Demonologia da bar

La nostra società è sempre più antisatanica, nel senso che nega l’esistenza del demonio. Ma è proprio lì il successo del male… Piccolo trattato tra Paolo VI, Guido Ceronetti, Enoc e i maestri del deserto
La nostra società è sempre più antisatanica, nel senso che nega l’esistenza del demonio. Ma è proprio lì il successo del male… Piccolo trattato tra Paolo VI, Guido Ceronetti, Enoc e i maestri del deserto

Quasi cinquant’anni fa, nel 1972, papa Paolo VI mette al centro della vita cristiana il diavolo. Pare una specie di sortilegio, di gioco d’ombre, nel dominio della ragione, del razionale, dell’evidenza misurabile, evocare il diavolo, che giace tra le frattaglie del tempo antico, al giogo della fatalità. Eppure, Paolo VI attacca così: “Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio”. Paolo VI non dice nulla di nuovo, e fa qualcosa di eclatante: di solito la Chiesa è intesa come una appendice domenicale della Caritas, che ha a che fare più con i caramellai del buon senso che con la milizia e la lotta, con la bonifica delle ipocrisie in un assegno assolutorio ai poveri del mondo; di solito, si relega il male nella dimensione ‘sociale’, nell’ambito – generalizzato – della criminalità più o meno organizzata, nella prigione del proprio privato. Il male, dissanguato di senso, così, è sostituito dalla malattia, è qualcosa che si deve curare o emendare; oppure, scompare nella nebulosa del dolore. Ma il dolore, semmai, è un effetto sibillino del male. Semplice, in questo caso, la risposta gnostica, che vede nel mondo e nel tempo, in sé, il creato inferiore di un demone – infestato di sporcizie –, e in tutto ciò che è carnale il corrotto, il contraffatto, da cui fuggire tramite un’aristocrazia della mente, che idiozia. O da riscattare in un tuffo a precipizio nell’orgia dei sensi. Ecco cosa dice, invece, Paolo VI. “Il problema del male, visto nella sua complessità, e nella sua assurdità rispetto alla nostra unilaterale razionalità, diventa ossessionante. Esso costituisce la più forte difficoltà per la nostra intelligenza religiosa del cosmo”. D’improvviso, il demonio è tornato al centro dell’agone, il fulcro dell’esperienza cristiana che, infine, è disciplina bellica per arginare il male, “Terribile realtà. Misteriosa e paurosa”, la dice il papa, papale.

Quell’udienza del papa, per quel poco, smobilitò la stampa di allora: tutti si scoprirono sagaci esperti in demonologia (senza, va da sé, riconoscere l’eventuale azione del demonio nel mondo). Guido Ceronetti scrisse, come sempre, un articolo, Il diavolo, brillante, arcano, labirintico. Ritaglio questo pezzo, azzeccato:

“Da Milton in poi, lo scrittore è stato il più commosso amico di Satana. Gli prodigava lodi perfino eccessive. Tra i contemporanei, la tendenza intellettuale prevalente è fortemente antisatanica, moralistica, esorcistica, sotto l’aspetto della negazione indulgente di chi è arrivato al sicuro e guarda lontana”.

La nostra, cinquant’anni dopo, è l’etica del vaccino, in cui, appunto, il satana è semmai ostacolo – satàn significa, in ebraico, ostacolo – alla nostra vita ‘normale’, normata, non avendo più foga, energia, intelligenza per fondarne un’altra. Satana, mi viene da dire, è proprio in questa ordinaria ripetizione dell’uguale – il tempo della vita organizzata opposta al tempo del rito –, nella censura dell’ignoto, nella cessione di sé al noto. Il demonio, così, è ridotto a ‘demone’, innocuo cagnolino erede delle nostre indicibili pulsioni, è un peluche impenitente, uno sticker, il palestrato di tutti i turbamenti. Mi pare più sana l’epoca in cui venivano catalogati i nomi degli angeli ribelli, ad esempio nei libri apocrifi di Enoc, “scrittore di giustizia”, perché nominare il male è un vantaggio nella lotta. I nomi degli angeli ribelli censiti dal grande vagabondo celeste sono ventuno, di ciascuno è descritto, sommariamente, il potere: tra questi, Penemu “mostrò ai figli dell’uomo i segreti della scienza; egli insegnò agli uomini la scrittura”. La conoscenza scientifica e il culto della scrittura – la ‘cultura’ – sviano l’uomo dalla sua missione autentica, “la morte che tutto distrugge non li toccherebbe, ma per questa conoscenza essi saranno distrutti”.

L’Avversario, tuttavia, non ha le fattezze del fascinoso Satana di Milton, non è “il serpente antico” che abbaglia l’Apocalisse e neanche Mara, l’asura che in sé concentra tutte le tentazioni tese a sviare il Liberatore, il Buddha: non siamo alti per simili battaglie. Il demonio, piuttosto, sta tra i sussurri, agisce tra le faglie delle labbra, sul fiore delle nostre ambizioni, si cela nei progetti fatti ‘a fin di bene’, nella beatitudine delle piccole, paludose, scaltrezze, nell’abbaino delle vanità. Il diavolo sta nel sotterfugio dei fraintesi, perché scombina i segni, confonde i simboli, traduce il bene in male e viceversa. Va stanato, appunto, in noi, perché non ci domini; e quindi combattuto fuori di noi. La sentenza del Dio biblico, in questo, è spietata, inappellabile: “ogni intimo intento dell’uomo non è che male, sempre” (Gen 6, 5), “ogni intento del cuore umano è incline al male, fin da ragazzo” (Gen 8, 20). L’ascesi è per i perfetti, per chi addestra l’anima come un samurai, pronto ad attendersi gli attacchi del male ovunque. Il monaco buddhista guarda il muso del male – “Per il futuro faccio voto di astenermi da tutte le azioni malvagie/ non nascondo il male che posso aver fatto”, Il sutra della suprema luce d’oro – per lasciarsi inghiottire nel vuoto, dacché “il frutto causato dal bene e dal male… è coprodotto condizionatamente, non altrimenti che un’immagine riflessa” (Prasannapada).

Eppure, il male c’è, ovunque, fisico, sanguinario – il massacro dell’innocente, che sia uomo o bestia: nascosto, infame, eclatante, oppure esercitato come un mestiere, ordinato in industrie – nel sistema della vita – di cui godiamo con estetica ingordigia – e negli infimi pensieri di ogni istante. “Cercavo l’origine del male, e non c’era soluzione”, latra Agostino, e Sergio Quinzio, con logica oscura, insegna che nel deserto evangelico “Tentatore e tentato sono in definitiva Dio stesso… Il tentatore del Messia parla con le parole della Scrittura, la tentazione s’inscrive cioè tutta all’interno di Dio”.

Solenni speculazioni. Nel suo articolo – raccolto da Adelphi in La carta è stanca –, Ceronetti dimentica di inviarci presso i padri del deserto, esperti anatomisti del demonio. Satana, infatti, insiste sul malvagio ma combatte chi opta per il bene – o per la sua pallida icona –, chi s’inoltra nel deserto (nel tempio). “Da qualche fessura pare sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”, ha detto ancora Paolo VI: è proprio nel luogo consacrato al bene che agisce il male. Ed è nel deserto che i padri sperimentano la furibonda fisionomia dei volti di satana, senza fisime intellettuali. L’intelletto, piuttosto, persuade a minimizzare l’azione del demonio: è il più intelligente tra i Karamazov a ordinare omicidi. La capacità organizzativa del demonio impedisce di avviarci verso l’insolito, di scorgere il miracolo, di dar credito al perdono. Per questo, Abba Antonio, sommo maestro di deserti, rovescia la questione fino al paradosso: “Se non avrà conosciuto le tentazioni, nessuno potrà entrare nel regno dei cieli. Togli infatti le tentazioni e nessuno sarà salvato”. Il monaco egiziano Poimen, invece, racconta di un praticante, Giovanni il Nano, ormai libero dalle passioni e dalle preoccupazioni; un anziano, ritiratosi in un eremo poco distante, lo rimprovera, perché il vero male è essere privati del male, “Va’, prega Dio perché la lotta torni a te… è infatti attraverso la lotta che l’anima progredisce”.

Il male, in fondo, è negarlo. Quanto al resto, ogni ipotesi sul demonio è fumosa, fatua, letale – l’ambiguità è il suo carisma. A noi non resta che incardinarci in un canto e uscire da noi stessi, per non essere nel possesso di alcuno.     

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