Difendiamo i nostri pregiudizi

I progressisti hanno instaurato uno stato di “rivoluzione permanente”: tutto ciò che facevamo fino a ieri è una forma di discriminazione e di razzismo, di violenza o di sopruso, di regressione e di intolleranza. Alla pari di software obsoleti, noi dovremmo sacrificare al trend e all’hashtag del momento le nostre convinzioni. Difendiamole!
I progressisti hanno instaurato uno stato di “rivoluzione permanente”: tutto ciò che facevamo fino a ieri è una forma di discriminazione e di razzismo, di violenza o di sopruso, di regressione e di intolleranza. Alla pari di software obsoleti, noi dovremmo sacrificare al trend e all’hashtag del momento le nostre convinzioni. Difendiamole!

Youtuber, influencer, giornalisti, opinionisti, psicologi, registi, artisti, pubblicitari: c’è un’intera classe di operatori intellettuali che ogni giorno ci chiede di abbandonare i nostri pregiudizi. Via alle etichette, agli stereotipi, ai preconcetti, per dare prova di un’imprecisata apertura mentale che oggi sembra l’unica qualità a cui tutti dobbiamo ambire, e che consiste nel rendersi disponibile a un processo continuo di aggiornamento. Ogni giorno una vicenda particolare che finisce sotto i riflettori dei media e del web, alimenta questo stato di “rivoluzione permanente”, e ci dice che tutto ciò che facevamo fino a ieri è una forma di discriminazione e di razzismo, di violenza o di sopruso, di regressione e di intolleranza. Alla pari di software obsoleti, o di sistemi operativi a cui viene richiesto un nuovo settaggio, noi dobbiamo sacrificare al trend e all’hashtag del momento le nostre convinzioni.

Ma perché? Perché abbandonare i pregiudizi di ieri per accogliere quelli di oggi? Il pregiudizio non è un giudizio che precede banalmente un’analisi dei fatti, ma è un giudizio che si basa su esperienze concrete accumulate e poi tramandate nel tempo. Ora i nostri pregiudizi hanno alle spalle secoli di storia, tra loro ci sono “gocce di passato vivo che vanno preservate gelosamente” (Simone Weil), mentre quelli nuovi di zecca creati nel laboratorio dai guardiani di questa rivoluzione hanno a malapena qualche anno, sono pregiudizi puerili e capricciosi, prêt-à-porter, creati ex-post in qualche dipartimento universitario di bioetica senza essere passati prima al vaglio della società che li leviga nei secoli, pregiudizi alla moda, come pose, con il bollino dop che ne certifica l’ultimo update. Perché, quindi, abbandonare le nostre convinzioni, se crediamo che al di là di piccole variazioni letterarie l’umanità sia sempre uguale a sé stessa e sia incapace di guarirsi da sola? «Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa» si legge nel primo capitolo del Qoelet, un testo che nel canone biblico compare quasi come un’eresia: «Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualcosa di cui si possa dire: “Ecco, questa è una novità”? Proprio questa è già avvenuta nei secoli che ci hanno preceduto». Allora perché abbandonare i nostri pregiudizi millenari, se il genere umano è vinto in ogni tempo e in ogni latitudine dalle stesse angosce e dalle stesse paure, ed è mosso dagli stessi sogni e dalle stesse aspirazioni, e si macchia delle stesse meschinità e degli stessi crimini? (Anzi spesso i più grandi massacri sono sempre stati compiuti all’alba di grandi innovazioni, a riprova che il progresso è un pregiudizio progressista). Quindi perché affidarci a questi neonati pregiudizi che fanno di tutta la storia un grande errore invece di un sapere sedimentato che possiamo utilizzare per interpretare il mondo circostante? Insomma la Chiesa ha origliato per millenni, nell’intimità del confessionale, i più indicibili peccati dell’umanità, e a occhio e croce i suoi pregiudizi ci sembrano più affidabili, su molte questioni, di quelli contenuti negli editoriali terapeutici di Gramellini sull’Espresso, o nelle pillole di integralismo femminista di Giulia Blasi. Sicuramente la Chiesa è più affidabile della psicologia, che ha alle sue spalle solo un secolo di confessioni (per altro su un campione molto ridotto di soggetti). Ma non siamo più nel Medio Evo!

È questa l’accusa che ci viene rivolta, la più povera delle accuse che si possano far valere, perché si basa su un pregiudizio anagrafico tutto moderno, quello per cui al progredire della Tecnica corrisponde proporzionalmente anche quello dell’intelligenza umana. Tuttavia noi non siamo più santi né più bruti, più intelligenti o più cretini del contadino medievale: la stupidità del mondo non diminuisce solo perché abbiamo tutti accesso a Wikipedia o perché ogni anno esce il nuovo modello di Iphone, né l’odio si attenua togliendo qualche parola dal vocabolario. Stiamo cedendo alla tentazione di voler reinventare l’umanità solo perché abbiamo inventato la lavastoviglie, di voler abolire le frontiere solo perché un aereo ci ha permesso di varcarle e di liquidare i concetti di “uomo” e di “donna” solo perché qualcuno non si identifica più in essi e può avviare un percorso di transizione. Eppure l’uomo è sempre lo stesso, i suoi organi di senso sono rimasti immutati, così come la sua potenza cerebrale e le sue capacità emotive: l’uomo è il pregiudizio dell’uomo, il suo limite estremo. Forzare questo scrigno e quindi spostare grazie a piroette speculative o alle nuove tecnologie questo limite non abolisce i pregiudizi che inevitabilmente ci determinano, almeno finché l’umanità non si sarà estinta: il nostro sesso, la lingua che abbiamo ereditato, il luogo a cui siamo stati assegnati per pura casualità, la nostra morte sono i nostri pregiudizi inabrogabili e immemorabili, di cui cioè non possiamo avere memoria, perché ci precedono, e persino rifiutarli vuol dire riconoscerli, ogni rifiuto è un riconoscimento al rovescio. Negare questi vecchi e millenari pregiudizi, oppure criminalizzarli in nome di più recenti pregiudizi, e quindi sanzionarli per mezzo di leggi e ordinanze, non vuol dire abolirli. Si potrà distruggere qualsiasi idea di patria, un retaggio arbitrario e immaginario, ma gli uomini difenderanno sempre il «paletto di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi» e «il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia» eleggendolo a patria. Si potranno obbligare tutti a tollerare tutti gli altri, ma l’uomo è una frontiera ed è portato a tracciarne intorno a sé, di concrete e di simboliche, per regolare un meccanismo pregiudizievole di inclusione e di esclusione dell’altro che non minacci la sua identità, insomma sarà gentile con qualcuno e stronzo con qualcun altro. Si potranno dire gli uomini uguali, ma l’umanità rimarrà una fucina di gerarchie, perché l’uguaglianza è un pregiudizio democratico. Si potrà stravolgere il nostro vocabolario, ma gli uomini inventeranno altre parole per esprimere l’odio, la rabbia, la discriminazione. Si potrà dire che tra l’uomo e la donna non ci sono differenze, ma gli uomini e le donne rimarranno sempre due universi estranei, un mistero gli uni per le altre. Possiamo parlare di tolleranza universale, ma nel quotidiano potremo amare solo poche persone in carne ed ossa e solo a loro essere fedeli. 

Abrogare definitivamente questi vecchi pregiudizi è tuttavia possibile, perché nella natura non c’è traccia di norma, né di un “ordine naturale e inviolabile” della società umana, e ogni legge dipende da un’intromissione della volontà. Tuttavia esiste un ordine di ciò che c’è di propriamente umano nell’uomo, nel bene e nel male. Codificare un altro ordine di esistenza vuol dire allestire una dimensione che possiamo immaginare ma che difficilmente potremo abitare, se non cadendo costantemente nell’errore, nella paresi linguistica, nel paradosso, nel contenimento delle nostre capacità espressive. E a questa codificazione lavorano e partecipano tutti quanti si affidano all’ideologia del progresso, e che solo grazie alle sterminate possibilità concesse dalla Tecnica possono permettersi di rifiutare i presupposti dell’uomo, e quindi i suoi limiti, la sua finitezza e la sua caducità, la sua imperfezione, la sua connotazione biologica binaria. Questi “pregiudizi” sono vissuti come dei fastidi insopportabili. Eliminarli con il supporto della Tecnica, però, vuol dire fare il nostro ingresso nell’ordine della macchina, dove l’umano sarà solo un vecchio software obsoleto. È una civiltà delle macchine, non dell’uomo, quella immaginata dagli intellettuali progressisti, transumanisti, postumanisti, accelerazionisti, dalle femministe transizionali ma anche da imprenditori e ingegneri illuminati, che ci invitano con le loro teorie e con i loro smartphone ad abbandonare piccoli pregiudizi linguistici e poi secoli di storia facendo un back-up completo delle nostre convinzioni. In futuro guarderemo l’avverarsi di questa civiltà chi con indifferenza, chi con ostilità, altri ancora con ammirazione e speranza facendone un ulteriore pregiudizio. Ma arriverà il giorno in cui le macchine prenderanno il sopravvento e realizzeranno quella dimensione che noi avevamo solo immaginato senza potervi aderire del tutto. A quel punto l’uomo diventerà il pregiudizio più antico e oscuro della macchina, di cui anche lei si vorrà liberare.

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