lo sono sempre augurato, nonostante tutta la stima per Draghi, penso che quando la politica si rivolga ad un tecnico sia un segno di difficoltà, come quando ci si rivolge ad un medico, è sempre il sintomo di un problema presente nel paziente. Il problema è la democrazia italiana, e soprattutto i partiti italiani. Ma tali criticità non si risolveranno se non ci sarà un rapporto diretto ed immediato con l’opinione pubblica locale e con i territori, se non ci sarà questo cambiamento continueremo a vedere sempre quel modo di fare saccente ed arrogante della classe politica cesarista, che decide i collegi e le candidature dall’alto facendo precipitare il dialogo tra elettori ed eletti.

-Dall’isolamento di Calenda alle ambiguità di Renzi il grande centro, o l’FDP italiano, in questi mesi tanto invocato, è stato solo un miraggio o una opportunità concreta?

Io non so se poi Calenda sia di centro o meno, di me invece si può dire tutto tranne che non lo sono. Il problema è che c’è una disarticolazione che purtroppo rimane in piedi, soprattutto dopo il fallimento plurimo di Lega e Cinque stelle che sono venuti meno alla loro intransigenza strategica, perdendo totalmente la fiducia dei loro elettori alleandosi con tutte le forze politiche che avevano in passato avversato. Oggi una area di centro aperta al dialogo sarebbe stata fondamentale, invece hanno sciupato tutte queste possibilità, per ingordigia di alcuni, che invece sarebbero servite al paese.

-Il campo largo di Letta ha qualche chance di battere il CDx o vede sicura un trionfo dei conservatori?

 La mia opinione è che l’unico modo che ha il campo largo di vincere le elezioni è presentare una esperienza, tenendo conto di tutte le sue diversificazioni, come L’ulivo, ovvero che sia capace di unire da Bertinotti ai centristi in un unico progetto e che è stata di fatto l’ultima vittoria politica del centrosinistra in Italia. Senza questa formula non si vince.

-Quindi dovrebbero rientrare anche i cinque stelle?

No, ora questa esperienza non è ripetibile perché non si possono unire chi è a favore dell’agenda Draghi e chi ha fatto cadere il governo. Di fatto uscendo hanno chiuso a questa opzione.

-Ha senso pensare che la caduta del governo non sia stata ostacolata, da un ipotetico partito delle istituzioni, per tutelare l’eventualità di un Draghi Bis con la nuova legislatura, evitando un governo balneare?

No penso sia stata una eventualità improvvisa che nessuno aveva preventivato.

-Dall’ Udeur a Noi di Centro nella sua storia politica lunga e piena di incontri c’è una figura che la ha più colpita e un evento che la ha formata di più?

Indubbiamente Ciriaco De Mita che mi ha fatto eleggere per la prima volta, anche se lo sorpresi raddoppiando con il mio risultato, circa 34 Mila voti, le sue aspettative iniziali. Poi  sicuramente i protagonisti della DC, Andreotti, Moro e Martinazzoli, con cui ho avuto uno splendido rapporto. Personaggi di cui ho tanti ricordi, con De Mita per esempio abbiamo avuto una esperienza filiale per molti aspetti, anche se finita la DC abbiamo avuto percorsi differenti.

-Guardando gli esiti di questa legislatura, sovrastante-personalista e senza connessione con i territori e vittima della spettacolarizzazione della politica, secondo lei il trasformismo è una inevitabile conseguenza?

A mio avviso l’assuefazione a questo clima cesarista nei partiti, come è capitato con i partiti di questa legislatura, porta i parlamentari a pensare che se non appartieni al cerchio magico dei leader non c’è possibilità di continuità e quindi o si è vicini al capo o si lascia il partito di appartenenza. Poi c’è da considerare che di fronte alla riduzione dei parlamentari questi conflitti si siano esasperati in modo maggiore, provocando grande insicurezza negli eletti, le cui conseguenze sono visibili in questi giorni.

-Per alcuni è l’ultimo democristiano, per altri si è fatto fregare dal cancro del personalismo. Ma lei come si definirebbe?

Come direbbero dalle mie parti un fijo ‘e ‘ndrocchia, perché ho mischiato un po’ di intelligenza, un po’ di competenza, un poco di  fortuna con un pizzico di furbizia, che non guasta mai. Poi rispondendo all’accusa di personalismo, perché gli altri non lo sono? E, del resto, sono più trasformista io o il PD che in questa legislatura ha fatto l’accordo con i Cinque stelle?

-Laureato in filosofia con una tesi su Gramsci ha potuto confrontarsi da sempre con i massimi campioni del cristianesimo democratico, On. Mastella quali sono i suoi riferimenti culturali?

Sicuramente l’autore dei Quaderni del carcere. Deve sapere che io ai congressi democristiani citavo Antonio Gramsci, e venivo all’epoca preso per comunista, infatti quando andavo all’istituto Gramsci mi chiamavano “compagno”. Poi sicuramente Don Luigi Sturzo e Jacques Maritain.

-Una volta dissero di Lei che era “La Cassandra della DC”, ci può fare una previsione cassandrina?

Io, come Cassandra, ho visto assai spesso alcuni cambiamenti politici prima degli altri e infatti non sono stato ascoltato. Avevo suggerito a Renzi di fare un’area di centro prima degli altri e poi abbiamo visto come è andata a finire. Oggi mi sento di dire che se il Pd, aldilà di questa posa molto intellettualistica e parafilosofica-ideologica, vuole unire solo coloro che vogliono avere una consequenzialità programmatica rigida perderà sicuramente. Bisogna evitare i veti perché di fronte ad una situazione di emergenza bisogna schierare in campo tutti quelli che possono combattere senza escludere nessuno. Poi è necessario finirla con lo spauracchio del “ritorno della destra”, che alla gente non interessa minimamente, poiché oggi si possono vincere le elezioni solo sui problemi concreti del paese e sulle loro possibili soluzioni. In una situazione emergenziale come questa, con l’inflazione imperante, il PNRR bloccato e la crisi della classe media la priorità è risolvere le agende che preoccupano i cittadini, tutto il resto è noia…

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