Il bene della comunità? Non esiste

“Per il bene della comunità” è una frase tranello. Bisognerebbe sempre chiedersi è che la invoca e chi ci guadagna
“Per il bene della comunità” è una frase tranello. Bisognerebbe sempre chiedersi è che la invoca e chi ci guadagna

Per il bene della comunità è una di quelle espressioni che da sole basterebbero a far portare la mano alla pistola. Retoricamente efficacissima – chi non ascolta il suo appello è per ciò stesso un egoista, un irresponsabile, privo di senso di comunitàè uno dei dispositivi preferiti dai poteri che si trovano nella necessità di giustificare pratiche richiedenti un certo sacrificio degli individui. Essa non desta il minimo sospetto neanche quando a usarla sono gli stessi stati le cui politiche economiche tendono a eliminare ogni barriera posta all’intraprendenza del singolo, vada pure a scapito degli altri individui. E anzi, il bene della comunità è il fondamento su cui proprio le società aventi come ideale l’esasperato liberismo individualista giustificano spesso quelle politiche che il loro stesso grido di battaglia parrebbe ostacolare. La Comunità – quella con l’articolo determinativo e con l’iniziale maiuscola – non esiste. La Comunità è un artificio retorico che spesso nasconde la richiesta di un sacrificio insensato tingendolo coi colori di un superiore senso della partecipazione. La Comunità è il travestimento di interessi che sono diversi da quelli dell’individuo che cade nel tranello, ma che non per questo sono meno singolari o meno egoistici. Che la Comunità non esista non significa che esistano solo quegli individui atomici cui la comunità è solitamente contrapposta. Si potrebbe anzi dire che si tratti di due astrazioni gemelle, delle due chele di un unico dispositivo strategico. Agli individui atomisticamente isolati gli uni dagli altri, riuniti in società solo da legami estrinseci che dovrebbero impedirli il meno possibile, si contrappone la Comunità come superamento – invocato alla bisogna – di questa separazione in un intero organico. Ma tanto la Comunità quanto l’individuo come atomo sociale auto-sussistente sono invenzioni, abbagli di origine forse accidentale, presto riadattati per diventare i migliori alleati di poteri in cerca di nobili nomi per i propri interessi. 

Prendiamo il neoliberismo. L’assunzione su cui si basa è quella di una serie di individui atomici, che non spartiscono nulla d’essenziale, e la cui libera concorrenza non andrebbe ostacolata da nessuna imposizione proveniente dall’alto. Ma quando l’ideale della libertà non basta più a giustificarlo, il neoliberismo viene fondato nella vecchia massima utilitarista della maggior felicità per il maggior numero di persone – un po’ come quando alla sua morte si salutò il suo massimo teorico, Milton Friedman, come la mente cui si doveva lo stato di benessere raggiunto da buona parte del mondo. È per il bene della comunità che le risorse economiche vengono accentrate nelle mani dei pochi e le masse vengono mantenute a quel livello che basta a perpetuare la società del consumo. Che cos’è qui la Comunità, se non un altro modo di nominare gli interessi di certi individui o gruppi, che hanno tutto da guadagnare dal sacrificio di altri? Non esistono gli individui separati. Esiste certo qualcosa come l’individuo: ma, lungi dall’essere l’atomo sociale del liberismo, esso è costituito relazionalmente, non si dà fuori dalle relazioni che articolano la sua coesistenza con gli altri individui. L’individuo atomico non può essere superato e annullato dalla Comunità, proprio perché l’individuo stesso è già sempre oltre se stesso, tesse con i suoi simili relazioni che lo costituiscono nel profondo. Allo stesso modo, non esiste la Comunità come somma di esistenze che cancelli l’individualità di ciascuna. L’unica cosa che meriterebbe il nome di comunità è la modalità di connessione dei diversi individui, quella stessa mutua connessione che li costituisce, e che non cancella mai le differenze individuali – differenze biologiche, sociali, produttive, affettive – sotto il grido di battaglia del bene della comunità. Non esiste la Comunità come insieme astratto; esistono solo connessioni sempre specifiche tra tipi peculiari di individui. Fare il bene della comunità, nell’unico senso possibile dell’espressione, significherebbe considerare quale sia quella modalità di connessione che risulti migliore al fine di creare una forma di relazionalità il più possibile rispettosa delle caratteristiche proprie degli individui. 

Negli ultimi anni, il fuoco del potere sembra essersi spostato dalle politiche economiche a investimenti meno diretti di un potere che funziona per il puro gusto di esercitarsi. Per prendere l’ultimo caso, è per il bene della Comunità che tutti – anche quelli che dal Covid, per motivi di salute o d’età, non hanno quasi nulla da temere – si devono vaccinare. Ma un giovane che si vaccina, credendo di farlo per il bene di tutti – come difficilmente evitabile sotto i colpi di un indottrinamento mediatico senza precedenti –, non sta affatto facendo il bene della comunità – a meno che, con il bene della comunità, non si intenda il bene degli azionisti di Pfizer e Biontech, o il bene dei meccanismi di potere che insegnano così alla plebe a restare mansueta e domesticabile. Per un giovane, fare il bene della comunità significherebbe capire di appartenere alla fascia più importante della popolazione, l’ultima che andrebbe messa in prima linea, e quella che proprio non andrebbe toccata nel caso di situazioni che la riguardino appena – il contrario, insomma, dello scarico di responsabilità sui giovani con cui si è gestita l’intera emergenza pandemica: didattica a distanza, isolamento domestico, rottura dei legami sociali, per approdare a una campagna vaccinale che, con open day il cui scopo neanche troppo dissimulato era quello di spingere i giovani a vaccinarsi in massa – in gran parte, come se non bastasse, con vaccini sconsigliati dalle autorità sanitarie per quelle fasce d’età –, e infine a un bombardamento mediatico ricattatorio volto a convincere loro per primi con la minaccia di ulteriori privazioni della vita sociale. Sacrificarne gli elementi più validi, importanti e più ricchi di potenzialità è un modo a dir poco curioso di fare il bene della comunità, ed è triste che si accetti di trasformare i fragili, gli individui impossibilitati a vaccinarsi o esposti a qualche margine di rischio anche dopo il vaccino, nella giustificazione demagogica di interessi privati. Quello di un giovane o di una giovane che rifiutasse il vaccino non sarebbe egoismo: sarebbe consapevolezza dei propri diritti e del proprio ruolo nella società. Il sacrificio, massima espressione di altruismo e abnegazione nelle giuste situazioni, è solo irresponsabilità quando attuato per i motivi sbagliati.  

Quando vi si parla in nome della Comunità, la prima domanda da fare è chi è la Comunità, chi la invoca per travestirne i propri interessi. Schierarsi in prima linea è certamente fare il bene di qualcuno, ma non è affatto detto che si tratti del bene di tutti. Considerate quale sia la richiesta che vi viene fatta in nome del bene comune, quale sia la parte che realmente ne trae vantaggio, e considerate il vostro ruolo nella comunità, quello che potete darle e quello che essa è legittimata a chiedervi, prima di decidere se la richiesta sia legittima. Rifiutare, nel caso la richiesta fosse iniqua o addirittura nociva alla società, non è segno d’irresponsabilità, non è segno d’egoismo. È resistenza a un potere che si camuffa col nome di Comunità. E per la comunità, quella vera, non c’è bene più grande che una tale resistenza. 

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