Censuriamo tutto!

La censura è l’unico strumento che abbiamo per fare in modo che le cose tornino ad avere importanza, per fare in modo che un articolo di giornale, un’opera d’arte, un libro, una frase ben calibrata contino davvero qualcosa, possano esercitare una reale influenza sul nostro occhio ormai indifferente a tutto.
La censura è l’unico strumento che abbiamo per fare in modo che le cose tornino ad avere importanza, per fare in modo che un articolo di giornale, un’opera d’arte, un libro, una frase ben calibrata contino davvero qualcosa, possano esercitare una reale influenza sul nostro occhio ormai indifferente a tutto.

L’Italia, tra tutti i paesi censiti, è al 76° posto per la libertà di stampa. A nostro avviso siamo ancora troppo liberi per poterci definire una società civile. Un popolo serio dovrebbe scendere in piazza a manifestare per l’istituzione immediata di un grande Ministero della Censura. Tutti noi dovremmo pretendere la censura di tv, radio, case editrici, giornali, social network, siti internet – Wikipedia per primo, ma anche quello che state leggendo in questo momento – agenzie di comunicazione, e con loro giornalisti, scrittori, influencer, opinionisti, divulgatori, preti, cantanti, e tutti quegli artisti di vario genere che, come dice Conte, «ci fanno tanto divertire e tanto appassionare». Non si può dare torto in fondo, al nostro Premier, perché gli artisti, da quando sono liberi, da quando la libertà li ha disorientati, si sono impigriti, attaccano banane al muro, fanno performance, flash mob, murales, ci fanno un po’ divertire e nulla più. Così pure i giornalisti. La libertà di stampa, e di espressione in generale, hanno permesso a tantissimi giornalisti e scrittori senza talento di fare carriera. Con la censura solo i migliori riuscivano ad eluderla. Adesso, invece, tutti gli operatori del mondo editoriale sono diventati dei copywriter, o meglio i pubblicitari delle proprie opinioni, per lo più sottopagati – alcuni fino a 3 euro per ogni mille parole – tanto che, per portare a casa lo stipendio, o la visibilità (ma le due cose sono sempre più correlate), invece di riflettere sulla realtà che li circonda passano intere giornata a individuare i trend di Google per inseguire la notizia del momento, e quindi le parole chiave che devono ricorrere con maggior frequenza nel pezzo, di modo che venga ottimizzato dai motori di ricerca, divenendo virale. Queste parole chiave dovranno comparire possibilmente all’inizio di ogni paragrafo, così vuole il Seo, un sistema algoritmico che detta il “canone poetico” della scrittura digitale. È lui il vero editore di ogni testata. Tutto ciò che leggiamo quotidianamente, a partire dai titoli dei giornali, è il frutto di un lavoro perverso dove la libertà del giornalista equivale alla possibilità di scrivere solo ciò che il suo pubblico vuole, o meglio, ciò che è in grado di leggere. Si tratta di rimestare nel già detto, di creare la spazzatura virtuale per cui prima o poi dovremo preoccuparci di adibire dei server appositi a fare da discarica. E noi ogni giorno per non impazzire siamo obbligati a fare la raccolta differenziata anche con le informazioni. A separare l’organico dalla plastica e così via.

Tensioni di tensioni di frustrazioni si manifestano,
nel nostro seme si nascondono,
si riproducono germi di desideri infetti

Franco Battiato

Quindi censuriamo tutto. Pretendiamo un mondo senza più i titoli defecati di Libero, quelli pornografici del Tempo, quelli melensi e pedagogici di Internazionale, quelli sintetici e supponenti del Manifesto, censuriamo Mario Giordano e Fabio Fazio, pretendiamo un mondo finalmente silenzioso, privo di narrazioni usa e getta, a obsolescenza rapida, un mondo senza il chiasso di questa grande festa immobile dove l’informazione diventa intrattenimento e l’intrattenimento informazione, dove la cultura diventa di massa senza che la massa per questo si acculturi. Un mondo senza più interruzioni pubblicitarie, senza pop-up, swipe-up, cartelloni, cookie, manifesti, like, trend, audience, dove finalmente non saremo più a conoscenza del surriscaldamento globale, dello scioglimento delle banchise, dei prodotti che potrebbero piacerci, dei morti da polmonite in Kenya, dell’estinzione dei panda e delle guerre che si svolgono in paesi che non vedremo mai e che coinvolgono persone che non conosceremo mai. Censuriamo tutto. Gli articoli, i servizi, i post indignati!!1!1!!! dei nostri conoscenti, le mostre fotografiche, i vernissage, le pubblicità progresso.

Censurare non vuol dire privare le persone della conoscenza, ma concedere loro il diritto di non essere subissati di informazioni parziali e approssimative, di infarinature generiche su questo o quell’argomento, ma soprattutto il diritto di non farsi un’opinione: un’opinione che oggi non serve più a collocarci in un orizzonte politico attivo, ma a segnalarci all’interno di un target al quale un’impresa potrà rivolgere la propria offerta. Quando scoppierà una guerra a 7mila chilometri di distanza da noi, godremo del diritto di non esserne al corrente, di non dover prendere una posizione, di non dover attivare la nostra macchina emotiva che aiuta ben poco il popolo in guerra. A quel punto potremo tornare a occuparci del nostro quartiere, anzi del nostro condominio, finiremo per curare le orchidee negli androni, saluteremo i nostri vicini, che scopriremo perfino simpatici, e poi il giovedì andremo tutti insieme in edicola a comprare la «Settimana Enigmistica», l’unica rivista autorizzata, e sarà un giorno di festa. Quando ci vedremo al Bar, la domenica, e qualcuno ci chiederà la nostra opinione sul virus, sulla scienza, sull’ultima riforma, sul caso tal dei tali, sul ruolo della Cina nel mondo, noi potremo dire, in tutta onestà: mi spiace ma non ne ho idea – senza per questo vergognarcene. Anzi tutti e due saremo un po’ sollevati dall’immediato cessare di quella conversazione, risparmiandoci l’un l’altro quel dialogo-monologo dove ogni tesi è autistica, sempre incerta e traballante, ogni asserzione nasconde un abisso di analfabetismo, ogni verità è rovesciabile in menzogna. Chi ha posto la domanda, sentendosi un po’ in colpa, offrirà il caffè e parlerà delle orchidee.

Qualcuno dirà che questo progetto è qualunquista, disimpegnato, cinico. Niente affatto. Chi vorrà informarsi su qualcosa, invece della generica rassegna su Google, invece di leggere il titolo di un articolo, spesso condito, pompato, pepato in modo da catturare l’attenzione di un lettore già emotivamente saturo di contenuti che non riesce più chiaramente a collocare in uno spazio mentale, sarà costretto a leggersi trattati, saggi, opuscoli, ad andare sul posto, a fare ricerche approfondite. Quanti vorranno fare battaglie politiche dovranno organizzarsi seriamente, allestire stamperie clandestine con presse a caratteri mobili, sporcarsi le mani, distribuire volantini, scendere in piazza con il timore di essere arrestati, e in caso farsi persino sparare dalla nuova Ovra democratica. E noi, invece di condividere un articolo su facebook millantando un impegno civile che soddisfiamo ed esauriamo con un click, ci potremo girare dall’altro lato tornando alle nostre orchidee, oppure faremo di quegli uomini dei martiri, e ci uniremo a loro, abbracceremo la causa rivoluzionaria, stavolta sul serio.

Truffaut, Fahrenheit 451

La censura è l’unico strumento che abbiamo per fare in modo che le cose tornino ad avere importanza, per fare in modo che un articolo di giornale, un’opera d’arte, un libro, una frase ben calibrata contino davvero qualcosa, possano esercitare una reale influenza sul nostro occhio ormai indifferente a tutto, abbiano un ruolo, un potere, un significato, che non facciano sbadigliare come oggi fa persino Banksy, divenuto zuccheroso al limite dell’insopportabile. Censuriamo, censuriamoci, aboliamo tutto ciò che è facile, morbido, strillato, subito chiaro, provvisorio, facciamo in modo che l’arte esca, come dice Ian F. Svenonius nel suo libro Censura subito!!! (Not), «dal suo gulag teorico di assoluta impotenza e irrilevanza». Un’arte libera, un giornalismo libero, una televisione libera dovrebbero offendere chiunque lavori in questi ambiti:

«L’arte e la cosiddetta “espressività” devono subire la minaccia della censura affinché ci siano i mezzi e la volontà di renderle più forti. Se l’arte vuole riguadagnarsi il proprio posto nel mondo ha bisogno di sentire lo spettro dei manganelli e dell’oscuramento».

Ian F. Svenonius

Noi vogliamo essere censurati. E rallegriamoci, allora, quando i vari guru dei social network affilano i coltelli della censura. Ben vengano la rimozione dei contenuti, le regole della community (anche se ancora troppo vaghe), le liste di proscrizione, la chiusura di profili e pagine, le commissioni di vigilanza, gli agenti di controllo. Che ci indichino come nemici. Che facciano vedere a chi indirizzano il loro odio. Questo sarà già un inizio, il primo passo di un processo che va accelerato il più possibile e che deve rendersi manifesto in una versione molto più hard, per fare in modo che la retorica della convivialità sui social cessi all’istante, per fare sì che la megamacchina social-divertentistica si arresti, questa bestia che divora tutto. Arriverà il giorno in cui, per avere un’opinione, e per farla valere, ci sarà bisogno di coraggio, pazienza e una certa dose di audacia. E se non aspettiamo questo giorno per una questione puramente idealistica, auspichiamo il suo avvento anche solo per vanità, se preferiamo, perché dove c’è la censura, se non altro, come diceva qualcuno, possiamo essere certi che almeno una persona sarà costretta a dover leggere, e prendere sul serio, quello che scriviamo.

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