Aurelio Picca

"Vivo qui perché ho un territorio enorme come Los Angeles dove perdermi. Una selva di città e cittadelle che si aprono come quinte teatrali. La grande città è una grande prigione. Poi considera che io faccio poca vita mondana. Sono un monaco e pellegrino. Comunque, sì, detesto che i Castelli siano diventati una cartolina turistica da fine settimana".
"Vivo qui perché ho un territorio enorme come Los Angeles dove perdermi. Una selva di città e cittadelle che si aprono come quinte teatrali. La grande città è una grande prigione. Poi considera che io faccio poca vita mondana. Sono un monaco e pellegrino. Comunque, sì, detesto che i Castelli siano diventati una cartolina turistica da fine settimana".

Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: chi dice che Aurelio Picca è l’Henry Miller dei Castelli Romani dice e racconta una palese sciocchezza! Chi lo dice fa un torto ad entrambi. Paragonare, equiparare, a cosa serve, in fondo? Ad alimentare un misero battage mediatico. Picca è Picca. Piaccia o meno. Me ne sono reso conto in una lunga giornata trascorsa con questo anomalo esemplare della letteratura italiana. Refrattario al caos capitolino, Aurelio mi dice che è pronto a questo match, ma a patto di raggiungerlo a casa sua, a qualche chilometro da Velletri. E così, dopo più di un’ora di viaggio e schivato, a fatica, l’orda barbarica che saliva, famelica, ai Castelli, arrivo nel suo eremo.

Ad aprirmi la porta, una ragazza minuta, delicata, raffinata, una sorta d’allieva, la bambolina rock, come poi mi dirà Aurelio. Il Nostro, nel frattempo, era in qualche stanza labirintica a prepararsi. Più che una casa, mi è sembrata una masseria tipica della Valle d’Itria, immersa e nascosta tra centinaia di ulivi. La sua voce, forte, era addolcita solo dal cinguetto degli uccelli. “Arsenale di Roma distrutta” mi aveva colpito e aperto gli occhi su una città che, da levantino, conoscevo poco. E, quindi, mi ero ripromesso di stanarlo e provare a indagarlo, scrutarlo, per tirar fuori qualcosa di nuovo, di non detto, lontano dai soliti cliché dei giornali. I primi minuti, dopo i saluti di rito e convenevoli, sono stati, per certi versi, i più importanti, perché – almeno così mi è parso – Aurelio, prima di lasciarsi andare, voleva capire chi fossi, e se poteva, con me, giocare a carte scoperte, senza finzioni, bugie e scorrettezze. Da amante del mondo antico, d’altronde, guai a provare a fregarlo e pugnalarlo!

Questo felino scuro, sfuggente, impertinente, allergico ai clan letterari e alla mondanità salottiera, e in continua dissidenza con sé stesso e con il mondo, non poteva che fare al caso nostro. Solleticato a dovere, Aurelio Picca è stato – ma su questo v’erano pochi dubbi – torrenziale, irrefrenabile, divertente e, quando sorrideva, fanciullesco. Sì, perché come tutti i selvaggi e ragazzacci di strada, incuranti del pericolo e della morte, anche Picca è rimasto, per certi versi, un bambino, timido e sfrontato, taciturno e rumoroso, monacale e voluttuoso. Un uomo fragile, un moschettiere senza durlindana, forte, malinconico, a tratti nostalgico, salvato dalla lingua, e dalla parola, sicuro di sé, sentimentale, e alla perenne ricerca di lealtà e onestà intellettuale, in primis, forse, con sé stesso.

F.M / francesco.melchionda@tiscali.it

***

Fotografie di Ludovica Borghesi

Aurelio, dopo un lungo inseguimento, sono riuscito a braccarti: come hai passato questi mesi?

Tra vita e visioni di città moribonde, tachicardie, ma non ho comprato neanche un paio di pantaloni. Aspetto che la vitalità risalga su.

Premesso questo, voglio cominciare questa nostra Confessione partendo dagli anni della tua fanciullezza. Che bambino eri? Se non ricordo male, timido…

Sì, quando ero piccolo, ero timido, innocente e sensuale, ma anche ribelle e senza confini. Le persone che dicono che tutti i bambini sono innocenti, dicono una grande sciocchezza. E’ una favola che ci raccontano, ma che io non “bevo”. La timidezza l’ho avuta fino ai 40 anni e più. Forse anche adesso. Ero socievole ma non sociale. Mi capitava di non riuscire ad entrare nei bar, nei luoghi affollati e, in discoteca, rimanevo a guardare le persone senza spiccicare una parola. Le fissavo e basta. E però, ricordo, in una estate del 1980, andavo con due scudieri (amici) per il litorale laziale con la maschera di Zorro. Tutti si attaccavano alle pareti pensando che si trattasse di una rapina.

Non eri cattivo, quindi…

No, tutt’altro. A volte, da bambino, mi è capitato di essere preso a bastonate. Oppure dopo aver sottratto il legname di mio nonno per fare le spade, tutti se la costruivano e per me la spada che mi giuravano sarebbe stata bellissima, la vedevo col “binicolo”. Andava a finire che il giorno del mio compleanno, la mamma mi supplicava: “Dài, invitali per il cioccolato i tuoi amici… Dài, tu sei buono…” E io li perdonavo.

I tuoi genitori cosa facevano? Eravate poveri?

No, non eravamo poveri. Mio padre era un commerciante di grandi visioni. Mia madre era in perfetta sintonia con lui. Mio nonno era il nipote di un proprietario terriero medio che però aveva dilapidato la sua fortuna. Mio padre, morto giovanissimo, a soli ventotto anni, aveva già provveduto alla mia eredità. Dopo la sua morte molte cose si sono trasformate. Ho avuto altre due infanzie. Anzi, tre. Sono salito sulla giostra della vita. 

Aurelio Picca da bambino

Cosa è successo e cosa hai combinato? Raccontami un po’, Aurelio…

Mia madre si è risposata strappandomi dal mazziniano selvaggio di mio nonno Aurelio. Mi sono trovato davanti un patrigno togliattiano. Voleva imbrigliarmi nella disciplina. Ma era dura.

Essendo timido, come ti difendevi dalla spietatezza della strada?

Mi ci buttavo, non mi difendevo. Mi allenavo al combattimento. Un innocente che deve provare a diventare cattivo senza riuscirci. Ma c’erano anche le dolcezze delle gambe delle ballerine che spiavo dalla porta della scuola di danza… E comunque, alla fine, ero un signorino che provava  a conquistare le persone con l’ interiorità.

Cosa vuoi dire con interiorità? Fammi un esempio concreto!

Regalavo, donavo, mi consegnavo nudo. Ero pronto a trasformare i sogni in realtà. Soprattutto il contrario.

Ti piaceva stare sui libri di scuola?

No, per niente. Solo alla scuola elementare ho studiato tanto e bene. La maestra era un incanto. Io col fiocco come l’elica dell’aereoplanino che amavo tanto.

A che età avvenne il tuo sbarco a Roma?

Sono nato a Velletri, e cresciuto quasi da esule volontario. Roma l’ho vista in una luce d’alba. Avevo meno di due anni. Poi sul Gianicolo a guardare lo spettacolo dei burattini mentre mia madre curava il mio fratellastro nell’ospedale del Bambino Gesù.

Che impressione ti fece Roma?

Inizialmente, quello che mi colpì maggiormente fu la sua luminosità appunto. Tutto era immerso nella luce. Crescendo e frequentandola ho avuto la possibilità di conoscere e apprezzare figure che oggi non ci sono quasi più: i facchini, i “cavallari”, il popolo, quello vero. La plebe. Oggi, quando raggiungo la Capitale dai Castelli, mi sembra un’altra Roma, nosocomiale, finta, un corpo convalescente…

Ti piacciono i romani?

I romani sono i romani. Nel Dna hanno la ferocia dei fondatori. Sanno pugnalarti alle spalle. Roma è la città più complicata del mondo. Sa essere feroce sorridendo. Quelli di oggi sono minimo di prima generazione. Ecco perché hanno meno sangue veloce.

Perché quelli di ieri com’erano: santi?

No, per niente. No. Erano spietati, cinici e scialacquatori; eppure avevano una loro moralità, un loro codice d’onore.

Hai detto e scritto di aver fatto mille lavori, per campare; quali sono stati i più significativi?

Ho fatto il barista, il piastrellista, il cassiere; ho fatto il macellaio. Con mia madre, ho imparato a conoscere i gioielli e a venderli. Posso dire di essere un “gemmologo” senza diploma. Intorno ai 22-23, poi, mi sono buttato nell’immobiliare: compravo case da ristrutturare, in decadenza, e poi le rivendevo. Sono sempre stato in lotta tra la contemplazione e l’azione.

Cosa vuoi dire?

E’ un conflitto tra il guardare solo la realtà e buttartici per desiderio direi carnale.

Hai mai rubato in vita tua? Sincero…

Ho rubato la benzina dalle altre auto per metterla nel serbatoio di quelle che guidavo senza patente. Ma non ho rubato mai neppure cento lire.

Cosa ti hanno insegnato tutti questi lavori?

Fotografie di Ludovica Borghesi

Ho avuto la possibilità di vedere il mondo antico, la vera umanità del mondo antico. Certi esseri antropologici che richiamavano un mondo ancora più antico. Sergio Citti mi diceva sempre che Roma ha smesso di essere Roma sul finire degli anni Cinquanta.

Sei un nostalgico, quindi…?

No, sono un uomo dilaniato dai rimpianti. Credo che un uomo senza rimpianti non abbia vissuto nulla.

Se non erro, la figura di tuo nonno Aurelio, è stata centrale nella tua esistenza: perché?

Mio nonno era potente, morale e, nello stesso tempo, contro il mondo. Bigamo per tutta la vita: viveva con mia nonna e, al contempo, con la serva. Era un uomo di grandissima ferocia, che mi ha insegnato a onorare il nome che ti impongono. Con lui ho sentito l’importanza di stare al mondo. E, per concludere, aveva la visione di ricostruire il patriarcato.

A te piace il patriarcato?

Io sono un Patriarca solo. Senza patriarcato.

A che età avvenne la tua prima masturbazione? Ti piacque?

Non me lo ricordo. Forse alle scuole medie. Da premettere che, negli anni della mia prima adolescenza, avvertivo anche una sorta di disagio per via della circoncisione. Poi il mio glande nudo è diventato un pianeta. Sono stato un bambino sensualissimo. Quello che mi ricordo con certezza e nitidezza è il primo contatto sessuale con una bambina, a 4 anni circa: il toccarsi, lo sfiorarsi, anche molto intimo… Le poggiavo il pisellino sulla patatina.

Per quale motivo, sei stato, parafrasando Pasolini, ‘ragazzo di vita’? Ti sei mai prostituito?

Prostituito? Ho un immenso pudore per il mio corpo. Mai. Invece, avendo avuto un’adolescenza poco borghese, molto selvatica, ho potuto conoscere, e apprezzare, le asperità, i pericoli, l’adrenalina, i rischi, della strada. Sono stato un ragazzo di strada, non di vita, nella accezione pasoliniana. Ma siccome sulla strada si conosce la vita… Peraltro a casa la vita non mancava. C’era una autostrada che portava a essa. A 20 anni, e lo dico senza arroganza, avevo visto e fatto tutto. Una postilla su Pasolini: non ho mai amato i suoi romanzi. Li ho trovati sempre manieristici. Invece ho amato il Pasolini regista e, spesso, il poeta.

Come mai, nonostante la fama, il denaro, hai deciso di vivere a Velletri? Recentemente hai definito i Castelli Romani un posto di merda…

Non l’ho mai detto. Velletri, come disse anche Amelia Rosselli, è una città drammatica. Vivo qui perché ho un territorio enorme come Los Angeles dove perdermi. Una selva di città e cittadelle che si aprono come quinte teatrali. La grande città è una grande prigione. Poi considera che io faccio poca vita mondana. Sono un monaco e pellegrino. Comunque, sì, detesto che i Castelli siano diventati una cartolina turistica da fine settimana.

Tu sei più drammatico o tragico?

Dalla terra al cielo. Verticale. Il dramma sfocia nella tragedia. In questo sono un pagano.

Quando non scrivi i tuoi libri, come passi le giornate? Cosa combini, Aurelio?

Sto a letto tutto il giorno. Immobile. Penso. In questo periodo, ad esempio, sono in fissa con gli assoli di Massimo Riva, il grande chitarrista di Vasco Rossi morto di overdose.

Ami i chitarristi?

Keith Richards lo adoro, anche se suona meravigliosamente male. Detesto, ad esempio, Eric Clapton perché è un purista del blues, e io il blues lo detesto.

Da qualche anno, per puro caso, ho scoperto il variegato mondo di Capocotta. Com’era, negli Settanta-Ottanta. Ci vai ancora?

Più che Capocotta, adoro Ostia. E penso che il lungomare di Ostia sia uno dei più belli d’Italia, se non il più bello.

Addirittura?

Sì, assolutamente! Ma tornando alla tua iniziale domanda, posso dire che io, avendo avuto la possibilità di conoscere il mondo antico di Roma, come ti ho già detto, non mi sono mai lasciato incantare dal folclore che si vede e respira a Capocotta, e non solo. E’ un macchiettismo esistenziale che non mi appartiene. Io sono ancora legato e innamorato del cinismo “belliano”.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Da dove nasce il tuo amore per il bel vestire? Hai bisogno di un’armatura estetica per piacere e incantare?

Nasce dallo stile di mio padre e mia madre. E’ qualcosa di genetico, che si eredita. Meglio: si nasce eleganti. Sin da bambino ho conosciuto e frequentato i sarti. Amo le stoffe. Adoro le asole fatte a mano. Se tocco un abito ti dico quanta lana o seta o cotone ha. Ma anche un acero da un frassino so riconoscere. Sono andato a scuola anche dai falegnami.

Come vivi la tua sessualità? In maniera fluida?

Sono un eterosessuale. E detesto la pornografia. Distrugge la fantasia. Preferisco avere nelle narici l’odore delle stalle. Sono un fan del toro. Il toro animale, non il toro squadra di calcio.

E i trans, ti hanno mai attratto?

So che esistono.

Hai mai pugnalato un amico per un tornaconto o, peggio ancora, per vigliaccheria?

Mai. Per me, l’amicizia, anche più dell’amore, è sacra.  Mi è amico solo chi ha onestà intellettuale e qualche talento. E, infatti, ho pochissimi amici, e tanti conoscenti.

Cosa non ti piace del tuo modo di essere?

Sono un uomo che non sa dire di no! Quando viene fuori la mia parte “a sangue caldo”, spesso ho difficoltà a dire di no. Ho il rimpianto di aver detto pochi no, e questo mi ha fatto perdere tempo. E non so ferire le donne.

Da dove nasce il tuo essere così poco parsimonioso? Perché questo rapporto così labile con il denaro?

Non ho un rapporto labile, come dici tu: so fare i conti con il denaro. Ma, amando le cose belle, non mi sono mai fatto mancare nulla, e ho speso più di quello che ho guadagnato.

Sei schiavo della bellezza?

No, anzi. Sono molto contraddittorio: posso essere molto parsimonioso, ascetico, monacale e, al contempo, avere momenti o periodi in cui spendo chessò, trentamila euro… Credo più nel lusso che nella ricchezza.

Vale a dire?

La ricchezza è come la felicità: un’onda media. Il lusso come la gioia: onda altissima.

Sei più perverso o lussurioso?

Né perverso, né lussurioso. Piuttosto, sono spudorato come i bambini e i contadini.

All’inizio di questa intervista, mi hai detto di essere stato un bellissimo bambino. Pensi ancora di essere bello?

Con il tempo torno bambino.

Nel sesso, sei più fallocentrico o contemplativo?

Tutto il corpo è sessuato. Essere fallocentrico è roba da onanisti. Ma non di rado ho avuto momenti di assoluta castità.

Vivi la vita come se dovessi morire prima d’invecchiare?

No, ma ho il rammarico di aver perso troppo tempo nello scrivere. Come ti ho detto prima, a 20 anni potevo già morire perché avevo visto e fatto tutto: conosciuto l’amore, la miseria, il lusso, il mondo antico, i topi in casa… Gli altri anni sono stati di costruzione e di sfida al mondo. Mi sono considerato sempre, e nei confronti di chiunque, una sorta di ghepardo imprendibile.

Anche nei confronti delle donne?

Le donne mi hanno avuto. Anche da ghepardo.

Ti sei mai sentito incastrato in qualche gabbia mentale o fisica?

Nel massimo della mia forma sono andato in depressione.

C’è qualcosa, Aurelio, che ti fa paura?

La malattia, e la degenerazione del corpo.

Sei mai stato schiavo delle droghe?

No. Però, intorno ai 17 anni ho sperimentato il nepalese, l’afghano, il pachistano, montati con Lsd e mescalina. Ma, siccome tutto ciò mi procurò attacchi di panico e collassi neurovegetativi, smisi ben presto. Posso dirti, oggi, di essere assolutamente contrario alle droghe. La droga ce l’abbiamo nel cervello. Chi non ce l’ha, peggio per lui!

Cos’è, per te, la vergogna? La provi spesso?

No, non credo di avere questo problema, se di problema si tratti.

Perché, nei tuoi libri, compare così tanto la ferocia, la violenza, la criminalità? Da dove deriva questa fascinazione del male?

Perché sono elementi assoluti della vita; sono veri e, paradossalmente, hanno una loro innocenza. Il perverso no, la ferocia, sì.

Nel tuo precedente romanzo – “Arsenale di Roma distrutta” – hai dedicato il tuo libro ai vecchi pederasti: perché?

Perché in qualche modo erano dei mecenati della bellezza; questi froci erano una sorta di Luchino Visconti depotenziati. Uomini di charme, quasi asessuati. Ma c’era, inoltre, una spinta anche provocatoria nella dedica.

Provocatoria nei confronti di chi?

Dell’infame politicamente corretto…

Hai detto: io i romanzi li soffro, li pago con tutto il corpo. Cosa vuoi dire? Spiegati meglio… Lotti per scrivere?

No, non lotto per scrivere. Scrivo i libri sempre per una necessità, che magari vieni da molto lontano e che poi, all’improvviso, si concretizza. La parte più facile, paradossalmente, è proprio la scrittura. Però prima me li scrivo sul corpo.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Cosa rappresenta, per te, la scrittura? Ti serve a qualcosa?

Adesso, no, ormai, ma quando ho iniziato è stato il modo per stare al mondo, e avere la possibilità di costruire il mio nome.

Che rapporto hai con gli editori?

Non l’ho conflittuale; cerco, più che posso, di non farmi fregare e  cercare di fare  le cose che voglio io. Fare l’editing, ad esempio, ai miei libri è impossibile.

Li hai mai mandati affanculo?

No, ma con gli editor Rizzoli, una decina di anni fa, per una vicenda legata sempre allo Strega, ho avuto confronti duri ma leali.

Ti pesa non aver vinto il premio Strega?

Non lo vincerò mai.

Chi è stato quello che ti ha scoperto? Il tuo mentore?

Io!

Che rapporto hai con la critica? Servono, ai fini della vendita, i critici letterari? E chi stimi?

Hanno scritto di me tutti i grandi critici dell’ultimo secolo e i nuovi. I padri però cercavano un diverso successo; ora, i figli, hanno in molti un romanzo nel cassetto.

Manganelli diceva che ci sono scrittori in grado di farti cambiare umore. Per te vale a stessa cosa? Ce n’è qualcuno che ribalta il tuo stato d’animo?

“Mia Madre” di Bataille è stato il libro che, sì, mi faceva cambiare umore, stato d’animo. Ma è un libro letto a 18 anni. E poi, ovviamente, la poesia, tutta.

Qual è stato il libro più brutto che hai scritto?

Non ho mai scritto libri brutti, i miei sono solo capolavori.

Come mai Roma è centrale nella scrittura dei tuoi libri?

Non sempre, sai… A parte gli ultimi due, tutti gli altri li ho ambientati nel resto d’Italia o, addirittura, in Francia o a Urbino. O dentro il corpo dell’Italia.

Quali sono stati i sette-otto libri che stai partorendo?

Ne ho 10 in testa.

Quali sono stati gli autori fondamentali della tua vita?

Drieu La Rochelle, Maupassant, Klossowski, Léautaud, e Verga. E, in ordine sparso, la prima Ortese, La Capria di “Ferito a morte” e il “Padrone” di Goffredo Parise. E tutta la poesia italiana. L’Ortis è il romanzo che io ho riscritto ne “I mulatti”.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Qual è stato il momento in cui ti sei detto: ce l’ho fatta, cazzo!

Non c’è stato un momento in particolare. Non ho mai inteso scrivere come una professione. Ho scritto per vivere di più e di meno.

Aurelio, concludiamo, che comincio ad avere fame… Hai capito qualcosa della vita e di te stesso?

No. Ma ho vinto. Sono diventato lo scrittore che volevo essere. Mi è costata molta vita.

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