Una legge Zan non serve a niente

Il dibattito sul ddl è pessimo, appropriato a un provvedimento inutile. Ghettizzare gli omosessuali è un insulto. Non si cancella l’odio con la legge, ma proponendo azioni
Il dibattito sul ddl è pessimo, appropriato a un provvedimento inutile. Ghettizzare gli omosessuali è un insulto. Non si cancella l’odio con la legge, ma proponendo azioni

La legge Zan mette tristezza. Non tanto per il contenuto – sebbene contribuisca – quanto per la pessima qualità del dibattito in merito. Ad esemplificarlo basta il triangolo che ha ai vertici Fedez, Salvini e la dirigenza RAI, e dentro il tetragramma della fesseria. Che poi il noioso monologo di due comici noiosi, artisticamente brutto e ideologicamente banale, passi per opinione sovversiva lascia soltanto un grande, grandissimo rimpianto per Bill Hicks. La prima cosa da fare, allora, è dichiararsi estranei, se non alle posizioni politiche, certo alla povertà semantica con cui sono state espresse. Perché le scritte sulle mani sono imbarazzanti ma l’ostruzionismo della Lega trasuda confusione mentale, e di legge Zan, a favore o contro, si doveva parlare in maniera più intelligente. Proviamoci noi.

Elencando rapidamente, tanto per cominciare, alcuni fra gli argomenti insulsi che sono stati sollevati. Sostenere che il ddl Zan non sia una priorità è ridicolo: o è una buona legge, e allora va approvata, oppure non lo è, e non lo diventerà in tempi meno concitati. Inapplicabile la logica dei diritti individuali, che invece torna utile a sostenere altre rivendicazioni LGBT; piuttosto, è il contrario: la legge si propone di estendere l’ambito dell’articolo 604 bis del codice penale, che punisce reati d’opinione e dunque limita la libera espressione del pensiero – oggettivamente, a prescindere da ogni valutazione di merito. È paranoico ipotizzare un disegno universale finalizzato alla distruzione della famiglia, come ha fatto Simone Pillon – perché la famiglia è un’espressione geografica, alla Metternich, che riflette solo una particolare configurazione di potere nel paesaggio della società. Altrettanto paranoica, e anche totalitaria, è la visione dell’Italia come paese omofobico da correggere: le leggi repressive servono ad affrontare le emergenze, non a cambiare una cultura; e se invece ci sono solo manifestazioni di violenza occasionali, senza una matrice culturale diffusa che le legittimi, allora crolla tutta la narrazione dell’omofobia. C’è, invece, un argomento passato sotto relativo silenzio, e che avrebbe meritato più spazio perché fondato non sul chiacchiericcio ma sull’osservazione storica. La legge Zan è la legge Mancino estesa ad altre categorie considerate vulnerabili. Ci sono corollari, ma l’idea centrale l’abbiamo già vista applicare dal 1993. E non funziona. L’indagine confluita nel Quinto libro bianco sul razzismo in Italia ha rilevato, tra il 2008 e il 2020, quasi 7.500 casi fra violenze fisiche, attacchi verbali e altre forme di discriminazione razziale. Colpisce il fatto che la curva non sia in discesa, anzi mostri un picco nel biennio 2017-2018:

La spiegazione offerta dal testo sembra plausibile:

“Gli anni 2009 e 2018 sono i peggiori nel periodo considerato, almeno attraverso la lente del nostro osservatorio. Forse non è irrilevante l’analogia tra i toni, i temi e gli argomenti che hanno attraversato il dibattito pubblico sulle migrazioni in entrambi gli anni”.

Così, però, rimane aperta una domanda: perché, dopo trent’anni di repressione del razzismo, anche di quello puramente ideologico, inaugurati dalla legge Mancino, il primo partito del paese è la Lega? La Lega, ricordiamolo en passant, è il partito di Roberto Calderoli, condannato a diciotto mesi per diffamazione con aggravante razziale. Con la Lega si era candidato alle elezioni comunali Luca Traini, l’autore dell’attentato di Macerata. Matteo Salvini è stato rinviato a giudizio per sequestro di persona ai danni dei migranti soccorsi da Open Arms – e, per quanto discutibile sia la responsabilità penale, quella politica resta. Nondimeno, la Lega è stata al governo, lo è attualmente e, stando ai sondaggi, vincerà le prossime elezioni. L’analisi del collettivo Wu Ming, che di sicuro non può essere sospettato di simpatie destrorse, è impietosa:

“È del giugno 1993 la cosiddetta “Legge Mancino” (n.205/93) sull’istigazione all’odio razziale, che i giornali strombazzarono come “legge anti-naziskin” e sulla quale non pochi si fecero illusioni.

Uno sparuto drappello di scettici cercò di far notare che non sarebbe servita a nulla, perché mettere fuori legge parole ed enunciati equivale a cercare di fermare l’acqua con una forchetta […]. Altri osservatori andavano ancor più in là, dicendo che la legge avrebbe contribuito a peggiorare le cose, conferendo ancor più fascino maligno a naziskin e camerateria. […] Certamente la legge Mancino non è la causa principale di quel che accade oggi, però possiamo dire senza tema di smentita che:

1) non è servita assolutamente a niente;

2) la situazione è senz’altro peggio di com’era nel ’92-’93, con un’importante differenza: ieri i media amplificavano, oggi tacciono o al più minimizzano”.

Wu Ming 1

Wu Ming, almeno per questa volta, aveva ragione, e i dati successivi gli hanno dato ancora più ragione. Allora, se la legge Mancino è stata inutile, perché la sua copia in tinta arcobaleno dovrebbe avere destino migliore? Gli omosessuali italiani meritano un minimo di onestà: la legge Zan non li proteggerà. Al meglio, non cambierà niente; al peggio, rafforzerà le parti politiche che li discriminano. La legge Zan introduce aggravanti, cioè pene appesantite per reati che già esistono. L’idea che inasprire le pene faccia diminuire il crimine è una delle numerose credenze intuitive ma false – come il Sole che gira intorno alla Terra – ormai ampiamente smentite dagli studi. Per amor di brevità, citiamo solo la posizione del National Institute of Justice, l’agenzia di ricerca del Dipartimento di Giustizia americano:

“Le leggi pensate per ridurre il crimine concentrandosi principalmente sull’inasprimento della pena sono inefficaci, in parte perché i criminali non conoscono le sanzioni specifiche per i crimini. Pene più severe non correggono i condannati, e il carcere può aumentare la recidiva”.

È curioso che, quando si tratta delle “loro” vittime, la sinistra applichi la stessa logica punitiva, poliziesca della Lega. Logica comunque sbagliata, che si tratti di difendere i gioiellieri o gli omosessuali. Curioso che la sinistra si sia persa Beccaria per strada e adesso invochi la galera persino per i reati d’opinione, quando sappiamo benissimo che in Italia la galera crea più problemi di quanti ne risolva. Con il nostro tasso di recidiva alle stelle, è probabile che il reo entri odiatore, qualunque cosa voglia significare questo cretinissimo lemma, ed esca criminale vero. E sfioriamo appena il colossale problema giuridico del confine fra opinione e reato, già evidenziato dal fallimento della legge Mancino. Giusto un esempio. Nel 2016 la Cassazione dice che il saluto fascista è reato; nel 2018, sempre per la Cassazione, smette di esserlo; nel 2019 però gli ermellini ci rassicurano: è sempre un reato; dunque, sulla base di questo chiarissimo quadro giurisprudenziale, nel 2020 vengono assolti i manifestanti che commemorarono Sergio Ramelli con il saluto fascista. A parte i soliti personaggi da operetta che recitano la tragedia dell’umanità, per dirla con Karl Kraus, la questione è strutturale. I processi dell’Inquisizione, al di là delle leggende nere, non miravano tanto al rogo, quanto ad ottenere un’ammissione di colpa. Per gli stati etici è facile: la verità è evidente, e criminale è chi anche di fronte alla verità persiste nel suo errore. Gli stati liberali non hanno la categoria di errore, in senso ontologico, ma solo quella di illecito. Possono punire, ma non distinguere una volta per tutte le opinioni giuste da quelle sbagliate. Per quanto da sinistra provino, in pessima fede, a rassicurarci, non si arriverà mai ad una definizione precisa di cosa, nei fatti, costituisca incitamento alla discriminazione – non ci siamo arrivati in trent’anni di processi, del resto. Alla fine della fiera, una volta approvata la legge avremo una giurisprudenza ancora più incerta e macchinosa, pene severe che non funzionano come non hanno mai funzionato, restrizioni arbitrarie alla libertà di parola e, probabilmente, una radicalizzazione ulteriore delle posizioni estreme.

Ora, non potevamo aspettarci da figure politicamente lillipuziane come Alessandro Zan e soci idee davvero rivoluzionarie – per esempio, che il carcere è un’istituzione disciplinare vittoriana e andrebbe progressivamente smantellata, non agitata come spauracchio –, ma insomma, si sperava che almeno la sinistra non finisse per fare da specchio alla Lega. Solo che, a ben guardare, i partiti in Italia non hanno idee, nemmeno una: hanno solo elettori. Non riflettono nessuna filosofia politica, ma soltanto i desideri istintivi delle categorie che li votano – i gay, i commercianti, gli anziani, i fan di Fedez. Qui emerge la natura della legge Zan, e il motivo per cui è oggetto di scontro. Si tratta di una grande operazione di virtue signalling parlamentare, nient’altro. Che la legge serva a qualcosa è irrilevante, bisogna solo posizionarsi dalla parte pro-gay dell’emiciclo e agitare le mani – opportunamente tatuate con lo slogan – per farsi vedere bene. Poi certo, la parte pro-gay non è affatto pro-gay, perché gli omosessuali non ne trarranno alcun beneficio, ma basta la coreografia.

Eppure ci sarebbero cose da fare per contrastare la discriminazione in Italia. Non direttamente, con i processi e il carcere, ma nell’unico modo efficace: trattando gli omosessuali come tutti gli altri. Battaglie importanti: completa equiparazione delle unioni gay ai matrimoni, possibilità di adottare per le coppie dello stesso sesso. Solo così si può ridurre la distanza delle minoranze dal resto della società, e la riduzione delle distanze già rende le discriminazioni meno pensabili. La legge Zan punta in direzione opposta: c’è dietro una logica conservazionistica, che consegna gli omosessuali alla condizione perenne di specie protetta, vittime per vocazione difese solo da uno stato-Grande Fratello. Esattamente come la sinistra già tratta i migranti, sulla scorta della legge Mancino. Ma i codici penali non sono grimori con dentro le formule magiche per cambiare il mondo. Considerate gli Stati Uniti: la questione razziale viene dalla guerra di secessione, ha attraversato la stagione dei diritti civili, ha avuto anche i suoi martiri. Infiniti interventi legislativi, montagne di carte processuali. Eppure il razzismo in America è sistemico, persino endemico, ed esplode periodicamente in maniere molto più gravi che in Italia. Perché le intenzioni, buone o ipocrite che siano, non cambiano la realtà – la struttura, se perdonate il lessico marxiano. I neri, in media, guadagnano molto meno dei bianchi, non hanno accesso alle stesse opportunità di istruzione, non possono permettersi di abitare negli stessi quartieri o di ricevere le stesse cure mediche. Che si blateri fino a perdere la voce di uguaglianza, in America i neri non sono comunque uguali ai bianchi. In Italia i migranti non sono uguali agli italiani, perché se fanno gli schiavi nei campi non possono esserlo, a prescindere da quanti militanti di CasaPound la magistratura decida di mettere in galera. Le Malika di domani non saranno trattate meglio grazie alla legge Zan, perché in nessun modo la paura delle sanzioni può addolcire questi nuclei di brutalità. Allora smettiamola di mentire agli omosessuali, e a noi stessi: tutte le leggi contro l’odio spacciano la superstizione che l’odio si possa reprimere per legge. Un falso senso di sicurezza, lo stesso che ispira le ronde leghiste, gli sgomberi dei campi rom, l’assurdo tentativo di guarire i mali con gli stessi strumenti che li hanno creati:

“Non deporre il libro tu che leggi, uomo.

A qualcuno non manca un giaciglio per la notte,

il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,

la neve destinata a loro cade sopra la strada.

Ma con questo il mondo non cambia,

le relazione fra gli uomini per questo non migliorano,

l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine”

Bertolt Brecht

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