Dolce far niente

La riscoperta (e l’importanza) dell’otium
La riscoperta (e l’importanza) dell’otium

“L’ozio è fatale solo al mediocre”.

Parole sacrosante partorite dalla mente di uno che di mediocre non ha proprio nulla. Una delle verità più difficili da accettare dal momento che l’otium, oramai, sono in pochissimi a saperlo praticare e anche perché, sentirsi un mediocre, non piace quasi a nessuno. Come dare torto però a Camus?

Anzitutto, per otium qui si intende il tempo libero dalle occupazioni della vita lavorativa (negotium) o dagli impegni politici e sociali. Un tempo più o meno lungo da dedicare allo studio, alla conoscenza di sé, alla creatività, alla natura e, perché no, anche al tanto amato far nulla. Ed è proprio intorno a quest’ultima opzione che il dibattito rimane acceso; qualcuno si riferisce all’ozio come al padre di tutti i vizi e al lavoro come padre di ogni virtù. Si direbbe dell’ozio, dunque, di essere un vizio dal quale non possa che scaturire qualche cosa di abbietto, di aberrante e della quale l’ozioso debba addirittura vergognarsi poiché colpevole di non essere immerso capo e piedi nell’odiosa vita lavorativa e puttana. Il dolce far nulla, invece, deve finalmente essere inteso come il più alto dei traguardi, l’Everest di tutti coloro che intendono tornare allo stato più spirituale della propria esistenza e non come il diletto di uno scansafatiche. Sarebbe offensivo e riduttivo definire un ozioso un “pigro” tanto quanto lo sarebbe definire un libertino “uno a cui piace scopare”; c’è il succo, certo, ma manca la frutta. Al mediocre non appartiene la capacità di oziare dal momento che l’idea di trovarsi solo con sé stesso e i suoi pensieri lo terrorizza al punto da rifiutare la situazione a priori. Gli sarebbe fatale perché non saprebbe cosa farsene di tutto quel tempo lontano dalla sua idea di vita. Non potrà mai, il mediocre, essere davvero padrone di sé stesso perché le informazioni e le idee che gli giungono saranno sempre e solo passive, mai frutto di studio e riflessione in prima persona. Egli sarà per sempre un riflesso involontario di sé stesso, si trascinerà per il mondo con i suoi biglietti da visita e la bocca spalancata a ripetere cose che ha sentito dire da altri. Facile riconoscerlo un mediocre, il più delle volte basta guardare in uno specchio o magari chiedergli cosa ne pensa della solitudine; nove volte su dieci la vedrà in maniera negativa, triste, improduttiva, fine a se stessa o – il colmo – spaventosa. Ebbene, diffidiamo da queste tristi personificazioni e dedichiamo le nostre vite a qualcosa di più importante del lavoro e della carriera. Che vengano fuori delle opere d’arte queste vite o che non vengano fuori affatto! Urge abortire la tirannide delle plebi finché si è in tempo. Basta con l’accettazione passiva e con i costrutti. Ammazziamo il realista che è in noi, giustiziamo la cupidigia, spariamo in faccia alla virtù e andiamo sul Gran Sasso a leggere e a studiare, in rigoroso silenzio. Non sarebbe meglio – mi chiedo – essere padrone di te, decidere del tuo destino, stare lontano da chi ti vessa e ti sfrutta, evitare chi ti infastidisce e ti esaspera? Non sarebbe meglio dedicare la propria esistenza alla letteratura e alle arti piuttosto che a far guadagnare un capo o a pagare le tasse fino all’ultimo giorno di una miserevole vita? Non sarebbe solennemente meglio – per dio – alternare scrittura e lettura, non dimenticare i grandi del passato e lasciare qualcosa al futuro? Mi rendo conto che non è il 1346 e che Petrarca è morto ma so che quanto sopra può essere ancora messo in pratica. Magari non da tutti, ma da qualcuno.

Da un anno e mezzo il mondo come lo conoscevamo è stato stravolto e quasi nessuno di noi ha saputo ancora adattarcisi. Molti sono restati chiusi in casa per mesi a seguire senza mai, in effetti, rendersi conto di quanto stesse accadendo: la società è cambiata e con essa la stessa idea di lavoro. Ci siamo ritrovati a casa, senza supervisori e capi che ci alitano sul collo ma noi, obbedienti e silenziosi, continuiamo a lavorare al computer senza fiatare, bravi. Come un guidatore che la notte di natale, su una strada deserta di campagna, si ferma diligente allo stop nonostante l’incrocio sia evidentemente libero dal traffico. “Essere responsabili, questo è quello che hai descritto” dirà sicuramente qualcuno, ma io rispondo di no. Rispondo: “a te del tuo lavoro non importa niente, ti importa soltanto dello stipendio”; che, tornando al paragone, si traduce in: “a te di essere responsabile non importa nulla, ti importa soltanto di non beccarti una multa”. Ad ogni modo, questo è comprensibile, lavorare è per tutti ma l’oziare certo no. Cosi come non vorrei incontrare un neonato che piange su un aereo, non vorrei incontrare uno stacanovista in un bar. L’ozio si rivela a me, ad oggi, come l’unica soluzione pratica per non prendere in odio ogni cosa. La forza tranquilla che mi permette di osservare la mia esistenza dall’alto di una torre, in maniera distaccata, senza dover soccombere alle necessarie barbarie del tempo, prendendomi tutti gli istanti necessari per riflettere. Affrontare gli anni che passano con consapevolezza, senza panico o allarmismo per non aver ancora acceso un mutuo o messo al mondo due bimbi “biondi biondi come te”, concentrare gli sforzi in una direzione a me congeniale e non prestabilita. Tutto questo necessita d’impegno, costanza, dedizione, passione e voglia di fare, non assolutamente di pigrizia o immobilismo come si potrebbe pensare. “L’ozio non è far nulla ma essere liberi di fare qualsiasi cosa”. Inoltre, la solitudine sarà per noi la conditio sine qua non per il raggiungimento dello stato ideale derivante dall’esercizio dell’otium. Non può esserci vero miglioramento e superamento di sé quando si è in balia dei rumori delle plebi, delle loro cattive abitudini, dei loro pessimi umori e della mestizia che è intrinseca in ogni esistenza. Sarà necessario e certo più piacevole abbandonare le strade trafficate per i campi aperti e le montagne silenziose. Lo stato di assoluta solitudine avrà, dunque, il ruolo portante nella formazione di un ozioso dal momento che saprà imporgli la necessità di sostituire l’ascolto alla parola ed entrare finalmente in contatto con sé stesso. Leggere, studiare, dipingere, ascoltare musica rimarrebbero azioni fini a sé stesse qualora non ci fosse un lavoro di preparazione precedente a esse. Non è possibile comprendere un testo o apprezzare una sinfonia se la nostra mente è impegnata a pensare al cliente che non paga o al paese che va in miseria. La vicinanza agli altri, la vita sociale, sono constanti ricordi di quanto ci affligge; le loro preoccupazioni sono le nostre e i disagi di tutti sono anche tuoi. Non c’è via d’uscita, il negotium è divenuto uno stato d’animo piuttosto che un impiego, aleggia nelle menti come una nuvola tossica che impedisce di pensare lucidamente. Veri e propri schiavi che non hanno nient’altro che il loro lavoro. Gli fanno costruire le piramidi in abito e gli danno da bere tanto quanto basta per farli arrivare al prossimo premio aziendale solo per cominciare di nuovo il giorno dopo. Il solo concetto di “impiegato del mese” dovrebbe lasciarci esterrefatti e invece c’è chi ambisce ad esserlo. Donne e uomini esausti, imbruttiti, che hanno sacrificato le loro vite per nulla. Vi sfido a presentarmi l’esempio di un qualsiasi lavoratore retribuito, di qualsiasi impiegato che sul letto di morte abbia detto: Oh, se solo avessi potuto lavorare un giorno in più. Sicuramente lo avrà detto Čajkovskij, magari lo ha mormorato Shakespeare, lo avrà pensato Céline, ma certo non Nicola l’assicuratore di Poggibonsi.

Non si sta cercando di fare un discorso del tutto irrazionale, è ovvio che coloro che non dispongono di mezzi preesistenti o ai quali la natura non ha fatto dono di notevoli doti fisiche o mentali, dovranno in qualche maniera sostentarsi e quindi lavorare. La critica qui sta al modo di farlo, allo stile di vita che sembra prendere piede per il quale più si lavora e più si è soddisfatti e orgogliosi di sé stessi. Come se l’adempimento delle capacità dell’uno passasse attraverso un impiego e non attraverso il pensiero e la conoscenza di ciò che davvero conta. Non me ne vogliano le mie di datrici di lavoro, ma se posso evitare di restare oltre orario, lo faccio. Se posso fare a meno di seguire un seminario che non apporterebbe conoscenza al mio campo, ne faccio a meno. Il proprio lavoro, come ogni altra cosa a mio parere, bisogna farlo dando il massimo e senza risparmiare nulla, bisogna anche fare quei cento metri in più se è davvero necessario, ma non bisogna mai anteporre la carriera e la fatica al godere e alla passione. Si vivrebbe meglio se tutti di tanto in tanto si prendessero la briga di leggere e studiare chi a queste cose ci ha pensato prima di noi e gli ha dedicato un’esistenza intera. Ma fortunatamente la gloria degli eterni è proprio questa: non morire mai. Così che il modo per fare tesoro di quanto è stato non possa mai mancare.

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