Breviario del Caos

Albert Caraco mette in mostra la disperata realtà che ci circonda
Albert Caraco mette in mostra la disperata realtà che ci circonda

Un inno alla morte, uno smascheramento della religione in quanto inutile, un giudizio di condanna per la povertà; la quale non è che un vizio, uno sputo al sistema e all’ordine del sistema, l’uomo come vittima, il caos come ineluttabile destino e la solitudine come stile di vita ed unico rifugio. Di questo scriveva lo scrittore Albert Caraco nel libro Breviario del caos, che ebbe la prima pubblicazione in Italia nel 1982 da Piccola Biblioteca Adelphi.
Sin dall’inizio Caraco catechizza il lettore e descrive con lucidità quella che è la disperata realtà che lo circonda e che gli spetta “Noi tendiamo alla morte, come la freccia al bersaglio e mai falliamo la mira…”, tutto è morte “E’ per la morte che noi viviamo, è per la morte che amiamo ed è per lei che procreiamo e sgobbiamo…” e dinanzi ad essa l’umanità può pure dimenarsi ma non vi sarà soluzione:

“I valori che salvaguardiamo e i progetti che facciamo portano tutti a un solo esito: la morte”.

Il dèdalo senza via d’uscita è l’unica raffigurazione plausibile di ciò che è evidente. Lo scrittore bizantino tesse la sua prosa come un ragno la ragnatela, quella di Caraco però sa essere tanto elegante quanto complessa (nel senso latino del termine) e a tratti reiterata. Si è catturati in un senso di smarrimento stancante, una caduta nel vuoto faticosa, uno svelamento che sarebbe stato meglio non conoscere. Le parole susseguono come un grido d’ira e disappunto nei confronti dell’umanità e del mondo, e ripetuti fendenti sono inflitti alla realtà della massa sovrappopolata, caotica e stolida, dalla quale è doveroso alienarsi. “Dove l’uomo è in eccesso, l’alienazione è il primo dovere…”. Caraco parla ai pochi, a coloro che lui chiama “i ragionevoli” ed “i sensibili”, i quali però non sono che una misera ed esigua minoranza. Al contrario, quelli che lo scrittore chiama “i sonnambuli” (queste sono le tre razze di uomini) sono un esercito. Egli si schiera dalla parte di chi ha fatto della solitudine la sua scuola, il suo pane quotidiano, la sua compagna d’arme, pur sapendo che essa può essere illuminante e lacerante, e che perciò l’uomo comune non la frequenterà mai. La ricerca della solitudine e la rassegnazione che questa sia l’unica via poiché; che vi sia o no un Dio nulla cambia. Dunque non c’è nessuno a cui appellarsi, a cui comunicare il proprio dissenso ed il mal-essere (inteso come male dell’essere, dell’individuo). Ed in questo eremitismo la mente è destinata a vagare giorno e notte in una ridda di pensieri, e l’individuo, ottiene il privilegio e/o la dannazione della conoscenza e dell’integrità di sé stessi; sintomi o ricompensa della solitudine. “In verità, siamo una miriade di solitudini, eppure vaghiamo confusi, in preda a ciò che, mescolandoci, non cessa di isolarci”. Per lo scrittore la condizione di ritiro è una malattia necessaria, quasi preferibile e sicuramente inevitabile in seguito al contatto con il mondo, il quale viene descritto impeccabilmente come duro, freddo, cupo, ingiusto e metodico (seguendo la riflessione di Sant’Agostino e modificandola leggermente “la vita è la malattia mortale che si contrae nascendo”). Tuttavia dall’esperienza della solitudine è fondamentale riuscire a guadagnare ciò che conta: sentire di esistere ed essere. “Giacché l’uomo non è quaggiù per produrre e per consumare, produrre e consumare sono sempre stati soltanto un fatto accessorio, ciò che conta è essere e sentire che si esiste, il resto ci abbassa al rango di formiche, di termiti e di api”. Caraco sembra osservare dall’alto, con sguardo ignominioso ciò che lo ha sempre esacerbato, la pluralità di individui nel suo intero, l’umanità. Egli vede l’uomo in uno stato di abiezione e di illusione dalla quale non lo si può risvegliare; attaccato ancora all’idea del raggiungimento della felicità, la quale non è che un’eccezione, poiché per i più questa vita (imposta più che donata) non è che una pena da scontare, piena di affanni e dolori. La catastrofe e la disperazione non sono che gli effetti collaterali della stupidità e della follia dell’uomo, che subisce ciò che non comprende, non potendo far altro che attendere lo svolgimento delle fasi della sua vita, ma che egli crede di poter controllare dimostrando tutta la sua incoscienza. Per l’uomo, ormai giunto alla fine, che corre in un piano inclinato verso quella che Nietzsche chiama l’implosione di ogni “io”, vi sarebbe un’unica speranza, anzi, un dovere: il ritorno all’origine.

“Il ritorno all’origine è il primo dovere, altrimenti l’uomo è finito… Giacché la società non è nulla, essa è una forma che ha per contenuto la massa di perdizione…”.

Spaesati in questo universo totalmente indifferente alla nostra condizione, l’uomo ha perso il controllo pure sui suoi mezzi, lasciando che vi fosse un progresso, senza però una evoluzione umana. Ma tutto ciò non viene compreso, perché non vi è un ripensare il mondo, al contrario, l’uomo comune si ritiene soddisfatto poiché l’evoluzione, seppur in modo obnubilato, gli procura quella stupida felicità, foss’anche provvisoria.
Una corsa al caos, le città il palcoscenico, un palco dinamico, dove nulla ha rilievo. A re-citare siamo noi miliardi, nessuno è protagonista in questa messa in scena. Non ci sono spettatori a meno che non lo si sia di sé stessi. Ammassati in blocchi, stretti, manca il respiro, manca una ragione di vita. Una tediosa monotonia accompagna le nostre giornate, pervasi dal pensiero che ciò che facciamo, vorremmo farlo veramente; è necessaria, se non desiderabile una catastrofe che rompa quest’ordine caotico.

“Oggi siamo vittime di un sistema che ci inganna sui nostri interessi e ci sacrifica ai suoi, persuadendoci altresì che sono i nostri”.

La distruzione e lo sterminio sono la catastrofe di cui l’uomo ha bisogno per rifondare, per tornare nel nulla e nella vita nuova, benché non vi sia più salvezza.

“Ma noi non temiamo né la morte né il caos, è l’universo attuale quello che aborriamo e che non vogliamo più, per nessuna ragione”.

La religione ha fallito, non importa a che divinità ci si prostri e si adori, poiché essa non eviterà nulla. Abbiamo tutti indistintantemente un unico destino, indipendentemente dal fatto che si abbia commesso il giusto o l’ingiusto, d’altronde non c’è nulla che sia buono o cattivo finché il pensiero non lo rende tale. I credenti non hanno più alcun motivo di esistere, accecati dalla fede, la quale non è che una delle tante arti dell’inganno adottata dagli uomini, ed illusi di trovare una salvezza. Per l’autore i Paganesimi non avrebbero mai permesso questo vuoto che le sedicenti religioni rivelate hanno lasciato per incapacità di dare una speranza e dei principi all’umanità, esse sono responsabili dell’aver trasmesso unicamente fanatismo e follia. Caraco annuncia che la fatalità è ritornata nella Storia. L’uomo deve capire che:

“La fiducia illimitata nel progresso, l’ottimismo e l’umanesimo sono svanite, oltre ad essere ormai parole vane. La Storia terminerà, essa ci ha insegnato che qualsiasi cambiamento si paga; il declino è evidente e lo dimostrano le arti e gli artisti (quest’ultimi comparati a saltimbanchi), tutto ciò che ci offrono è banalità e frivolezza perciò rimaniamo conservatori di ciò che fu, dimostrando di fatto un’ammissione di impotenza. La Storia è opera dei grandi uomini, è il campo chiuso delle élites, la folla è ammessa allo spettacolo, e quando è coinvolta nella rovina i suoi morti non contano più delle mosche”.

“Basta con la specie” avrebbe gridato CB, a questo grido si congiungono le parole dello scrittore che ritiene la sovrappopolazione la vera piaga di questo mondo. Esseri viventi che si moltiplicano esclusivamente per diventare i nuovi automi utili al maggiore arricchimento dei già ricchi. A che pro condurre una vita da miserabili, in cui ogni aspetto della nostra vita viene prima mercificato ed in seguito distrutto. L’antidoto a tutto ciò sarebbe la sterilità. È il povero a moltiplicarsi, egli è colpevole poiché aumenta la miseria e questa colpa ricadrà verso coloro che svolgono carità o assistenza.

“Alle religioni occorrono fedeli, alle nazioni difensori, agli industriali consumatori, il che significa che a tutti occorrono bambini, non importa quello che ne sarà una volta diventati adulti”.

“L’uomo ha perso di valore con la sovrappopolazione, la nascita è un delitto, la vita non è più sacra quando ve ne sono così tante, assomigliamo sempre di più ad insetti e verremmo schiacciati come tali”.

“Non c‘è altro vizio al mondo se non quello di essere poveri, poiché ogni povero diventa un criminale non appena, facendo nascere un altro povero, offre alla miseria una nuova garanzia”.

Albert Caraco, uno dei profeti del suo tempo, ha scritto ciò che avrebbe voluto dire. Un pensatore raro, poco nominato, con idee che mancavano al mondo. Raccontava la sua verità con amarezza, demolendo ciò che si poneva dinanzi ai suoi occhi, cercando di portare alla luce le falle delle nostre fondamenta, per poi costruire quella che lui intravedeva e chiamava una “Città intemporale”. Egli si propone come redentore e fondatore di una nuova Rivelazione, pur sapendo che essa non verrà compresa. Breviario del caos, il cantico dei cantici della decadenza avvolto nel silenzio.

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