La Donna-Oggetto

Da Kamala Harris a Marta Cartabia, quante volte abbiamo sentito che “è il momento di eleggere una donna”? Sfatiamo una patetica ipocrisia
Da Kamala Harris a Marta Cartabia, quante volte abbiamo sentito che “è il momento di eleggere una donna”? Sfatiamo una patetica ipocrisia

Che cosa serve, quando c’è da fare un po’ di pulizia? Una donna. Può sembrare la solita battuta sessista, ma pensateci. In questo momento storico, se c’è bisogno di fare bella figura – anzi, soprattutto se c’è bisogno di rimediare a qualche figuraccia –, allora ci si ricorda della Donna e si ricorre a lei, perché aiuti a mettere ordine.

Vediamo qualche esempio. Il Quirinale? Sì, vabbè, ci sarebbe Draghi: ma non è ancora chiaro se alla fine accetta – e comunque se resta ancora un po’ a fare il Presidente del Consiglio, è tanto meglio per tutti. Mattarella non ne vuole sapere di ricandidarsi, per cui niente. Sì, poi c’è Berlusconi, che non sogna altro: ma, oggettivamente, qualche difficoltà esiste. La nostra Costituzione – che quando fa comodo è la-più-bella-del mondo – non gli impedisce in alcun modo di candidarsi, e nemmeno di essere eletto. Però un Presidente che parte così da dietro, in termini di autorevolezza rispetto a tutte le parti politiche, non lo si è mai visto nemmeno qui. C’è anche qualche cavallo di ritorno che scalpita di nascosto, tipo Casini (anche se, personalmente, dovessi scommettere su chi la spunta alla fine, io metterei due eurini su Amato). In questa bella matassa, il politico e la politica à la page ripetono a pappagallo una frase che fa tanto innovativo ripetere: è il momento di eleggere una donna.

Nulla da obiettare, in proposito. Ma come mai, di preciso? Ma è ovvio: perché bisogna dare un segnale. Un segnale di cosa, più nello specifico? Di rinnovo, di pulizia. Eccola, la pulizia. Chiarissimo. Le solite spiegazioni che non dicono niente, ma garantiscono la prima pagina e l’aura di quello che sa che bisogna sempre essere assolutamente moderni (Rimbaud docet, in netta antitesi rispetto al più prosaico avvocato Covelli, quello di “moderno un par de palle!”). E quindi, quando intervistati, tutti fintamente tifosi di Marta Cartabia, perché darebbe un segnale in quanto donna. (E comunque lode sempiterna e sincera a lei, che davvero sta facendo il possibile per tentare di ridare qualche dignità al Ministero della Giustizia, quello dove stava Bonafede, alias Fofò Diggei. Lo so che fare meglio di Bonafede può sembrare un ti-piace-vincere-facile-bonci-bonci-bon-bon-bon, ma chi ci giura che un improvviso rimpasto di governo non possa condurre, chessò, Toninelli alla Giustizia? Non si può mai dire, se ne sono viste tante).

Altro esempio. Diciamo che alla Juventus hanno di nuovo qualche casino, tra inchieste sulle plusvalenze, figuracce da Superlega, risultati scarsini sul campo e perdite secche in Borsa? Tutti i giornali subito giù a scrivere che John Elkann sia prontissimo a silurare il cugino. Vere o no che siano queste voci, si inseguono prepotenti le proposte su chi potrebbe sostituire Andrea Agnelli: e forse questa volta sarebbe il momento di una donna. Nobilissimo intento – anche perché quello di Presidente della Juventus è uno dei pochi posti ancora mai occupati a Torino da Evelina Christillin –, ma rimane la domanda: perché? E la risposta è sempre la stessa, un po’ sconfortante: il segnale da dare, eccetera. Insomma, non sembrano esserci ragioni di vera stima, di reale convinzione che una donna possa realmente fare meglio. L’unica cosa che conta è questo benedetto segnale. Il punto non è la sostanza – ma il simbolo. Se volete, è la solita storia per cui si cambia tutto per non cambiare un accidenti. Altro che l’interesse per le donne.

(In ogni caso, è fin troppo ovvio notare che – in generale – non è affatto detto che una donna, di per sé, possa fare meglio di un uomo: ci sono gli stupidi, ci sono anche le stupide. Non facciamo preferenze e applichiamo i fondamenti primi di misantropia, e non di misoginia: ammettiamo dunque che una donna può fare le cose male almeno quanto un uomo, visto che è sua pari).

Prendiamo ancora il caso di Kamala Harris. Utilissima a Biden in campagna elettorale – una vicepresidente donna, afroamericana e anche un po’ asiatica: ma si può dare segnali più forti all’esterno? –, è finita rapidamente a navigare in pessime acque. Normale che venga attaccata dai repubblicani (è appena naturale, è il classico gioco delle parti), ma il fatto è che la poveretta non va fortissimo nemmeno tra i quelli che dovrebbero essere i suoi sodali democratici. Anzi. Il suo staff è diventato una polveriera di dimissionari, lei stessa colleziona una gaffe mondiale dietro l’altra (dall’invito agli immigrati a non andare negli USA fino agli shopping un po’ troppo disinvolti durante i suoi viaggi ufficiali – si apprende dalle cronache che in Francia sia riuscita a spendere ben più di due lirette in piatti). Insomma, non si fa che leggere che la sua popolarità ha indici più bassi dei peggiori tra i repubblicani. E dire che per i democratici sembrava la donna più accattivante su cui puntare, giusto un passo sotto Michelle Obama (lei è ancora più cool, bisogna conservarla per il futuro). Il suo dovere in effetti l’ha fatto: il segnale è stato dato e i voti per eleggere Biden sono arrivati anche grazie a lei. Solo che adesso c’è da governare sul serio, non basta più fare campagna elettorale. C’è da fare quella cosa per cui si sono chiesti i voti, vale a dire esercitare il potere. E la vicepresidenza USA, da sempre, è un ruolo balordo: si può fare poco in positivo, ma si possono provocare moltissimi guai. I democratici i voti della Harris li hanno incassati, ora fanno tutti i giorni il conto dei danni dalla stessa provocati. Per cui, se quella naufraga, tanto meglio. Anzi, magari le daranno pure una spintarella per levarsi di bordo, alla prossima tempesta. Si troveranno altri segnali da mandare all’elettorato – si troveranno altre donne.

In questa vulgata, merito e capacità sono accessori di secondo piano: conta l’effetto pubblicistico. Il simbolo, come si diceva. Conta finché si pensa di poterlo controllare, come nel caso della Harris, perché poi se uno si ritrova a fare i conti con Margaret Thatcher o Angela Merkel – ma sono solo esempi –, allora le cose cambiano. Quelle sono andate al potere perché avevano le capacità per riuscirci – e soprattutto per restarci. Nessun segnale a nessuno: hanno comandato per vari anni nazioni importanti, svolgendo il loro ruolo senza fare tante storie. Loro i segnali li hanno mandati all’Unione Sovietica e alla Russia – ma erano segnali tutti diversi.

Quando si sente dire in quel posto mettiamoci una donna che così diamo un segnale, allora si va sul sicuro. Perché allora è certo che si tratta né più né meno che della solita vecchia storia della donna-oggetto (e mica sono donne-oggetto solo quelle ammiccanti delle pubblicità). In questo contesto, si tratta di un sillogismo bello e buono: la Donna è un Simbolo, il Simbolo (in fondo) è un Oggetto, la Donna è un Oggetto. Che serve, serve moltissimo, soprattutto di questi tempi. C’è bisogno di distrarre per rifarsi il trucco e darsi una parvenza di accettabilità? Ecco che vi diamo una donna. Bel segnale, no? Vorrete mica prendervela con uno che è così moderno, up-to-date, progressivo, progressista, open-minded da proporre una donna per un ruolo di potere?

Questa storia del segnale è più che sospetta, dunque. Si tramanda questa battuta di Ginger Rogers (per i più giovani: quella che ballava con Fred Astaire – e se ancora non vi basta, consultate Wiki):

“Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”.

Ecco: bisogna danzare, non mandare segnali. Andando all’indietro e sui tacchi alti, se necessario. Brava chi ci riesce. I segnali li trasmettono quelle che non sanno danzare, ma che vorrebbero tanto essere capaci a farlo, per stare loro al centro della scena. I segnali li mandano quelli che devono rifarsi la faccia che hanno perso – di solito, a parole dette in pubblico, sono i più entusiasti sostenitori dei diritti delle donne.

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