Brigitte Bardot l'italiana

Non tutti sanno che il mito di Brigitte Bardot nasce sotto un sole tutto italiano, in un'estate lunga trent'anni, fatta di incontri, film, amori indimenticabili. Allora sfogliamo "Brigitte Bardot. Un'estate italiana", ultima fatica di Mauro Zanon appena pubblicata con GOG Edizioni, e andiamo indietro nel tempo: a quelle calde estati che resero immortale la diva parigina.
Non tutti sanno che il mito di Brigitte Bardot nasce sotto un sole tutto italiano, in un'estate lunga trent'anni, fatta di incontri, film, amori indimenticabili. Allora sfogliamo "Brigitte Bardot. Un'estate italiana", ultima fatica di Mauro Zanon appena pubblicata con GOG Edizioni, e andiamo indietro nel tempo: a quelle calde estati che resero immortale la diva parigina.

La villa si aggrappa al promontorio, sola di fronte al Mediterraneo e rossa come la bandiera della Repubblica Popolare Cinese, cui il defunto proprietario l’ha lasciata in eredità da ultima delle sue bizzarrie. E sul terrazzo che fu di uno degli scrittori più amati dalla Francia post-bellica, è adagiata la diva parigina che più di tutte ha liquefatto gli occhi degli spettatori nelle sale cinematografiche di mezzo mondo. È sdraiata supina su un accappatoio giallo, nuda di purezza fanciullesca e con le sole natiche coperte da un libro che recita, maliziosissimo, “Entrez sans frapper”: entrate senza bussare. Tra pochi mesi un proiettile sparato da un vecchio fucile italiano ucciderà JFK, tra cinque anni il Maggio francese aizzerà la Contestazione, ma tutto ciò è di là da venire. È estate a Capri, e a Villa Malaparte Jean-Luc Godard sta girando Le Mépris (Il disprezzo), tratto dal romanzo di Alberto Moravia, e di fronte al co-protagonista Michel Piccoli, ad alcuni metri di deferenza, se ne sta lei: Brigitte Bardot.

Più che la scena di un film, questo è forse il più fedele ritratto estetico e morale di ciò una donna ha rappresentato per milioni di persone. BB fu più di una semplice diva degli anni ’50 e ‘60, come altre ve ne furono e di non meno imponenti, a cominciare da Sophia Loren, Anita Ekberg, Gina Lollobrigida e Audrey Hepburn. Brigitte Bardot fu un’icona nell’etimo del termine, tanto da essere definita da Jean Cocteau “la dea di cui aveva bisogno un’epoca priva di dei”. Il misticismo erotico stillato da ciascun centimetro della pelle di BB è ben evocato da Mauro Zanon in Brigitte Bardot. Un’estate italiana, appena pubblicato da GOG Edizioni, un brillante richiamo di un’epoca frizzante e di una donna inconsapevolmente superba, entrambe sfiorite dagli anni. Il volume è impreziosito dalla prefazione di Giampiero Mughini, bardolatra di dichiarata fede, e dagli irresistibili bozzetti di Milo Manara. Proprio Mughini ci mette a parte di quel che BB fu di più e di diverso dalle altre, ossia

Una che aveva insegnato alle donne la gloria del proprio corpo.

Giampiero Mughini

Niente meno che Simone de Beauvoir, l’inauguratrice del femminismo europeo, dedicò a BB un saggio (pubblicato in Italia da Roberto Lerici ma censurato a causa di una foto giudicata troppo osé), in cui la diva è tratteggiata con parole ineguagliabili, come una donna che

Cammina a piedi nudi, se ne infischia di come è vestita, non porta gioielli, non si profuma, non fa uso di nessun artificio, pur tuttavia le sue movenze sono lascive e un santo si dannerebbe solo a guardarla.

Simone de Beauvoir

Curiosamente, molti tra coloro che hanno provato a raccontare la Bardot – e questo articolo non fa eccezione – hanno ricorso a un lessico religioso, accostandola a termini riferiti al sacro e al divino. E se è vero che il divino è primo motore del mondo, creazione e natura stessa, BB diventa creazione e natura stessa della donna, la gloria del corpo femminile che trascende la fisicità materiale di Brigitte per catturare la perfezione ideale: un simbolo, un’icona, la condensazione delle doti femminili.

Sebbene quanto detto possa risultare retorico e fuori luogo, non lo è se si percorre la sequela di censure e ostruzioni che Brigitte Bardot subì in Italia, in primis dal Vaticano, e che Zanon riporta con dovizia di particolari. Nel 1958 si celebrò l’Esposizione Universale a Bruxelles. Il padiglione del Vaticano era diviso in due parti, una dedicata al Bene e una al Male. Nella seconda, a simboleggiare la lussuria, campeggiava un fotogramma di BB che balla il mambo in Et Dieu… crea la famme, film che, nemmeno a dirlo, subì in Italia massicci tagli e il cui titolo venne mutato in Piace a troppi. Come questo, tanti altri film vennero tagliati dalla censura a guida democristiana, sospinta da un moralismo sessuofobico anacronistico, se confrontato con le parole dell’allora presidente della Repubblica Francese René Coty, che definì la protagonista di Et Dieu… crea la famme

La figlia della sua epoca, che si è liberata da ogni senso di colpa, da ogni tabù imposto dalla società, e la cui sessualità è totalmente libera.

René Coty

Se per una fetta di mondo Brigitte Bardot rappresentava la liberazione della donna, per un’altra non era nient’altro che oscenità immorale. Entrambe le opinioni muovevano dalla medesima constatazione. BB era forte di una naturalezza, di una spigliatezza incosciente, a metà tra l’innocenza infantile e la prevaricazione sessuale, che erano sconosciute ad altre dive. Marilyn Monroe fu un’altra icona erotica dell’epoca, che occupò i rotocalchi e le fantasie degli uomini, fino ad essere immortalata da Andy Wharol. Tuttavia, la dirompenza di Marilyn era davvero americana, la sua bellezza sapeva di seta e Chanel n° 5, di cosmetici e saloni di parruccheria. Quando apparve al grande pubblico BB, invece, aveva un leggero strabismo, il labbro inferiore eccessivamente pronunciato, la frangetta a incoronare un visino adolescenziale; camminava a piedi nudi, si lasciava fotografare in bikini quando questo era scandaloso e danzava con una frenesia da folle nonostante la rigida formazione da ballerina classica. Proprio la sua sensualità innocente, il giocare col corpo al di là delle regole sociali, non poteva esserle perdonata dalla cultura conservatrice dell’epoca, poiché rappresentava quel che Mughini ha chiamato un misto di promessa e minaccia erotica, il tributo alla bellezza femminile che l’uomo deve pagare senza poterla comandare.

Brigitte Bardot cantava il canto della rivoluzione dei costumi ben prima che questa irrompesse nelle masse, fece mostra del proprio corpo quando la mercificazione mediatica della donna era inimmaginabile, visse braccata dai paparazzi ben prima di Lady Diana e concepì l’amore con un godimento tutto estetico, oltre l’istituzionalizzazione matrimoniale, dicendo di sé che “quando non sono innamorata, divento brutta!”. Quando Costanzo Costantini le chiese “lei è femminista?”, la Bardot rispose “io sono una donna libera”, in una società che ancora non concepiva libertà femminili. BB era la punta di diamante della trivella pronta a perforare l’epoca del boom economico, di canzonette e cinema, di moda, automobili e estati al mare, insomma di un mondo che aveva gettato alle spalle i dolori della guerra e non immaginava che sarebbero venuti il disastro del Vietnam, il terrorismo e la crisi economica. In quell’Italia bifronte, faccendiera e spensierata, contesa dalla La dolce vita di Fellini e dal bigottismo democristiano, si aggirava Brigitte Bardot, sempre braccata da un nugolo di paparazzi e sempre innamorata del paese che la lanciò professionalmente e la attirò sentimentalmente. Di estati italiane BB ne visse tante, estati che non esistono più come non esiste più quella Bardot, ormai trasfigurata in un’appesantita ottantacinquenne. Ma per riviverle, si legga l’ottimo Mauro Zanon nella sua Brigitte Bardot. Un’estate italiana.

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