La cognizione del dolore

Diritto, eutanasia e rifiuto della vita. Riflessioni sull'assoluzione di Marco Cappato.
Diritto, eutanasia e rifiuto della vita. Riflessioni sull'assoluzione di Marco Cappato.

C’è, nell’assoluzione di Marco Cappato, un risvolto di filosofia del diritto, il rumore farraginoso dei meccanismi giuridici, su cui riflette Gustavo Zagrebelsky. Ma c’è anche una questione di coscienza, fra le più antiche della riflessione etica, antica almeno quanto Antigone: la compassione non può essere una colpa. Il rapporto dell’uomo con gli dèi, le potenze estranee, inizia dal sacrificio; il rapporto con l’altro, sempre dalla compassione. Spogliando il gesto di Cappato della forte carica politica, rimane l’atto di pietà nei confronti di Davide Trentini, che voleva morire ma non poteva: anche chi, come chi scrive, ha poca simpatia per l’attivismo dei Radicali, avrà provato un certo sollievo alla notizia del verdetto. Guardando, però, al presente orientamento della giurisprudenza, ci si rende conto di come la questione eutanasia rimanga del tutto irrisolta: l’assistenza al suicidio diventa non punibile quando il malato è tenuto in vita artificialmente, sta già ricevendo le cure palliative e soffre di una patologia irreversibile che gli causa sofferenza. Ciascuno di questi argini, posti di fronte alla libera decisione dell’individuo, appare arbitrario. Peggio, appare come un esercizio di biopolitica: un potere, quello giuridico, garantisce o nega alla decisione di morire – e, dunque, essere aiutati a morire – una liceità fondata solo su criteri tecnici. Di cosa soffri, quanto, come. Eppure il suicidio “si prepara nel silenzio del cuore, come un’opera d’arte”: in questo spazio estremo di libertà le ragioni sono tutte ugualmente buone o ugualmente cattive. Per quanto suoni inaccettabile al pubblico, ci sono solo due alternative coerenti di fronte alla questione dell’eutanasia: o è garantita a chiunque la richieda, per qualsiasi ragione; oppure è sempre illegale. In mezzo c’è solo uno stato che, in maniera speculare al biologismo nazista, si arroga e poi concede il diritto alla morte piuttosto che quello alla vita. Il rischio, già osservato in Olanda, Belgio e Svizzera, e acuito dalle resistenze italiane, è che l’eutanasia diventi un privilegio di chi è “ormai morto abbastanza”.

E, poi, il rischio opposto: una volta codificate, sul piano giuridico, le condizioni sufficienti per uccidersi col beneplacito dello stato, ecco che è già concepita un’igiene della morte, i pronunciamenti legali generano norme sociali e il ricorso all’eutanasia diventa, se non obbligatorio, questione di buon senso in certe circostanze. Il meccanismo emerge dai casi di Charlie Gard e Alfie Evans, laddove il principio del miglior interesse del malato rimane una faccenda strettamente sanitaria, l’incontro forzato fra l’irriducibilità individuale e la casistica ripetibile della scienza. C’è del merito nelle obiezioni dei cattolici, e di tutti quelli che profetizzano un pendio scivoloso ogni volta che la giurisprudenza si sposta a favore dell’eutanasia: fenomeni come il kodokushi, le morti solitarie in Giappone, testimoniano fino a che punto la società – che, per funzionare, rimuove o normalizza gli estremi – determini la percezione del rapporto personale con la morte. Le accuse di oscurantismo rivolte ai pro-life sono superficiali proprio perché la società moderna non riesce a produrre, dall’altra parte, una riflessione sulla morte. Produce, invece, una tecnologia della morte, nel senso che Foucault attribuisce al termine. Un dispositivo per gestirla nella sua meccanicità. Se il suicidio è un gesto peculiare dell’uomo in quanto entità autocosciente, l’eutanasia rappresenta un problema esclusivamente moderno. Per tre motivi: innanzitutto, la medicalizzazione della vecchiaia e della malattia, un accanimento terapeutico permanente a cui l’eutanasia oppone l’unico argine solido, perché fatto della stessa materia scientifica; l’esclusione del trascendente dall’esperienza quotidiana, al punto che persino nei colorati appelli alla vita della Chiesa scompare qualsiasi riferimento all’anima, all’altro dal corpo; infine, lo svuotamento semantico del dolore, che adesso, per dirla con Montanelli, “fa male e basta”. Passato di moda il suicidio razionale degli stoici, quello mistico dei catari, ormai incomprensibile la scelta di portare la propria croce fino in fondo, rimane una rivolta contro la sorte. Era questo l’argomento di Piergiorgio Welby:

Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche.

Piergiorgio Welby

Sembrerà insensibile, ma su affermazioni del genere aleggia la condanna di Schopenhauer: il suicidio che difetta di identità, è solo l’estrema manifestazione di una volontà di vivere frustrata. Più forte, perché non tenta spiegazioni, è il messaggio di Davide Trentini: 

La cosa principale è il dolore, bisogna focalizzarsi sulla parola dolore. Tutto il resto è in più.

Davide Trentini

Di fronte alla parola dolore, che possiamo ancora pronunciare ma abbiamo smesso di spiegare, crollano tanto le opposizioni concettuali all’eutanasia, quanto i tentativi di inserirla in un impianto giuridico. Non c’è modo per quantificare la sofferenza, ed è persino offensivo che se ne occupino un giudice o un medico. Welby specifica di non essere mentalmente malato, ma il dolore psicologico è meno grave di quello fisico? Solo un pregiudizio materialista: se per un depresso è così faticoso alzarsi dal letto, a maggior ragione lo sarà suicidarsi con le proprie forze – non c’è ragione per negargli un aiuto, qualora lo chiedesse. Zagrebelsky sostiene da tempo che non esiste un diritto a morire, in quanto annullamento delle possibilità: secondo la logica del giurista, ha ragione. Esiste però, insita nelle cose, la facoltà di rifiutare la vita. La vita nelle sue circostanze sfavorevoli, come quelle incorse a Welby e Trentini, ma anche la vita in quanto tale. Ed è questo il sottinteso più inquietante dell’eutanasia, il motivo per cui gli uni cercano di rimuoverla dal novero delle possibilità, e gli altri di ingabbiarla nell’intrico di legge e medicina: fa balenare il sospetto che la vita non meriti mai di essere vissuta. Discendendo la scala del dolore, dai picchi della malattia terminale fino ai “cocci aguzzi di bottiglia” del quotidiano, non c’è davvero ragione di scegliersi un gradino accettabile, la quantità corretta di dolore. Il dolore è sempre uno scandalo. La sofferenza, la verità fondamentale del cosmo secondo Gautama Buddha, si chiama “dukkha” in lingua pali: l’insopportabile. Jean Amery, filosofo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, dedica alla riflessione sulla libera morte una parte considerevole della sua opera:

Il sopravvissuto allo sterminio nazista non è un uomo che semplicemente vive, ma, invertendo i termini in gioco, uno che non è morto, che è ancora in vita. Allo stesso modo, il vecchio o colui che, portando addosso i segni di un sempre più marcato decadimento, si avvia a subire un processo demolitore, è uno che manca di gioventù, di freschezza, di tempo. Il suo è comunque un difettare, un segno meno posto davanti alla forza del presente; il vecchio non è più, era. Il suicida, infine, incarna la contraddizione per antonomasia, il peccato, il no assoluto. A chi sostiene che bisogna vivere per essere uomini, egli sembra suggerire, al contrario, che il solo modo per essere uomini è morire.

Jean Amery

C’è una somiglianza fra tutti quelli che hanno subito “lo scacco dell’esistenza”, come lo chiama Amery: “chi è stato torturato rimane torturato”. Nella nostra epoca di ribellismo modaiolo, in realtà completamente arresa allo status quo, il “risentimento” di Amery è una categoria tanto necessaria quanto pericolosa: una radicale opzione a favore delle vittime, il rifiuto di lasciar rimarginare le ferite e di mettersi a cercare una teodicea, religiosa o laica, che normalizzi il male. L’eutanasia testimonia che il mondo è sbagliato, intollerabile. Al suo centro si scontrano due paure ancestrali: quella del dolore, che può capitare a tutti, e quella della mancanza di senso. La vera tragedia è che l’estensione dello spazio giuridico dell’eutanasia – per quanto indice di civiltà possa essere – spalanca una finestra sull’assurdo. Più della morte casuale, la morte scelta ci ricorda che a volte – o magari sempre – non vale la pena vivere. Se la rifiutiamo istintivamente, è perché rappresenta una violazione del patto di non belligeranza che abbiamo stipulato con la realtà. Quando abbiamo lasciato filtrare per una volta soltanto, anche nella più estrema delle circostanze, le parole di Elizabeth Childers, allora la diga delle certezze è già incrinata:

e quale il tuo dolore?  Figlio, figlio! / La morte è migliore della vita!

Elizabeth Childers

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