Draghi che divorano partiti

I partiti non sono stati capaci di cogliere il momento e di capire quanto la pandemia rappresentasse uno spartiacque. Capacità che solo chi viene da una tradizione culturale legata a figure capaci di dare del “tu” al potere può padroneggiare.
I partiti non sono stati capaci di cogliere il momento e di capire quanto la pandemia rappresentasse uno spartiacque. Capacità che solo chi viene da una tradizione culturale legata a figure capaci di dare del “tu” al potere può padroneggiare.

La Seconda Repubblica, in tal senso, è stata contraddistinta da diversi casi in cui la gestione del potere nei posti chiave è sembrata rispondere a una logica spartitoria. Ma sul fronte della scelta per istituzioni quali i servizi e le partecipate i partiti politici, pur non riuscendo a produrre una classe dirigente paragonabile a quella di formazioni esistenti ai tempi della Prima Repubblica, hanno saputo rispettare la necessità di trattare questi apparati come istituzioni bipartisan. La parentesi renziana prima e l’ascesa dei Cinque Stelle a forza di governo nel 2018 e la nascita dei due governi Conte ha, in tal senso, stravolto le regole del gioco: tanto i renziani quanto i referenti pentastellati, a diversi anni di distanza, hanno incentivato un meccanismo che ha privilegiato smaccatamente le fedeltà di partito alla qualifica professionale nella corsa alle nomine pubbliche, hanno dimostrato una voracità di poltrone che fa impallidire qualsiasi ambizione di altri gruppi di potere della recente stagione politica, interessandosi a distribuire non solo le cariche dirigenziali dei ministeri, le poltrone di ad e presidente delle partecipate, ma perfino ogni singolo posto nei consigli, ogni poltrona nelle commissioni di vigilanza. Tutto questo in barba a qualsiasi principio che vorrebbe l’amministrazione e i suoi gangli come centro apicale del potere.

L’esempio stesso di questo processo è stato il premier “per caso” Giuseppe Conte, arrivato addirittura a costruire una fauta rete di relazioni personali. Il governo giallorosso, in tal senso, ha avuto come causa principale del suo schianto l’arroccamento di Conte al di là di ogni logica di equilibrio politico come uomo solo al comando desideroso di controllare ogni dossier: la gestione della pandemia, la politica estera, i rapporti diplomatici dell’Italia, le manovre economiche, le partecipate, gli apparati di intelligence. Complice lo scarso mordente di Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, che credevano di aver individuato nello “schema Conte” la garanzia di un loro rafforzamento. Ignari del fatto che gli uomini possano segnare i tempi solo se incardinati in processi storici di più ampio periodo. Quanto, ironia della sorte, non capitò nemmeno dagli alfieri del draghismo più radicale nei media e nel mondo politico ed economico nazionale.

Questi fattori e l’assenza di poteri materiali alternativi hanno portato negli ultimi mesi, di fronte alla prospettiva di un collasso sistemico della Repubblica, a far sì che il partito di Draghi si riattivasse. Risvegliando una continuità di interessi, legami professionali e obiettivi sistemici plasmata dalle relazioni formali e indirette tra figure che hanno conosciuto esperienze personali e professionali in anni decisamente complessi per il Paese.  Parliamo di figure svincolate dal mondo dei partiti, con una grande esperienza internazionale, non direttamente riferibili al sottobosco del potere romano e con un chiaro collegamento con le strutture euro-atlantiche, in continuità con i cardini di riferimento dell’attuale esecutivo. Il canovaccio delle nomine sinora compiuto da Draghi concretizzatosi in un repulisti di figure legate alla vecchia era di Giuseppe Conte ha ricordato il valore dei legami profondi, della capacità di saper maneggiare le leve e i centri nevralgici del potere.

I partiti non sono stati capaci di cogliere il momento e di capire quanto la pandemia rappresentasse uno spartiacque. Capacità che solo chi viene da una tradizione culturale legata a figure capaci di dare del “tu” al potere può padroneggiare. Non a caso la chiamata di figure appartenenti a una generazione precedente a quella della classe politica partitica oggi affacciata sul proscenio nazionale. Questo mondo è quello di diretto riferimento del premier e del titolare del Mef, come testimonia la scelta da parte di Draghi di figure come l’economista Francesco Giavazzi, sua conoscenza di lunghissimo corso, come fondamentale consigliere in materia finanziaria e amministrativa di Palazzo Chigi e del supermanager Franco Bernabé per il rilancio del polo dell’acciaio di Taranto. Giavazzi, Bernabè e l’ex ad di Eni Paolo Scaroni compongono il trio dei più stretti consiglieri del premier, contribuendo a plasmare una cerchia stretta di figure esperte, temprate dall’esperienza degli Anni Novanta e di solido riferimento euroatlantico.

D’altronde, la nascita stessa dell’attuale governo segnala quanto difficilmente dai partiti sarebbe potuto venire lo stimolo a un progetto di rinnovo reale della classe dirigente. Quanto, cioè, la vera politica sia sempre più distante da una classe dirigente partitica dotata di scarsissima, se non nulla, capacità di visione e “commissariata” dalla minaccia esistenziale alla sicurezza dello Stato legata alla crisi pandemica. A cui la sottrazione della centralità del potere di nomina toglie una delle ultime armi a disposizione.

Il “metodo Draghi”, in tal senso, è iper-politico, sistemico, di profondo impatto: ai partiti che orientavano lo Stato si è sostituito lo Stato, nella sua componente profonda, che orienta e indirizza i partiti. Con la nomina dei nuovi ad di Cassa Depositi e Prestiti (Dario Scannapieco) e Ferrovie dello Stato (Luigi Ferraris) Draghi ha spostato il baricentro della decisione in materie di nomine dalla politica e dai partiti allo Stato. Rimettendo quest’ultimo laddove le sue prerogative gli consentono e gli impongono di stare: al cuore del processo decisionale, come principale azionista delle società in questione e come titolare delle capacità organizzative necessarie a orientare scelte e trasferimenti di competenze. Un processo generale che si unisce al graduale modello italiano di “ritorno dello Stato”, operato in continuità con una prassi che fonde pulsioni tecnocratiche e prospettive strategiche.

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