Il giorno della fine

“Il re del mondo” è una delle canzoni emblematiche di Battiato. Tra René Guénon e “il rombo degli aerei da caccia”, esegesi radiosa & radicale
“Il re del mondo” è una delle canzoni emblematiche di Battiato. Tra René Guénon e “il rombo degli aerei da caccia”, esegesi radiosa & radicale

La dipartita di Franco Battiato lascia un vuoto tremendo nelle nostre anime, una ferita che difficilmente potrà essere risanata. L’impressione è che qualcosa di unico e irripetibile se ne sia andato, e ci attanaglia un misto tra la gioia di averne potuto godere e la tristezza di non poterne godere più. L’esperienza artistica del Maestro è qualcosa di atipico, poiché non sono in molti, al mondo, ad essersi dimostrati capaci di coniugare testi culturalmente complessi a sonorità eleganti e pop. Ancora meno, quelli capaci di ispirarti misticismo con le armi della musica leggera. Colto, ricercato, tagliente… non è possibile trovare, in tutto il suo repertorio, una canzone banale, un “riempitivo”, o un album scadente.

La cura dei dettagli è maniacale, e questo si avverte distintamente in ogni ascolto, anche non possedendo gli strumenti degli addetti ai lavori. Lasciando il lato musicali agli esperti, vorrei dedicarmi appunto alla disamina del testo di una delle canzoni che più ho amato di Battiato e che considero tra le più emblematiche della sua produzione, ovvero Il re del mondo, contenuta nell’album L’era del cinghiale bianco del 1979.

L’era del cinghiale bianco è l’inaspettata svolta pop di Battiato, che già vantava diversi lavori nell’ambito della musica progressiva e anche una certa fama negli ambienti musicali più votati allo sperimentalismo. Il re del mondo è la quinta traccia dell’album; il suono ovattato e cadenzato del basso fa da sottofondo quasi perpetuo per tutta la durata della canzone, con intromissioni di pianoforte e violino a costruire variazioni. Contrariamente alla durata (quasi sei minuti), il testo del brano è piuttosto breve, composto da due sole strofe.

Il titolo sembra fare riferimento all’omonima opera di René Guénon, pubblicata nel 1927, in cui l’esoterista francese esamina il mito asiatico del «legislatore primordiale e universale», il re del mondo appunto, che insieme a una casta di uomini semi-divini, riesce a governare tutto il pianeta grazie ai poteri mentali a sua disposizione, compiendo così, all’insaputa dell’uomo, il volere del dio del quale è intermediario. Ogni sovrano, ogni governante del pianeta è inconsapevolmente guidato dal re del mondo. Ora, nel testo non sono presenti riferimenti diretti al testo di Guénon (che viene direttamente citato in un’altra canzone dello stesso album, Magic Shop), ma il riferimento al mito esoterico è evidente. Ci torneremo, però, successivamente.

Il testo si sviluppa, sostanzialmente, nella contrapposizione tra natura e tecnica. Basti riportare le prime frasi pronunciate dal cantante: «Strano come il rombo degli aerei da caccia, un tempo, stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi». Il paragone è stridente, quasi assurdo, eppure è significativo; da una parte, abbiamo i caccia bombardieri, prodigi di tecnologia e scienza, volti alla guerra e alla distruzione rapida di uomini e cose, dall’altra abbiamo invece «le piante al sole sui balconi», piccole coltivazioni domestiche volte, con le giuste premure, a una crescita lenta. Questa contrapposizione continua per il resto della strofa, con il «silenzio» squarciato dal «tuono dei cannoni a freddo» e dai «fuochi di bengala» che cercano di imporre la loro luce artificiale «di giorno». Nonostante il trambusto e le morti, però, la pace ritorna, simboleggiata appunto dalla luce del giorno che rende vani i bengala accesi: la natura torna a trionfare, ma è una vittoria fugace ed effimera, poiché ancora «il re del mondo ci tiene prigioniero il cuore».

Nella seconda strofa lo scenario cambia. La zona di guerra evocata precedentemente scompare a favore di figurazioni più quotidiane. Non per questo, però, la narrazione si fa meno spaventosa. L’apparizione misticheggiante dei sufi nel primo verso offre il fianco alla destrutturazione del rito, dovuta alla decontestualizzazione dei tipici «vestiti bianchi a ruota» da questi indossati, che non possono far altro, quindi, che mandare eco del loro antico significato. In un mondo macchinizzato, d’altronde, non vi è spazio per la ritualità religiosa e mistica; tutto deve essere funzionale e veloce, non c’è tempo per soffermarsi sulle cose, per meditare, per fermarsi. In uno scenario come questo, rimane solamente una debole eco dell’antica ritualità, con il pericolo che scada nel folklore (anche in questo caso, quindi, si avverte un solido legame con la già citata canzone Magic shop).

Nel verso successivo si segna il punto estremo del trionfo della tecnica, ovvero la respirazione, nelle «metro giapponesi», di ossigeno artificiale. È a questo punto che l’autore pronuncia la sentenza più celebre della canzone, e una delle sue frasi più iconiche: «più diventa tutto inutile e più credi che sia vero / e il giorno della fine non ti servirà l’inglese». La vita vissuta al ritmo della modernità, che ha in sé la negazione della mistica e dell’oltre, diventa inevitabilmente sempre più inutile. e più ci arrendiamo all’inutilità della routine, alla logica della distruzione, più siamo portati a credere che quella sia la vera essenza del mondo e delle cose. Siamo spinti ad agire solo per il conseguimento dell’utile, e crediamo che in questo stia il senso della vita. Così l’inglese, tipica lingua imparata perché “se oggi non la sai non vai da nessuna parte”, diventa l’emblema di questa illusione. La lingua della modernità, dei mercati e della tecnica, così utile nel mondo terreno, a niente servirà quando la nostra anima sarà giudicata nel «giorno della fine».

La seconda e ultima strofa si conclude, però, con una inaspettata immagine di placida luminosità: «E sulle biciclette verso casa la vita ci sfiorò». Qui emerge un nuovo moto di umanità, con le biciclette che si contrappongono alla metro, e l’aria aperta da esse evocata all’ossigeno artificiale; anche in questo caso, però, la calma non è destinata a durare, perché «il re del mondo ci tiene prigioniero il cuore».

È arrivato quindi il momento di soffermarsi su questa figura evocata da Battiato. Come detto, il riferimento al mito è evidente, ma è comunque possibile notare delle differenze sostanziali. Il re del mondo narrato da Guénon e dalla leggenda è infatti un intermediario della divinità; tutto ciò che compie, lo compie in suo nome, ci troviamo davanti, quindi, a una figura teocratica. Il re del mondo di Battiato non solo non dà segni di religiosità, ma addirittura vi si contrappone, costruendo non una teocrazia, ma un dominio dell’inutile. In poche parole, questo dominatore è puro potere temporale. Battiato pare tramutarlo in puro simbolo della tecnica e del divenire, nell’emanazione diabolica della modernità. I cuori degli uomini sono incatenati da questo oscuro dominatore, che li convince mentalmente che fuori dalla loro condizione non esiste salvezza, che guerre, privazioni e noiosi battibecchi politici sono necessari e inevitabili. Intimamente, l’uomo sa che è tutta una menzogna, per questo ogni minimo riaffiorare della sua vera natura, del silenzio, della lentezza, lo pone in uno stato di estasi, gli fa sentire echi lontani di una mistica antica. Fin quando, però, non si libererà dal re del mondo, saranno solamente vane suggestioni.

Nel significato di questa canzone è possibile quindi individuare le ragioni di quel senso di divertito distacco che pareva impossessarsi del cantautore siciliano, quando era chiamato ad esprimersi su certi temi dell’attualità. Liberatosi dalle catene della contingenza, riusciva a cogliere l’amara ironia che sta dietro a certe azioni umane, a guardare con disprezzo i suoi risvolti più tragici. Allo stesso tempo, si proiettava sempre di più verso l’invisibile, cercando di attuare il recupero di un misticismo realmente genuino. Oggi, possiamo esser certi, ad esser rimasto qui non è che la zavorra del corpo: Franco Battiato è riuscito finalmente a trascendere.

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