Co-vip

Non bastano le sceneggiate del giornalismo nostrano, a martoriarci in periodo di pandemia c'è anche il circo barnum dei "vip": olimpionici annoiati, influencer, fessi generici del Grande Fratello. Istituzionalizzati come nuovi mitografi dei mentecatti.
Non bastano le sceneggiate del giornalismo nostrano, a martoriarci in periodo di pandemia c'è anche il circo barnum dei "vip": olimpionici annoiati, influencer, fessi generici del Grande Fratello. Istituzionalizzati come nuovi mitografi dei mentecatti.

Dice Pascal che gli esseri umani sono infelici perché non sanno stare senza far nulla in una stanza. Citarlo in tempi di lockdown significa tirare un rigore a porta vuota, ma il nostro filosofo prosegue a fare il punto:

Si immagini un re che abbia ottenuto tutte le soddisfazioni possibili. Se è senza divertimento, lì a considerare e riflettere su ciò che egli è, questa sua vacua felicità non lo sosterrà: cadrà necessariamente sotto la minaccia delle immagini di rivolte possibili, e poi della morte e delle malattie che sono inevitabili, e così se sta lì senza divertimenti, eccolo infelice, infelice più dell’ultimo dei suoi sudditi che giochi e si diverta.

Blaise Pascal

Pensate, allora, quanto dev’essere triste la condizione di un vip – very important person, dicono – senza tutto il circo equestre di comparsate in giro e pubblicità dell’acqua minerale, senza gli sciami di paparazzi tutt’intorno e le sconfinate gallerie Instagram a custodire, come musei dell’irrilevanza, la storiografia degli outfit serali. Il vip contemporaneo è una creatura coloniale, nel senso del corallo – composto dall’aggregazione di minuscoli celenterati tutti identici fra loro, cioè i follower. Togliamogli i follower e il vip, proprio come il sovrano secondo Pascal, si rende immediatamente conto di non esistere. Dobbiamo capirle, quindi, queste vittime del privilegio, se ci ammorbano con dettagli cretini; possiamo assecondarle pietosamente, come i parenti non trovano il coraggio di dire all’Enrico IV pirandelliano: guarda che sei ammattito. Grazie al Covid, poi, abbiamo ricevuto una promozione: prima eravamo psicologi demandati ad ascoltare le peggio scempiaggini del paziente, adesso siamo proprio medici curanti. Per esempio, Federica Pellegrini non ha più la febbre: bene così, stia al caldo, eviti di sforzarsi troppo e mangi leggero, mi raccomando. Preoccupa di più, con 37.4 di temperatura, la madre della Pellegrini – versione sanitaria del fratello di Parascandolo. Magari una tachipirina? 

Forse è ingiusto affondare nello stesso calderone quelli che, come appunto Federica Pellegrini, hanno fatto qualcosa prima di fare i vip, e gli autoreferenziali stile Chiara Ferragni, chi è famoso perché è famoso: ma è il sistema a produrre una sola narrativa. Olimpionici, influencer, fessi generici del Grande Fratello, belle ragazze in quanto tali, giornalisti in quanto Scanzi, politici con la passione per la Nutella: nel momento in cui si offrono alla scopofilia della folla diventano cloni. Un paradosso, se ci pensate: si suppone che qualcuno, per essere famoso, debba avere delle peculiarità. Invece no: se, nell’era delle rivistacce da parrucchiera, c’era almeno un filtro fra il vip-notizia e il lettore – una specie di gatekeeping lontano parente del giornalismo – con i social tutto scivola dal produttore al consumatore, e così arrivano al pubblico le vicende più insulse, meno caratterizzanti. Un carnevale della notiziabilità. L’ecografia vagamente splatter del nascituro di Fedez e consorte avrà senza dubbio un impatto emotivo sui genitori, ma per noi che guardiamo è trascurabile come le castagne di Salvini: la notizia, dunque, non sta nel contenuto, in ciò che accade, ma nell’atto stesso di raccontare. Un familismo amorale 2.0, il cui nucleo è costituito dal follower in ascolto più queste teste parlanti che sciorinano gli affari loro – e magari avessero la grazia di Kieslowski. Oltre c’è la verità complessa, quella che non si risolve nella fabula degli eventi messi in fila: ma il follower ha la sua famigliola e non gliene frega niente. 

È quasi un dovere, allora, che il vip faccia outing se prende il Covid. Chi lo segue se lo aspetta: altrimenti resta solo davanti alla storia, questo monolite di informazioni indecifrabili. Poi magari parlerà di virologia, politica ed economia, ma con il conforto della chiacchiera di condominio nel cuore, la prova che c’è dentro anche lui. Lo spettacolo, scrive Guy Debord, “è il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna”. E, in effetti, Debord ha detto tutto quello che val la pena dire sulla natura spettacolistica del capitalismo:

Nello spettacolo, immagine dell’economia dominante, il fine non è niente, lo sviluppo è tutto. Lo spettacolo non vuole realizzarsi che solo in se stesso. […] Nello stesso tempo ogni realtà individuale è divenuta sociale, direttamente dipendente dalla potenza sociale da essa plasmata. […] Ma lo spettacolo […] è il contrario del dialogo.

Guy Debord

Quando Giuseppe Conte arruola Ferragni e Fedez nella lotta contro gli smascherati, sta istituzionalizzando il vip in un ruolo sociale di mitografo dei mentecatti, uno che prende la nostra epoca, la mastica e poi la racconta nel modo più scemo possibile. È il sintomo di una malattia letteraria, più profonda di quella virale: nello spazio della narrazione, il Covid rimane piantato giusto a metà, una disgrazia banalissima, noiosa come le – proibite – riunioni di famiglia. Se vogliamo farne una farsa non viene fuori il cinismo tagliente di Bill Hicks ma l’ennesima delle schifezze di Vanzina. Se proviamo con la tragedia, il meglio è De Luca apocalittico e il peggio è la cartella clinica di Federica Pellegrini. “Non chiederci la parola”, che tanto risponde Fedez. 

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