Dissoluzione

Invece di eliminare le tracce del passato, in nome di presunti valori democratici e antirazzisti, i nuovi agit-prop d’Occidente, di matrice americana, dovrebbero elevare statue di Toro Seduto o intitolare monumenti a Malcolm X.

Prima dei collettivi che oggi se la prendono con le statue, c’erano i futuristi. Volevano “distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie” , ma a differenza di chi, dagli Stati Uniti all’Italia, vuole rimuovere un passato che non ha mai vissuto e forse nemmeno studiato, ambivano alle stelle, per conquistare nuovi spazi, esplorare l’avvenire, cavalcare la modernità. Quella di Filippo Tommaso Marinetti era una rivoluzione estetica, liberatoria, contro un’arte confinata nelle teche, definita appunto troppo “elitaria”. A infiammarli era un manifesto, confuso, eccentrico, arrogante. Non fu mai applicato, in compenso scatenò un movimento artistico, che si inserì nel dibattito di quegli anni, dai salotti alle riviste, attraverso l’uso della provocazione, fino a trovare col tempo uno spazio negli stessi musei che FTM e i suoi proseliti volevano distruggere. Si chiama “battaglia delle idee” ed è una costante nella dialettica della storia.

Sbaglia chi si indigna per la violenza dei moti di queste settimane che hanno visto abbattere, imbrattare, rimuovere statue di Cristoforo Colombo a Richmond, di Winston Churchill a Londra, fino alla crociata di un movimento milanese noto come Sentinelli contro i giardini pubblici “Indro Montanelli”. In fondo anche i futuristi ne hanno sempre fatto uso, tra schiaffoni e risse in galleria. Piuttosto è lecito e pertinente domandarsi qual è il confine tra provocazione, iconoclastia e vandalismo. E soprattutto se la volontà di rompere col passato è un’arma di propaganda per un progetto socio-politico-artistico, nobile o meno, più ampio oppure se siamo di fronte alla distruzione per l’autodistruzione.

“Rissa in galleria”(1910) di Umberto Boccioni

Quando i talebani abbatterono i colossali Buddha di Bamiyan in Afghanistan, o ancora i miliziani dello Stato Islamico presero d’assalto i siti archeologici di Nimrod e di Palmira, luoghi pagani e pre-islamici, l’obiettivo era duplice: attirare l’attenzione del mondo occidentale e cancellare le tracce dell’idolatria. Nella follia c’era un metodo preciso, dunque l’iconoclastia, serviva ad alimentare una propaganda politico-religiosa, e rientrava nel processo di una vera e propria sostituzione di civiltà.

La verità è che probabilmente a muovere questi collettivi non è né la provocazione né l’iconoclastia, tantomeno la volontà, come scrive Franco Cardini su Avvenire, di fare luce sui crimini del colonialismo occidentale, bensì la semplificazione di giudicare la storia seguendo categorie semantiche e principi morali dei nostri giorni. Come se Cristoforo Colombo, Winston Churchill e Indro Montanelli fossero dei leader populisti qualsiasi sui quali appiccicare etichette di ogni genere.  

Se Marc Bloch ci insegna che la storia non va descritta né giudicata, ma “compresa”, allora è dovere delle istituzioni pubbliche conservare, esaltare, proteggere il culto di una memoria collettiva e condivisa; e dei movimenti politici, sociali e artistici, invece, di innalzare le proprie statue e i propri idoli, farli accettare dal resto della comunità, nel rispetto della complessità del passato, nella sintesi per l’avvenire. Come hanno fatto Napoleone Bonaparte con la Francia pre e post rivoluzionaria, Vladimir Putin con la Russia pre e post sovietica, Ruhollah Khomeini con l’Iran pre e post rivoluzionario islamico, infine la classe dirigente della Prima Repubblica con l’Italia pre post fascista. Invece di eliminare le tracce del passato, in nome di presunti valori democratici e antirazzisti, i nuovi agit-prop d’Occidente, di matrice americana, dovrebbero elevare statue di Toro Seduto o intitolare monumenti a Malcolm X. Renderebbero onore alla cultura anti-coloniale seria, storicizzata, non di facciata. Così, in fondo, si costruisce una Civiltà.

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