Confessione

Diego Gabutti

Saggista, romanziere, ma soprattutto lettore. L'autore di Segretissimo lascia da parte le pillole biografiche scegliendo di raccontare il suo gusto, e non i suoi traguardi.
Diego Gabutti
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Definire l’opera di un autore che sia degno di questo nome non è mai facile. Ancora di più quando il diretto interessato sembra muoversi in tutte le direzioni, intrecciando luoghi, legando epoche, in una commistione di alta e bassa cultura che evita la dissacrazione, abbracciando invece l’armonia, come se tutto fosse collegato, e noi spettatori per la maggior parte del tempo. Talvolta attori, ma è un’eccezione. Diego Gabutti, nato nella Torino che si avvicinava a passo svelto verso la resurrezione economica, non è dunque definibile in poche parole. Per chi lo conosce rappresenta un’isola felice in un mare di mediocrità, che non è la mediocrità imposta da maestri venerati della cultura, ma quella della pigrizia o della superficialità.

Da lui ci si aspetta il colpo di genio, così addirittura stupisce leggere che abbia alta considerazione degli Adelphi, fra i pilastri della letteratura italiana, o che fra i piaceri della sua vita rientri guardare un episodio di qualche sit-com, come The Big Bang Theory. Quasi come se Gabutti dovesse distruggere ogni certezza, solo per il gusto di farlo. Nella realtà è fondamentale mantenere un equilibrio fra la necessità di “andare contro” e il desiderio di farlo. Ci vuole tempo anche per arrivare al proprio centro di gravità permanente, e non è scontato riuscirci.

Qualche nota biografica facilmente reperibile online: nato nel 1950, ha scritto per una marea di pubblicazioni: dagli inserti culturali (7, del Corriere della Sera), ai quotidiani (Il Giornale, Il Giorno, Il Tempo, Italia Oggi), passando per le riviste. Non si riuscirà mai a tenere il conto di tutti i suoi contributi usciti nel corso dei decenni. La sua carriera è sapientemente avvolta nel mistero, così come la sua immagine pubblica (quasi impossibile trovare più di due foto sue nei motori di ricerca). Un po’ per privacy, ma anche e specialmente perché non c’è alcun motivo per condividere a tutti i costi. Grande appassionato dell’opera di Sergio Leone così come delle spy stories, è recentemente uscito – edito dal Gruppo Editoriale Magog – Segretissimo. Una Storia del Novecento da Kim a Le Carré. Fra i suoi lavori più complessi, ma godibili e divertenti allo stesso tempo, è una raccolta di episodi tratti dagli angoli più scuri del secolo passato, cui Gabutti dona nuova luce. Lo abbiamo raggiunto per fargli qualche domanda personale. Non si è sottratto, ma non avevamo dubbi.

-Vorrei partire dal fondo. L’ultimo suo libro, Signor Gabutti, è uscito per Magog e s’intitola Segretissimo. Una storia segreta del Novecento da Kim a Le Carré. Si tratta di un intreccio di racconti paralleli, non alternativi, al classico resoconto del Ventesimo secolo che conosciamo. Non ci si focalizza sui capi degli Stati, ma su chi agisce nell’ombra (o su chi non agisce per niente), dando loro la medesima importanza degli uomini sotto i riflettori. Qual è l’idea di fondo che ha portato alla redazione di questo libro?

In genere si pensa che le metafore non siano la realtà come la mappa non è il territorio. Ma la storia, che passa per reale, è un genere letterario, come la politica. Raccontarla attraverso le metafore, per esempio usando le spy stories, come ho cercato di fare io, sia pure con divagazioni e uscendo qua e là di tema, non è così diverso dal raccontarla attraverso documenti, carteggi, memoir, che sono a loro volta letteratura, esattamente come La talpa, come Mission Impossible e Dalla Russia con amore, anche se per lo più non altrettanto intriganti. Questo vale soprattutto per il Novecento: «secolo breve» che, almeno secondo me, non va dal primo dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino, come pensava Eric Hobsbawm, ma va piuttosto da Kim a Le Carré, dall’ouverture in India e Tibet della guerra fredda alla sua fine, quando la bandiera rossa viene ammainata dagli edifici pubblici di Mosca. È la forma romanzesca assunta nel Novecento dal conflitto tra Oriente e Occidente che infuria da millenni e che in questo nuovo secolo prosegue con altri costumi di scena. Oltre che nell’esperienza comune, di chi l’ha vissuto e patito, il Novecento è un pulp, un feuilleton, anche nel racconto storico tradizionale. È il secolo della Shoah, del Gulag, di Pol Pot, dei partiti totalitari di massa, dei cattivi da fumetto (Hitler, Stalin, Saddam Hussein e Khomeini, Putin, i Castro Brothers) e della loro controparte cinematografica e letteraria: James Bond, le annate di Segretissimo, Modesty Blaise, George Smiley, Jason Bourne, Ashenden l’inglese e via così – un vasto e iperbolico carnevale d’eroi action, un po’ camp, immaginari. Mai prima d’ora la storia era stata raccontata in questo modo. C’è per così dire una storia prima e una storia seconda. Non fidandosene, come non ci si fida (per buoni motivi) della propaganda e delle cronache giornalistiche, al corso degli eventi cosiddetti reali si è sovrapposto e talvolta contrapposto un racconto mitico, romanzesco. Ci sono congiure e complotti, intrighi di spie, barbe finte, maschere e pugnali, guerre d’ombra – metafore action. Adesso storia prima e storia seconda si confondono, e anzi coincidono. Naturalmente è sempre stato così, in ogni età del mondo, ma il secolo trascorso è l’epoca in cui è diventato impossibile negarlo. 

-Leggendo Segretissimo si viene catapultati dall’Asia alle Americhe, lungo i secoli, attraversando le vite di poveri e nobili, idealisti e realisti. Emerge una visione della storia che vorrei arrivare a comprendere: in uno spettro dove troviamo alle estremità fatalismo da una parte e idealismo dall’altro, lei dove si colloca? Se mi è concessa una simile domanda.

Può sembrare complicato, quando non addirittura una questione di carattere, ma la verità è che non è difficile capire da quale parte è giusto stare nei conflitti storici. Impossibile sbagliare: dalla parte di James Bond contro Goldfinger, naturalmente. dalla parte delle spie dilettanti d’Eric Ambler contro mestatori e terroristi, e del giovane Kim contro gli agenti zaristi alle pendici del Nepal. Lo sa chiunque vada al cinema oppure compri un Segretissimo all’edicola della stazione prima di salire sul treno: si sta con la Cia contro il Kgb, con Flash Gordon contro Ming Imperatore, e con Gary Cooper contro i pistoleros che vogliono fargli la festa in Mezzogiorno di fuoco. Non è questione di realismo o d’idealismo, ma è questione, piuttosto, d’idealismo e di realismo insieme. Anche qui la parola è all’evidenza. Nel mondo di Hitler e di Stalin, di Ernst Stavro Blofeld e delle talpe che Karla, «lo Smiley nero», ha infiltrato nel servizio segreto inglese, le scelte sono obbligate. È quel che intendeva Orwell quando scrisse: «Non ho nessun amore per il “lavoratore” idealizzato, come si presenta alla fantasia del borghese comunista, ma quando vedo un operaio in carne e ossa battersi col suo nemico naturale, il poliziotto, allora non ho più da chiedermi da quale parte devo schierarmi».

-Qual è invece la componente del gioco in Segretissimo? Al di là di elucubrazioni filosofiche sul suo contenuto, è davvero divertente da leggere. Si è divertito a scriverlo?

Scrivere, naturalmente, è sempre un po’ faticoso: tutte quelle parole, tutti quei trattini, tutti quei sinonimi, tutti quegl’incisi e tutti quei punti e a capo. Scrivere è faticoso specie quando ci sono centinaia di pagine da riempire, come nel caso di Segretissimo, e non se ne vede la fine, si contano i giorni che non passano mai e ci si sente sperduti (diceva Iosif Broskiji) «come una virgola dentro Guerra e pace». Ma io leggo più di quanto scriva. Scrivo, cioè, di libri e di film divertenti, è questo è a sua volta divertente, come raccontare un film o ripassare un libro. Le spy stories sono libri divertenti su temi magari gravi e drammatici: le guerre, i lager, il mondo da salvare, gli eccidi e le catastrofi, il destino delle nazioni. Tuttavia la parola chiave non è gravità né drammaticità ma divertimento. Penso che il divertimento, qualunque cosa se ne pensi da Hegel in avanti, sia il fondamento d’ogni esperienza estetica. Mi consola sentire che secondo lei anche Segretissimo è divertente da leggere. Io, quando mi rileggo, vedo solo frasi zoppicanti, virgole oscure e aggettivi da cambiare.

-Che bambino era lei, Signor Gabutti? Introverso – come capita spesso ai futuri scrittori – o estroverso – come chi ha troppe domande da fare e ancora troppe poche persone a cui chiedere?

Introverso, e gran lettore. Quando avevo domande da fare, e non ricordo che capitasse spesso, cercavo la risposta in biblioteca, che ai tempi era una specie di Google a vapore. Come tutti i bambini dotati di buon senso detestavo la scuola e praticavo con passione l’autoeducazione. Non avevo, da bambino, molti amici, ma quei pochi erano lettori come me, forse un po’ meno ossessivi ma sempre lettori. Lettori d’Urania e Segretissimo, del Giallo Mondadori, lettori di Wodehouse, di Fantômas, di Jacovitti, di Pecos Bill, di Simenon, di Sandokan e Yanez. Da adolescente passai alla saggistica, al marxismo eretico. Ogni libro era una via di fuga, una torta con la lima.

-Come giudica l’educazione ricevuta? Crede abbia influito nella volontà di cominciare a scrivere?

Non so, non credo. Ero al liceo alla fine degli anni sessanta, in pieno marasma ideologico, e si passava più tempo al cinema, in assemblee, in giro per librerie movimentiste, manifestazioni, sbandieramenti, volantinaggi eccetera che a scuola, dove le lezioni, fatalmente, partecipavano del putiferio generale. Molto peggio l’università degli anni settanta. Anche allora più che altro leggevo e prendevo appunti: scrissi, a quattro mani col mio amico Paolo Pianarosa, un libro sulla fortuna di Adorno in Italia, Adorno sorride, pubblicato nelle edizioni L’Erba Voglio di Elvio Fachinelli, e un altro che intitolai (da non credere) Fantascienza e comunismo. Pubblicai da Longanesi, nei primi ottanta, un romanzo sulla stagione del Comintern all’avvento di Stalin e dei suoi mastini: Un’avventura di Amadeo Bordiga. Erano altrettanti prodotti dell’autoeducazione. Come tutti i libri, nascevano dai libri letti. Da ragazzino, se non proprio da bambino, scrivevo brevi variazioni sul tema del Mago di Oz, del Robinson svizzero e delle Mille e una notte, del Mondo piccolo guareschiano, delle avventure di Nero Wolfe. 

-Ha avuto difficoltà a superare il blocco tipico dello scrittore amatoriale? Intendo quello che porta a non credere in ciò che si sta scrivendo.

Quando, per passare alla seconda stesura d’un capitolo, rivedo la prima, cestinerei tutto, e di sicuro farei bene a farlo, ma poi mi toccherebbe ricominciare daccapo e così vado avanti cercando di rendere presentabile quel che ho già scritto, una prima stesura che ora mi appare peggio che orribile: insensata. Riletta, soppesata, decifrata, mi sembra roba da mentecatti, grottesca, da bruciare. Ma poi, per pigrizia, mi concedo una seconda chance e tento una revisione. A volte la revisione funziona, a volte no, e in quest’ultimo caso, amen, mi rassegno a ripartire da zero… Non sono affezionato a nessuno dei libri che ho scritto. Mi sembrano tutti tirati via, e mai abbastanza curati. Mi sembra ancora passabile Superuomo, ammosciati (Rubbettino, 2020). Ma non l’ho più riletto, quindi lo assolvo a memoria (soprattutto per via del lungo repertorio iniziale di citazioni a tema superomistico e anche per via del titolo, piuttosto bello, ma non mio: l’ho rubato a un articolo di Amadeo Bordiga). Molti anni fa scrissi un altro romanzo, sempre per Longanesi, Pandemonium. Ecco, questo vorrei non averlo mai scritto. È terrificante.

-Nei suoi lavori si tende ad equiparare il racconto storico con quello immaginario, si mettono in relazione cultura pop e filosofia in senso stretto. Chi tipo di rapporto immagina fra questi due mondi?

Sono mondi affini. Borges diceva (più o meno, cito a memoria) che l’estetica di Benedetto Croce è un capolavoro di letteratura fantastica. Vale anche (e più) per la fenomenologia dello spirito di Hegel, per il materialismo dialettico di Marx ed epigoni, per la dialettica dell’illuminismo dei boss francofortesi e naturalmente, tornando a lui, per il superuomo di Nietzsche, che da oltre un secolo semina di suoi avatar l’arte e la filosofia occidentale, da Heidegger a Tarzan delle Scimmie, dai fumetti DC e Marvel alla filosofia politica (che talvolta lo dichiara e qualche volta lo nega invece con indignazione). In forma allegorica sono opere e riflessioni filosofanti anche le spy stories, anche i romanzi d’avventura e quelli d’amore, compresi i più plebei e sgarruppati. Non c’è bisogno di scomodare Dostoevskij (anzi, «i russi», come si diceva una volta) per capire che cultura alta e bassa sono, alle strette, la stessa cosa. Cambiano giusto l’orchestrazione e i costumi di scena. Siamo geneticamente programmati (mi scuso per i paroloni) a riflettere sempre sulle stesse questioni, ogni volta ricorrendo alle stesse immagini, alle stesse parole. Parole e immagini che possono essere variamente combinate tra loro e formare così costellazioni simili e ricorrenti. È da una sola fonte, voglio dire, che derivano sia i sistemi filosofici sia i romanzi d’avvventura, sia Spinoza e Kant che Raymond Chandler e Dumas père. Di questo mi piace scrivere. Non so, però, quanto tutto questo interessi a quello che viene chiamato «pubblico». Immagino poco. Se con «pubblico», poi, s’intende il pubblico addomesticato al quale oggi sembrano destinati i libri – i consumatori di talk show, i lettori di terze pagine snob e banaloidi, i target sociologici da barzelletta (i giovani, il «gender», le donne, la destra e la sinistra) – allora sono certo che al pubblico dei miei libri non importa un pero. Quanto infine ai premi letterari, e tanto più alle scuole di scrittura creativa, non mi viene in mente niente, come a Karl Kraus a proposito di Hitler.

-Cosa le piace leggere, Signor Gabutti? C’è un autore a cui è particolarmente affezionato?

Qui cito (lo faccio spesso) un verso di Charles Simic, poeta serbonewyorchese: «Ho letto tutto quanto, da Platone a Mickey Spillane». Strada facendo, un libro via l’altro, mi sono affezionato a molti autori, impossibile elencarli tutti o indicarne uno solo.

-Uno sottovalutato secondo lei? E uno sopravvalutato?

Autori sottovalutati tanti. Uno su tutti: Dan Simmons, autore di straordinari romanzi fantasy, horror e di fantascienza, tra cui Ilium e Olympos, una geniale riscrittura fantascientifica dei poemi omerici. Molti di più gli scrittori sopravvalutati. Ce ne sono dappertutto, naturalmente, per esempio in Inghilterra c’è Martin Amis, buonamima. Ma è in Italia che gli scrittori sopravvalutati abbondano. Ne citerò due: Pier Paolo Pasolini, pessimo regista, ridicolo narratore, moralista da due soldi, e Umberto Eco, il solo autore al mondo d’un romanzo, di cui sono oltretutto circolate milioni di copie, la cui versione cinematografica sia superiore a quella letteraria. Quando sento parlare di semiotica o di scomparsa delle lucciole mi passa il buonumore. Di peggio ci sono soltanto Fazio e Gramellini.

-C’è mai stato un libro con cui era partito prevenuto che poi è riuscito a farle cambiare idea?

Tantissimi, troppi per sceglierne uno su tutti. Preferisco citare un paio di libri che, letti la prima volta, mi erano sembrati «semplicemente perfetti», come Mary Poppins, e che alla seconda lettura si sono ammosciati: Il pasto nudo di William Burroughs, Il giovane Holden di J.D. Salinger.

-E un film che riguarda volentieri? 

C’era una volta il west. Sergio Leone, 1968. Impossibile dire quante volte l’ho rivisto.

-Qual è il suo rapporto con il cinema: crede sia un’arte ancora in salute oppure la considera in declino?

Da ragazzo vedevo un nuovo film ogni giorno, certi giorni anche due. Adesso sono anni che non vado al cinema, salvo che per vedere film di supereroi in compagnia dei miei parenti più giovani (può darsi, naturalmente, che non sia io ad accompagnare loro ma loro ad accompagnare me). Mi dico che, se non vado al cinema, una ragione ci sarà. Chiamiamola declino. Mio o suo, del cinema. Detesto i serial, anche se qualcuno l’ho anche visto, ma mi piacciono, in compenso, le situation comedies, The Big Bang Theory in testa.

-Con che occhio guarda al mondo dei social media? Sceglie d’ignorare o ne vede qualche potenzialità insita?

Non ho opinioni a riguardo. Non sono mai entrato in un social network (a parte, ora che ci penso, il primo giorno di Facebook italiano, quando mi sono iscritto, se di dice così, e ne sono uscito dopo poche ore). Potrei entrare giusto in un asocial network.

-In generale, è ottimista nell’avvenire?

Ottimista. L’Occidente è sopravvissuto a ogni assalto, come si diceva, negli ultimi due o tremila anni, e non vedo perché il dispotismo asiatico dovrebbe averla vinta adesso, o in futuro. Vero che siamo minacciati anche dal nostro Oriente interno: il populismo di destra, le culture gender e woke di sinistra, la scuola scassata, l’informazione inaffidabile, una deriva di tipo Idiocracy dell’opinione pubblica. Anche qui, però, è già successo molte volte che questa parte di mondo fosse spianata da culture totalitarie, da incubo, catastrofiche. Ma siamo sopravvissuti a mille anni di papismo. Scamperemo anche a Roberto Saviano e al #MeToo.

-Infine vorrei farle una domanda un po’ trita e ritrita, spero mi perdoni. Dopo anni di esperienza crede di aver imparato che vorrebbe comunicare a chi sogna di fare lo scrittore?

Non c’è niente che possa insegnare riguardo la scrittura giornalistica, saggistica o altro. Non ne so nulla. Mi stupisce, anzi, che a qualcuno, per esempio a chi insegna nelle scuole di scrittura creativa citate prima, venga in mente qualcosa da dire.

-Qual è il suo rapporto con la parola “scrittore”? Le piace? La odia? Si diventa scrittori o si è scrittori? 

Non la odio, ma non la userei mai. Non sono, del resto, uno scrittore, ma un lettore, anzi sono un lettore e rilettore. Immagino che agli scrittori, per esempio Céline, oppure Orwell e Jack London. capitino delle cose: finiscono in trincea, fanno un fuoco nel Klondyke, combattono in Spagna nei ranghi del POUM. A me succedono libri oppure film. Sono un lettore. C’è chi nasce biondo, o filatelico. Io sono nato lettore forsennato. Poteva andarmi peggio, ma anche meglio.

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