Borghesia violenta

Quei "bravi ragazzi" del terrorismo italiano. Un libro edito da GOG, scritto dagli autori di "Spazio 70", l'archivio storico degli archivi storici.
Quei "bravi ragazzi" del terrorismo italiano. Un libro edito da GOG, scritto dagli autori di "Spazio 70", l'archivio storico degli archivi storici.

Studenti di medicina prossimi alla laurea. Promettenti ragazzi prodigio della Roma bene – con una precoce carriera nella pubblicità e nel cinema – artefici e vittime di un buco nero, quello del cosiddetto “spontaneismo armato”, che ha finito inesorabilmente per inghiottirli. Eredi di magistrati e figli di ministri. Alcuni «come borghesi pavidi e piagnucolosi cercarono invano di comperare l’indulgenza della legge, offrendo, a risarcimento di una famiglia offesa e di una vita spenta, un pugno di denaro» (Melitton, 1995). Altri, come iniziale reazione verso la casa avita, a volte in difesa di un fratello, scelsero di spendere gli anni della loro più verde gioventù in una “lotta armata” fatta di rapine, agguati contro forze dell’ordine e avversari politici, assassinii a sangue freddo, regolamenti di conti e uccisioni di “traditori”, secondo un grado di violenza e nichilismo esistenziale che ha pochi precedenti nella recente storia italiana se non sul lato della criminalità comune e organizzata. Altri ancora, dopo aver agito “contro il padre”, salvo poi ottenere protezione e sostegno dalla vasta e potente rete parentale, espressero un pentimento sincero pur alimentando il sospetto di non aver fatto tutto il possibile per servire la verità, giudiziaria e storica, una volta venuto il momento di affrontare il fatale confronto con i giudici e gli inquirenti. A intravedersi, sullo sfondo, in qualche caso, un retroterra cattolico – fatto di intransigenze e massimalismi, a volte chiamati a giustificazione degli atti successivi – e soprattutto un contesto studentesco, superiore e universitario, sul quale poi innestare, in una sorta di micidiale mix, la radicalizzazione politica in un’Italia post-sessantottina lacerata da spinte opposte: quelle proprie di un cambiamento valoriale, politico, sociale ed economico, e quelle di una disperata volontà di conservare il vecchio mondo.

Nel 1975 Sergio Ramelli viene massacrato da un commando di Avanguardia Operaia, sotto casa propria, a colpi di Hazet 36, la terribile chiave inglese utilizzata a Milano e non solo, durante i cosiddetti “anni della spranga”. Gli assassini? Tutti futuri medici, ai tempi del pestaggio già avanti negli studi o prossimi alla laurea. Quando il giudice porrà a questi ex ragazzi, ormai quasi quarantenni e alla sbarra, la fatidica domanda “perché Ramelli?” essi risponderanno che nemmeno conoscevano la loro vittima, individuata come tale per il fatto di militare all’interno di un’organizzazione, il Fronte della Gioventù, orbitante attorno al Movimento Sociale Italiano, il partito erede dell’esperienza storica del fascismo, a metà anni Settanta oggetto di una campagna politica volta al suo scioglimento. Il libro, primo volume di un progetto in due tempi, ripercorre questa e altre vicende che hanno coinvolto i figli ribelli di rispettabili – in alcuni casi “rispettabilissime” – famiglie italiane. Si va dall’incredibile caso di Marco Donat-Cattin – uno dei leader di Prima Linea – erede del più volte ministro democristiano Carlo Donat-Cattin, a quella di Giuseppe Valerio Fioravanti, spesso identificato col detestato nomignolo di “Giusva”, ex bambino prodigio divenuto figura carismatica dei Nuclei Armati Rivoluzionari, la più nota organizzazione terroristica di estrema destra operante dalla seconda metà degli anni Settanta italiani. Una vicenda, quella di Fioravanti, che mostra un approccio alla lotta armata quasi del tutto avulso dal contesto ideologico, lasciando trasparire, in questa radicale scelta di vita, una stretta correlazione con il difficile contesto familiare. Tra gli stessi Nar abbiamo voluto illustrare anche la parabola politica ed esistenziale di Alessandro Alibrandi – figlio del giudice Antonio Alibrandi – detto colloquialmente “Alì Babà”, precocemente attratto dalle armi e dalla guerra, trasformatosi, nel giro di pochi anni, da giovane picchiatore di quartiere a moderno “crociato” in Medio Oriente.

Uno dei fili rossi che caratterizza e unisce i vari personaggi, maggiori e minori, trattati nel volume, è proprio quello del rapporto dei figli con i padri, reso controverso per effetto di una ribellione generazionale che ha caratterizzato i giovani del post Sessantotto a sinistra come, inaspettatamente, a destra. Una ribellione, in non pochi casi violenta, capace di dispiegarsi in percorsi politico-ideologici diametralmente opposti a quelli dei padri e in condotte personali di totale rottura, spesso ai limiti del vero e proprio autolesionismo. Una ricerca di libertà contestatoria che può essere intesa come la concretizzazione di uno dei temi principali del post Sessantotto – quello dell’anti-autoritarismo – poi ulteriormente estremizzato nell’ambito del movimento, più casalingo, nazionale, assai meno globale, del ’77. «In ogni famiglia italiana c’è una rogna: un figlio scappato, un figlio drogato, insomma una brutta storia», diceva a un giornalista, durante i drammatici giorni del caso Donat-Cattin, il parlamentare andreottiano Franco Evangelisti: ad andare in onda da qualche tempo, nel 1980, complice anche l’ascesa delle tv private, era il cosiddetto “riflusso nel privato” al termine di un decennio lungo, iniziato nel 1968, sentito come intensissimo e lacerante per una gene- razione di giovani sempre in bilico tra impegno individuale – intimamente personale – e politico all’interno dei cosiddetti gruppi dell’extraparlamentarismo diffuso.

Un altro elemento comune nelle storie affrontate all’interno del libro è certamente quello del contesto studentesco. C’è tanta scuola e università in questo primo volume di Borghesia violenta. Molte pagine sono state dedicate a realtà particolari, poco conosciute, ma importantissime per comprendere la temperie degli anni trattati, come il Molinari e l’Einstein a Milano, il “Galfer” a Torino, Città Studi ancora a Milano. Abbiamo toccato con interesse la realtà dei “Cub”, i Comitati Unitari di Base operanti all’interno della realtà universitaria meneghina dove fortissima era la presenza di Avanguardia Operaia. Più di un cenno è stato dedicato ai rapporti, tutt’altro che improntati alla non violenza, tra il Movimento studentesco e ancora Ao. Si è sfiorato il tema del rimpianto, espresso più volte e con dolore da alcuni genitori, per non aver fermato in tempo i figli, sempre più assorbiti in una militanza capace di mischiare personale e politico, amore e ideologia, amicizia e violenza, gioiosità e dramma, cameratismo e vile codardia.

Nel libro è poi presente anche il tema, difficile, sofferto, in non pochi casi scabroso, del perdono o più precisamente della ricerca di una impossibile riconciliazione con i parenti delle vittime. Chiedono di essere perdonati gli assassini di Ramelli, pur con delle modalità – tra cui quella della lettera fatta recapitare, oltre tempo massimo, da un sacerdote alla madre del giovane militante del Fronte della Gioventù – che lasciano sospettare qualche assai prosaico calcolo legato a una logica puramente processuale. «Vorrei riparare e non mi sembra minimamente possibile, non oso chiedere quel perdono del quale il cuore ha immensamente bisogno», scrive invece Marco Donat-Cattin all’interno di una lettera consegnata ai giudici prima di un interrogatorio. Il percorso esistenziale dell’ex “comandante Alberto”, snodatosi ancora per pochi anni prima della fine prematura, darà motivo di credere in un sincero ravvedimento nonostante una condotta processuale sofferta, complessa, sempre in bilico tra la volontà di prendere su di sé ogni responsabilità per gli atti compiuti e la ritrosia a coinvol-ere compagni, più o meno “ex”, non ancora individuati dagli organi inquirenti.

Proprio la figura di Marco Donat-Cattin, assai poco frequentata nella sterminata pubblicistica sui cosiddetti “anni di piombo”, ci ha concesso di gettare uno sguardo sulla complessa vicenda politica e militare di Prima Linea, in Italia, per importanza, la seconda organizzazione combattente dopo le Brigate Rosse. Una storia, quella di Pl, in gran parte misconosciuta perché “oscurata” e “schiacciata” non tanto da quella coeva brigatista, ma dall’infinita dialettica, quasi tra “sordi”, capace di coinvolgere “dietrologi”, giornalisti, studiosi e autori che ritengono la storia delle Br inquinata e compromessa per effetto di scabrose liaison con apparati dello Stato, e chi, invece, agendo quasi da “debunker”, rifiuta recisamente questa interpretazione sostenendo l’origine operaia del brigatismo e la tesi del “si sa già tutto” su vicende nodali come il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.

Perché la storia di Prima Linea è stata fin qui poco considerata, sottovalutata, così sporadicamente studiata nonostante qualche interessante tentativo arrivato nelle librerie di non tanti studiosi del periodo più “caldo” della recente storia repubblicana? Lo abbiamo chiesto a Enrico Galmozzi, uno dei fondatori di Pl, tra le figure più schiette e carismatiche del “partito armato”, tuttora attivo nel dibattito pubblico sui cosiddetti “anni di piombo”. La risposta che ci ha dato ha a che vedere proprio col tema del “complottismo”, oggi molto in voga perché considerato attinente con la stessa tenuta delle istituzioni democratiche ma in realtà capace di toccare e coinvolgere anche la storia italiana degli anni Settanta. «La storia di Prima Linea mal si addice alla vulgata mainstream sui complotti», dice Galmozzi, quasi a voler domandare quanti libri siano stati venduti grazie a tesi o teoremi recisamente rifiutati da chi, a seconda dei diversi punti di vista, la “lotta armata” e il “terrorismo” li ha praticati davvero. Brigate Rosse e Prima Linea sono dunque due cose diverse – caratterizzate da presupposti politico-ideologici molto distanti e da un retroterra culturale differente – capaci di essere confuse e confondibili soltanto in quelle che abbiamo chiamato “semplificazioni giornalistiche”, spesso frutto della fretta o della necessità di stabilire un contatto con un pubblico non sempre capace di cogliere differenze di fondo importanti. Una storia tragica, quella di Pl, meritevole di essere approfondita ulteriormente.

Ci preme infine lasciare qualche nota di “metodo” e un piccolo aneddoto che ha caratterizzato questi lunghissimi e brevissimi mesi di lavoro, tempi fatti di impegno severo e consapevolezza che i giorni a disposizione per un progetto di questo genere non sono mai abbastanza. Laddove non strettamente necessario, pur preservando un’esposizione dei fatti per quanto possibile laica e documentata, abbiamo scelto di non riportare pedissequamente i nomi di persone che, operanti o solamente orbitanti rispetto alla lotta armata degli anni Settanta, hanno scelto da tempo percorsi di vita totalmente differenti. Abbiamo cioè scelto di dare precedenza alle storie al di là delle singole “figure”, spesso di secondo piano, ampiamente dimenticate dal grande pubblico.

C’è poi stato il tema delle interviste. Pochissimi hanno voluto lasciare una testimonianza, a destra come a sinistra. Spesso le motivazioni del rifiuto a dire la propria ci sono apparse pretestuose, quasi concordate, pur tra persone diverse appartenenti a una stessa area. In altre occasioni, non c’è stato concesso nemmeno un diniego esplicito nonostante il nostro percorso di divulgazione sia pubblico e da più parti apprezzato. Nel caso di questo libro si è insomma verificata una sorta di bislacca par condicio del rifiuto che, se da un lato ci ha reso più difficile il lavoro, dall’altro potrebbe essere un attestato di “alterità” rispetto alle varie conventicole che nel corso degli anni sono andate consolidandosi nell’ambito della pubblicistica sugli anni di piombo. Nonostante ciò, qualche contributo, da parte di alcuni testimoni diretti delle vicende da noi raccontate, c’è stato. Ci preme segnalare quello di Alessandro Pucci – militante della destra romana e protagonista di quell’esperienza spontaneista che nel 1977 ha caratterizzato la nascita dei Nar – e nello stesso contesto storico, ma sul versante politico opposto, la preziosa testimonianza dell’ex militante dei Comitati autonomi operai, Dario Mariani, negli anni Settanta molto attivo sul fronte della controinformazione. Vogliamo infine ringraziare il già citato Enrico Galmozzi. Pur nella scelta di un’opzione dialettica davvero singolare – fatta di domande e risposte inviate e ricevute via e-mail, nell’esigenza di garantire tutti – ritenevamo Galmozzi uno dei pochi, dal punto di vista caratteriale prima ancora che politico-ideologico, capaci di darci un punto di vista “autentico”, dal di dentro, sul tema Prima Linea. Non ci siamo sbagliati.

Per gentile concessione di GOG Edizioni, pubblichiamo in esclusiva l’introduzione al libro “Borghesia Violenta” scritto da Nicola Ventura e David Ventura.

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