Draghi negli abissi dello Stato profondo

Lo Stato profondo, a partire dal Quirinale, si è compattato a sostegno di Mario Draghi. La quarta puntata della nostra indagine.
Lo Stato profondo, a partire dal Quirinale, si è compattato a sostegno di Mario Draghi. La quarta puntata della nostra indagine.

In effetti più che di “ritorno dello Stato” si dovrebbe forse parlare di riscossa dello Stato profondo. Uno Stato profondo che su Draghi, leader sistemico, si è compattato partendo dal suo cuore pulsante: il Quirinale. A febbraio 2021, non a caso, il percorso della crisi di governo del Conte II ha messo in luce appieno la dottrina presidenziale con cui Sergio Mattarella ha mediato con le crisi intercorse nei sette anni da presidente della Repubblica: la predilezione esplicita per le soluzioni eminentemente politiche alle crisi di governo lo ha portato, in passato, a seguire un’opera di vera e propria “maieutica” nel processo di formazione delle maggioranze che sostenevano i governi da lui nominati. Così è stato per il governo Conte I, così per il Conte II, così anche per il tentativo raffazzonato affidato a Roberto Fico. Processi a cui Mattarella non ha mai voluto sovrapporre un demiurgico processo di interventismo parlamentare, preoccupato di attenersi scrupolosamente al dettato costituzionale.

Ma il potere del Quirinale non è né cerimoniale né di mera rappresentanza, rappresenta altresì una sorta di “fisarmonica” che si espande e si contrae a seconda delle necessità e delle emergenze del sistema-Paese. Nel solco del dettato costituzionale, dunque, Mattarella, al cui rispetto ha più volte richiamato anche il Conte II e gli enti locali durante la pandemia, ha aspettato l’esaurimento della fase negoziale tra la compagine giallorossa per prendere l’iniziativa della chiamata al Colle dell’ex governatore della Banca centrale europea. Esaurite le alternative, il Colle ha agito: dimostrando sia di voler rispettare le prassi che di non adottare un mero atteggiamento notarile in una fase di acuta crisi per la Repubblica ma anche e soprattutto di poter parlare a un mondo di riferimento ben strutturato.

Il duo Draghi-Mattarella ha scelto con attenzione i ministri; ha vagliato una svolta nella spina dorsale della risposta anti-pandemica, mettendo il generale Francesco Paolo Figliuolo al posto dell’ex commissario Domenico Arcuri; ha vidimato una svolta sostanziale sul fronte dell’intelligence, diventata ponte strategico con gli alleati occidentali con la chiamata di Elisabetta Belloni alla guida del Dis e di Franco Gabrielli come autorità delegata alla sicurezza della Repubblica. C’è chi ha visto una “manina” americana dietro la caduta del governo giallorosso e la nascita dell’esecutivo di unità nazionale. Questa ipotesi è difficile da confermare o smentire per l’assenza di prove, ma non c’è dubbio che, complici le importanti entrature oltre Atlantico, Draghi abbia puntato a una “relazione speciale” che valorizzi l’Italia agli occhi di Washington come uno dei fondamentali partner europei degli Stati Uniti. Il vincolo atlantico, nel calcolo di Draghi e del presidente della Repubblica uscente Sergio Mattarella, è ritenuto l’ancoraggio fondamentale cui l’Italia si ritiene non possa e non debba rinunciare di fronte all’ascesa di potenze in grado di sfidare l’apparato istituzionale costruito dal campo occidentale e alle sfide della pandemia. 

Giuseppe Conte, poco prima di uscire da Palazzo Chigi, provò a riconquistare punti agli occhi della Casa Bianca sottolineando che “l’agenda Biden è la nostra agenda”, sdoganando il mix di protagonismo e provincialismo che spesso anima gli italiani di fronte alla superpotenza a stelle e strisce. Nel silenzio, Draghi ha nei limiti del possibile dato concretezza al principio che vuole Roma vincolata, in primo luogo, dai perimetri geopolitici e strategici fissati da Washington, ora più che mai interessata ad avere in Europa interlocutori forti e certi. Musica per le orecchie dello Stato profondo guidato dal Quirinale. Ma al tempo stesso dimostrazione che la presenza di elevati accreditamenti di relazioni internazionali da parte di singole figure non implichino necessariamente la rinascita della politica estera nazionale. La quale continua a mancare.

Non è un caso che Draghi abbia, nei suoi primi due mesi di governo, indicato l’allineamento con Washington e con l’amministrazione di Joe Biden quale “stella polare” della navigazione della politica estera nazionale. Adattando la relazione con un partner-rivale come la Turchia al tono “muscolare” richiesto da Biden per riportare alla linea pro-Nato Recep Tayyip Erdogan, alternando un braccio di ferro verbale e diplomatico all’apertura di spazi di confronto sui dossier comuni; rintuzzando le maggiori sintonie dimostrate dai due governi Conte con la Cina aprendo a un distacco più deciso sul fronte tecnologico e alla dialettica sui diritti umani; segnalando il posizionamento pro-Usa in occasione del caso dell’arresto della spia Walter Biot; riconquistando spazi di manovra in occasione della visita del premier in Libia; da ultimo, aderendo alla decisione dell’amministrazione Biden di avviare il ritiro delle truppe dall’Afghanistan conclusosi tragicamente ad agosto.

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