OGGETTO: Dalla pirateria allo Stato Pirata
DATA: 23 Gennaio 2024
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Dopo gli attacchi dei ribelli Houthi il mar Rosso cambia status: da mare aperto simbolo dell’Esodo ebraico a “hortus conclusus” per effetto dell’embargo imposto dalla frangia guerrigliera yemenita. Una sofferenza destinata a perdurare finché anche Gaza soffrirà. Uno scenario che appare inestricabile, sia dal quadrante occidentale sia da quello orientale.
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L’uomo ha una determinata coscienza del suo spazio, soggetta a mutamenti storici. Ogni forma di vita ha il suo spazio, in particolare quello che si definisce “spazio vitale”. Ed è per questo che i mutamenti storici sono principalmente mutamenti territoriali, di creazione o modifica di spazi all’interno dei quali si distribuisce la vita associata. In questo contesto dinamico, di successione di spazi sempre nuovi – perché nuove sono le esigenze di chi lo abita – si assiste a fenomeni di “aggressione” alle aggregazioni territoriali localizzate.

Uno di questi fenomeni è quello arcaico della pirateria. Il rapporto annuale dell’IMB (International Maritime Bureau) ha rilevato un aumento della pirateria e delle rapine a mano armata contro le navi: 120 incidenti segnalati nel 2023 rispetto ai 115 del 2022; abbordate 105 navi; tentati nove attacchi, quattro navi sono state dirottate e due sono state colpite da colpi di arma da fuoco in tutto il mondo.

L’attuale scenario internazionale impone di ripensare alcuni insegnamenti della scienza giuridica occidentale di fine Ottocento: l’importanza degli stretti; la conseguente importanza nel controllarli sia dal punto di vista geopolitico che di sicurezza; le implicazioni di una rotta o un’altra sui costi delle merci; la centralità del trasporto marittimo nel commercio internazionale; il ruolo delle assicurazioni e la valutazione del rischio; i costi di un mondo frammentato e sempre più conflittuale. Il mondo sviluppato si trova dunque alle prese con un problema storico: il blocco dei commerci come arma politica dei popoli in lotta contro l’egemonia israelo-americana, con le rotte di Suez come teatro della rivolta. Una perturbazione a lungo termine del traffico nel Mar Rosso avrà un impatto sui prezzi dell’energia, in particolare per i consumatori europei. Come nel 1956, quando lo scontro era tra Israele e il generale Nasser. O nel 1973, con la guerra dello Yom Kippur. Le compagnie Oocl di Hong Kong, Cma Ccm della Francia, Maersk della Danimarca, Hapag Lloyd della Germania e l’italo-svizzera Mediterrean shipping company (Msc), la più grande a livello mondiale, hanno annunciato una pausa dei loro traffici attraverso il Mar Rosso. Una scelta probabilmente pensata anche per mettere pressione sugli Stati Uniti e ottenere una maggiore protezione. Anche alla luce del fatto che l’occlusione, anche parziale di tali canali strategici, comporterà l’obbligo di circumnavigare l’Africa. Le navi mercantili, dunque, sono costrette a circumnavigare il continente africano passando per il Capo di Buona Speranza, allungando il percorso di circa 3000 miglia nautiche (ogni miglio nautico corrisponde a 1,852 km, per un totale di oltre 5.500 km in più).

Lo scenario apertosi pochi giorni fa si staglia nel quadro di una regione, il Medio Oriente, già bollente da est a ovest, dal versante israeliano -libanese a quello iraniano-siriano. L’irrisolta questione yemenita non aiuta certo le politiche di stabilizzazione dell’area, né da parte di paesi interessati alla costruzione di un blocco orientale forte ed equilibrato né da parte degli Usa e della Cina interessati, come attori globali, alla regolarità del traffico internazionale delle merci.

L’escalation nel Mar Rosso ha alimentato i timori di un allargamento del conflitto nella regione, con Turchia e Arabia Saudita a guidare il fronte di chi invoca moderazione, mentre il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha confermato la spaccatura tra le potenze pro o contro Israele nella guerra a Gaza. Stando al Rapporto del 2021 del Center for Strategic and International Studies, l’Iran ha fornito al gruppo yemenita armi e tecnologia per mine marine, razzi balistici e da crociera, e droni. Insieme a Hamas, a Hezbollah e alle milizie sciite in Iraq e Siria, oggi gli Houthi fanno parte del cosiddetto “Asse della Resistenza”, un’alleanza di forze armate yemenite sostenute dalla Repubblica islamica iraniana con doppia funzione: esterna o anti-occidentale per il controllo dei traffici commerciali e interna per l’egemonia in chiave anti-israeliana e anti-saudita per l’egemonia della regione mediorientale.

Dal 2014 gli Houthi controllano la capitale dello Yemen Sana’a con tutti i ministeri e la Banca centrale, oltre a vaste regioni del centro e del nord. Le regioni orientali dello Yemen sono invece da decenni dominio del qaidismo locale, lo stesso nel quale si era formato Osama bin Laden. Un paese dilaniato dalla guerra civile tra bande di miliziani dal 2011, dall’inizio della primavera yemenita con cui viene sbaragliato, anche grazie all’aiuto di questi combattenti di confessione zaydita il governo dittatoriale di Ali Abdallah Saleh. Deposto il dittatore lo Yemen vive da allora una lotta tribale tra pezzi contrapposti delle principali frange religiose armate. Si formano due blocchi: il governo sostenuto da Arabia Saudita, Emirati Arabi uniti e paesi occidentali a guida Hadi e la coalizione degli houthi sostenuta dalla repubblica iraniana.

Nonostante la tregua raggiunta nel 2022, la guerra israelo-palestinese ha risvegliato gli animi, facendo insorgere vecchi appetiti con l’avvio di lanci missilistici contro Israele e attacchi sistematici da parte dei ribelli al largo delle coste del mar Rosso. Questa strategia è certamente esterna, sostenuta dalla regia iraniana che dispacci americani riportano come principale paese del M.O. a vocazione universalizzante.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, che si è consultato con tutte le parti in guerra, ha parlato con il Consigliere senior del Ministro degli Esteri iraniano, Ali Asghar Khaji secondo fonti interne. Hanno discusso «della necessità di mantenere un ambiente favorevole a un dialogo costruttivo e a sforzi regionali concertati sostenuti per la pace nello Yemen».

Lo scenario appare inestricabile, sia dal quadrante occidentale sia da quello orientale. Nel caso gli Houthi non fermassero gli attacchi, gli Stati Uniti e la loro coalizione «potrebbero decidere di neutralizzare alcune posizioni dei ribelli», dice Chris Doyle, direttore del Counci for British-Arab Understanding. «Quando Gaza sarà sicura, il Mar Rosso sarà sicuro. Ma finché Gaza soffrirà, soffrirà anche il Mar Rosso» è quanto dichiarato dal negoziatore degli Houthi Mohammed Abdul Salam.

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Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio

Come e in che modo le parti riusciranno a convergere per tradurre le dichiarazioni di intenti in accordi di pace è un ragionamento nebuloso, oscuro, che poco spazio lascia all’ottimismo.

L’equilibrio regionale è fragile, soprattutto perché come negli altri scenari aperti a livello globale, si insinuano spinte interne ed esterne, in una logica contrappositiva che ricalca la dialettica schmittiana amico/nemico, dalla quale gli Stati sembrano non aver del tutto abbandonato.

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