Chiesa e coronavirus

La pandemia ci ha catapultati nell'epoca in cui il cristianesimo torna minoranza.
La pandemia ci ha catapultati nell'epoca in cui il cristianesimo torna minoranza.

Curzio Malaparte, nel marzo 1957, viene ricoverato a causa della malattia polmonare che infine l’avrebbe ucciso. Giordano Bruno Guerri ci descrive la sua stanza in ospedale, ingombra di

santini, una Madonna, statuette sacre, […] una foto del papa e una sua con Togliatti. […] una fila di cristi italiani e di buddha cinesi.

Se qualcuno gli domanda il significato di quella panoplia sincretica, Malaparte risponde “chi mi aiuta mi aiuta”. Più della possibile conversione in punto di morte, sulla quale i biografi non concordano, questa umiltà metafisica esemplifica il carattere del grande giornalista toscano, agnostico affascinato dal sacro, e anche l’anima dell’agnosticismo in sé. Che è solo l’antico, ellenico senso del limite applicato alla religione: ci sono cose che resteranno sempre inaccessibili alla ragione, riservate alla speranza e al sentimento.

L’aneddoto torna in mente alla luce del tweet pubblicato il 23 marzo scorso sull’account della Polizia di Stato: niente più che una preghiera rivolta a san Michele Arcangelo, patrono dei poliziotti, nel momento più critico dell’epidemia. Preghiera alla quale una ciurma di imbecilli risponde bestemmiando; altri imbecilli, più forbiti, invocando con scarsa cognizione di causa la laicità dello stato. Un piccolo momento ignobile, come tanti ne avvengono sui social: ma l’emergenza Coronavirus illumina plasticamente la particolare forma di secolarizzazione sviluppata, durante il secolo scorso, in Italia.

Perché la società italiana è secolarizzata. Lo è nei costumi, ovviamente, e anche nel panorama politico. Salvini, Meloni, persino Adinolfi, rivendicano una matrice cristiana, ma a conti fatti sono più in contrasto che in accordo col Magistero della Chiesa inteso nella sua interezza. La Chiesa stessa esercita una sorta di potere temporale, derivato dall’influenza accumulata all’interno di settori cardine – sanità, istruzione, mercato immobiliare – ma continua a perdere prestigio morale. Pare che papa Francesco sia troppo progressista per i conservatori e troppo conservatore per i progressisti, ma le critiche bipartisan che riceve riguardano la congiuntura storica più che il suo pontificato: l’epoca in cui il cristianesimo torna minoranza, nei termini già usati da Benedetto XVI. La secolarizzazione all’italiana ha, però, curiose connotazioni adolescenziali. Tanto nei bestemmiatori di Twitter quanto negli alti prelati dell’ateismo – pensiamo a Piergiorgio Odifreddi e al suo sorrisetto modello De Luca – si intravede la gigionesca esaltazione di quel ragazzino – ce n’è almeno uno in pressoché tutte le classi di liceo – appena scopertosi rivoluzionario. Rivoluzionario, però, nei confronti di un ordine che non esiste più: perché la battaglia è finita da un pezzo e chi pretende di costruire un’identità sulla scorta di battaglie già vinte è proprio il vero figlio del tempo nostro, per dirla con Gozzano.

La battaglia, da noi, si è vinta senza nemmeno combattere. Storicamente, i rapporti fra Italia e Santa Sede riguardano molto più la geopolitica che il cristianesimo. Mancano figure come Maximilien de Robespierre, animate dall’ambizione di ripensare integralmente i valori cristiani in chiave civile: Mazzini è di questa stoffa, ma la sua linea ideologica rimane marginale rispetto alla realpolitik di un Cavour a caso. In Italia, è risaputo, non si fanno le rivoluzioni perché ci conosciamo tutti: è emblematico, e desolante, che la cosa più simile alla rivoluzione che siamo mai riusciti ad approntare sia stato il fascismo. E infatti a Mussolini si deve quel capolavoro di diplomazia e viltà che è il Concordato del 1929. A un certo punto la Chiesa ha cominciato ad arretrare da sola, per stanchezza spirituale e sopravvenuta modernità: i referendum su divorzio e aborto fotografano questo declino, più che accelerarlo. 

L’immagine di papa Francesco che attraversa le strade deserte di Roma sarebbe evocativa, se ci fossero ancora occhi adatti a guardarla. Invece, rivela solo la distanza immane rispetto a un’altra immagine: quella di Pio XII fra la folla davanti alla basilica di San Giovanni, nella capitale bombardata dagli americani. Non che l’angelo con gli occhiali, figura ampiamente contestata per la sua accondiscendenza nei confronti di Hitler e Mussolini, fosse un papa migliore di Bergoglio: ma erano altri tempi, e la Chiesa raccoglieva l’autorità lasciata sul terreno dai poteri laici.

Oggi, nel mezzo di una crisi diversa, ma comunque grave, il vicario di Cristo ha ben poco da fare. Le chiese, che siano tecnicamente aperte o chiuse, rimangono comunque deserte; la Caritas si adopera per fronteggiare l’emergenza, ma il contributo passa quasi inosservato, sul piano mediatico, fra i team di medici arrivati da Cina e Cuba e la Polonia che blocca un carico di mascherine. Il Coronavirus è riuscito a fare di Giuseppe Conte, premier di comodo per una maggioranza dissolta da un pezzo, un politico persino rispettabile, che può permettersi di citare Winston Churchill: il papa, invece, scivola in un’irrilevanza impervia a qualsiasi tragedia. Non che sia scomparso il bisogno di conforto: le cartoline dei medici con le ali che cullano l’Italia, le canzoni dal balcone, il ruolo oracolare ormai rivestito da Burioni e colleghi – tutto dimostra che, anche nel 2020, a qualcosa bisogna pur aggrapparsi. Solo che, nel novero malapartiano del “chi mi aiuta mi aiuta”, non c’è più la Chiesa cattolica.

Roberto Burioni

Per chi osserva dall’esterno, senza fede né astio, l’impressione di finis Ecclesiae che aleggiava da tempo appare amplificata dagli eventi. Specularmente, sembrano ancora più squinternati gli anticlericali di mestiere, e bieca una trovata propagandistica come quella dell’UAAR, che non trova momento migliore per proporre, in buona sostanza, di abolire l’istituto dell’8×1000. Non si capisce quale sia, al di là dell’opportunismo, il nesso fra Coronavirus e una donazione volontaria a istituzioni religiose tramite la dichiarazione dei redditi. Ma soprattutto non si capisce la ragion d’essere dell’UAAR, che condivide con l’ANPI l’anacronismo senza nemmeno mettere in scena il folkloristico cosplay della Resistenza. Oggi più che mai, Maramaldo uccide un uomo morto. Forse perché la Chiesa serviva ad altre tragedie, più grandiose, barocche: la peste nera, le guerre mondiali. Le nostre disgrazie scivolano, invece, dal tragico al grottesco, e poi la tarda modernità capitalista, che necessariamente cannibalizza l’Altro, non può aver bisogno di quell’Altro per eccellenza che è Dio. Scrive Chuck Palahniuk:

La nostra generazione non ha avuto la Grande Guerra, e nemmeno la Grande Depressione. La nostra guerra è spirituale. La nostra depressione sono le nostre vite.

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