Contro il capitalismo

In un paio di discorsi di memorabile ferocia, Hugo Chavez si scaglia contro il sistema capitalista, il dominio dei ricchi, Obama, il Nobel per la pace che fa la guerra
In un paio di discorsi di memorabile ferocia, Hugo Chavez si scaglia contro il sistema capitalista, il dominio dei ricchi, Obama, il Nobel per la pace che fa la guerra

Discorso agli studenti di economia sociale dell’università di Aragua, 8 maggio 2009

L’economia a-sociale, o non-sociale, è precisamente l’economia capitalista. Perché? Perché distrugge la società, va contro i valori della società, contro l’esistenza stessa della società, contro i valori etici della società, che deve essere fondata sull’uguaglianza, sulla giustizia, sulla vita, sulla dignità di ogni persona.

Sotto il capitalismo, il rispetto della vita di tutti, della dignità di tutti, è impossibile. Lo diceva anche Aristotele, molto prima di Einstein, nel suo Trattato dei governi, che un sistema – non si parlava all’epoca di capitalismo o socialismo – nel quale una minoranza si arricchisce e si appropria dei benefici che spettano a tutti, e che abbandona la maggioranza alla miseria, è una società invivibile. Non è più una società, perché conduce alla guerra per la sopravvivenza. Ed è questa, se così possiamo chiamarla, la società capitalista: una società che finisce per essere violenta e inumana. Pertanto non è realmente una società, è un’altra cosa, è dove regna la legge della giungla. Si salvi chi può! In questo tipo di società, impera, o finisce per imperare, la legge della giungla. È il più forte che sopravvive, imponendosi sui corpi dei più deboli.

È da lì che parte tutta la tesi politica del capitalismo, la tesi politica del socialismo e della rivoluzione. Da lì tutta la tesi politica della lotta di classe, la storia della lotta di classe per la ricerca di una società di uguali, dove non ci siano oppressi né oppressori, dove non ci sia sfruttato né sfruttatore, ma dove tutti siano liberi e uguali. E questo si otterrà soltanto quando la società sarà pienamente socialista. Questo è l’unico cammino, non ce ne sono altri.

Intervento al vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici, 16 dicembre 2009

Signor Presidente, signori, signore, eccellenze, amiche e amici, prometto che non desidero parlare più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedentemente discusso dalle delegazioni di Brasile, Cina, India e Bolivia; noi chiedevamo la parola, però non ci è stato possibile prenderla. Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo il mio saluto al compagno, Presidente Evo Morales, qui presente, Presidente della Repubblica di Bolivia. Fra le altre cose, la rappresentante ha detto quel che segue, ne ho preso nota: il testo presentato non è democratico, non è inclusivo. Ero appena arrivato e ci stavamo sedendo, quando abbiamo sentito la Presidente della sessione precedente, la Ministra, affermare che era in arrivo da queste parti un documento, che però nessuno conosce. Io ho chiesto del documento, ancora non lo abbiamo, e credo che nessuno sappia nulla di questo documento segreto. Adesso, certo, la collega boliviana l’ha detto: «Non è democratico, non è inclusivo». Ma, signore e signori, non è precisamente questa la realtà di questo mondo? Siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è inclusivo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico, di rappresentativo dal sistema mondiale attuale? Quella che stiamo vivendo su questo pianeta è una dittatura imperiale, e da qui continuiamo a denunciarla: abbasso la dittatura imperiale! E lunga vita ai popoli di questo pianeta, alla democrazia e all’uguaglianza! E questo che vediamo qui è il riflesso di ciò: esclusione.

Esiste un gruppo di Paesi che si crede superiore a noi del Sud, a noi del Terzo mondo, a noi, i sottosviluppati, o come dice il grande amico Eduardo Galeano: noi, i Paesi sopraffatti come da un treno che ci ha travolto nella storia. Quindi non ci dobbiamo stupire per questo, non ci stupiamo. Non c’è democrazia al mondo e qui, una volta ancora, ci troviamo di fronte a una poderosa evidenza della dittatura imperiale mondiale. […] Ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti, alcune proteste intense, qui per le strade di Copenaghen, e desidero salutare tutta questa gente che sta fuori, in larga parte composta da giovani. Sicuramente sono giovani preoccupati, credo a ragione, molto più di noi, per il futuro del mondo. La maggior parte di noi che siamo qui, ha già il sole alle spalle, loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati. Qualcuno potrebbe dire, signor Presidente, che un fantasma si aggira per Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx. Un fantasma si aggira per le strade di Copenaghen, e credo che questo fantasma vaghi in silenzio per questa sala, proprio qui vaga, fra di noi, si introduce fra noi, passa per i corridoi, sbuca dal basso, sale. Questo fantasma è un fantasma spaventoso, che quasi nessuno vuole nominare: è il capitalismo questo fantasma che quasi nessuno vuole nominare. È il capitalismo. […]

Stavo leggendo alcuni cartelli in strada e penso che le frasi di questi giovani, alcune di queste le ho sentite quando sono venuti qui quel ragazzo e quella ragazza. Ho preso nota di alcune di esse e, fra le tante, ho trovato due poderose indicazioni. La prima: “Che non cambi il clima, che cambi il sistema!”. Ed io la prendo come nostra. Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema e, di conseguenza, cominceremo a salvare il pianeta. Il modello di sviluppo distruttivo del capitalismo sta mettendo fine alla vita, minaccia di distruggere definitivamente la specie umana. E il secondo invito alla riflessione è molto a tono con la crisi bancaria che ha percorso il mondo e continua a colpirlo, e con il modo con cui i Paesi del Nord ricco hanno soccorso i banchieri e i grandi gruppi bancari; degli Stati Uniti, addirittura, si è persa la cifra – che è astronomica – spesa per salvare le banche. Dicono questo per le strade: “Se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato!”. E credo che questa sia una verità. Se il clima fosse una banca capitalista fra le più grandi, i governi ricchi l’avrebbero già salvato. Credo che Obama non ci sia arrivato, ha ricevuto il premio Nobel per la pace quasi nello stesso giorno in cui mandava altri trentamila soldati ad ammazzare innocenti in Afghanistan, e ora viene a presentarsi qui con il premio Nobel per la pace, il Presidente degli Stati Uniti! Però gli Stati Uniti possiedono la macchinetta per produrre banconote, per produrre dollari, e hanno salvato, sì, credono di avere salvato, le banche e il sistema capitalista. Bene, lasciando da parte questo commento, che io desidererei riprendere più in là, stavamo alzando la mano per stare al fianco del Brasile, dell’India, della Bolivia e della Cina nella loro interessante posizione, che il Venezuela e i Paesi dell’Alleanza Bolívariana condividono con fermezza. Tuttavia non ci è stato concesso di parlare, per cui, Presidente, non mi conteggi questi minuti, la prego. […] Ho avuto il piacere di conoscere questo scrittore francese Hervé Kempf, di cui raccomando questo libro, lo raccomando, Come i ricchi distruggono il pianeta. Per questo avvenne che Cristo disse: «Sarà più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli!». Questo lo ha detto Cristo, nostro Signore. I ricchi stanno distruggendo il pianeta. Forse pensano di andarsene in un altro quando hanno distrutto questo? Preparano dei piani per andarsene in un altro pianeta? Finora non ne abbiamo visto nessuno all’orizzonte della galassia. […]

Il conservatorismo politico e l’egoismo dei grandi consumatori dei Paesi più ricchi denotano una grande insensibilità e una mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con coloro che sono più vulnerabili alle malattie, ai disastri naturali. Signor Presidente, è indispensabile un nuovo e unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per le dimensioni dei loro contributi e le capacità economiche, finanziarie e tecnologiche, e che si basi sul rispetto illimitato dei principi contenuti nella convenzione. I Paesi sviluppati dovrebbero stabilire dei compromessi vincolanti, chiari e concreti per la diminuzione sostanziale delle loro emissioni e farsi carico di obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica dei Paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del cambiamento climatico. In questo senso, la specificità degli Stati insulari e dei Paesi meno sviluppati dovrebbe essere pienamente riconosciuta.

Signor Presidente, le variazioni climatiche non sono l’unico problema che affligge oggi l’umanità, altri flagelli e ingiustizie ci insidiano: il divario che separa i Paesi ricchi da quelli poveri non smette di crescere, malgrado tutti gli obiettivi del millennio, il vertice sul finanziamento di Monterrey, nonostante tutti questi vertici, come ha detto qui il Presidente del Senegal denunciando una grande verità. Promesse e promesse cadute nel nulla e, intanto, il mondo continua la sua marcia verso la distruzione. Il reddito complessivo delle cinquecento persone più ricche del mondo è superiore alle entrate dei quattrocentosedici milioni di persone più povere; i duemilaottocento milioni di persone che vivono nella povertà, con meno di due dollari al giorno e che rappresentano il quaranta percento della popolazione globale, ricevono solo il cinque percento delle entrate mondiali. Oggi, muoiono ogni anno nove milioni e duecentomila bambini prima di raggiungere il quinto anno di vita e il novantanove percento di queste morti ha luogo nei Paesi più poveri. La mortalità infantile è di quarantasette morti per mille nati vivi, però nei Paesi ricchi è solo del cinque per mille. La speranza di vita nel pianeta è di sessantasette anni, nei Paesi ricchi è di settantanove, mentre in alcune nazioni povere è soltanto di quaranta anni. Per giunta, esistono mille e cento milioni di abitanti che non hanno accesso all’acqua potabile, duemilaseicento milioni privi di servizi sanitari, più di ottocento milioni di analfabeti e più di mille milioni di persone affamate, questo è lo scenario mondiale. E ora, la causa, qual è la causa? Parliamo della causa, non evitiamo le responsabilità, non evitiamo la profondità di questo problema. La causa, senza dubbio, torno al tema di questo disastroso panorama, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e del suo modello incarnato: il capitalismo.

Hugo Chavez

*Si pubblica un estratto da: Hugo Chavez, “Discorsi al popolo”, Gog, 2021

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