Arashi: la katana giapponese puntata al collo delle Midway

La macchina d’aggressione del Giappone imperiale è pronta a colpire con tutta la sua forza: 180 navi e 589 aerei concentrati in un attacco spaventoso.
La macchina d’aggressione del Giappone imperiale è pronta a colpire con tutta la sua forza: 180 navi e 589 aerei concentrati in un attacco spaventoso.

Primavera del 1942, l’alto comando giapponese è preoccupato dalla resistenza incontrata in Birmania e decide di inviare un nuovo corpo di spedizione in rinforzo alle truppe già presenti. Prima però, si rende necessaria un’operazione di pulizia in quel settore dell’Oceano Indiano dove ancora scorrazzano numerose unità della marina britannica, per evitare che esse possano tagliare le linee di comunicazioni vitali per l’invasione in corso. I servizi segreti dell’Imperatore scoprono che una grossa squadra navale inglese sta convergendo a Ceylon, pronta a riscattare l’onore perduto della Gran Bretagna in così tante precedenti disfatte brucianti. I giapponesi, per rafforzare il proprio perimetro e le rotte dei convogli, invadono le isole Andamane nel Golfo del Bengala, oggi appartenenti all’India. Si tratta di un arcipelago composto da una striscia di terra tratteggiata per circa cinquecento chilometri che fornisce una buona barriera naturale a protezione dell’Indocina, se sufficientemente sfruttata dall’arma aeronavale. 

Nel frattempo, l’ammiraglio Nobutake Kondō, agli ordini della flotta dell’ammiraglio Nagumo già vittoriosa nelle Hawaii americane, viene incaricato di portare avanti una puntata offensiva contro la base di Ceylon per annientare definitivamente la flotta inglese in Asia. L’intenzione dello Stato Maggiore Generale della Marina è quella di ripetere una nuova Pearl Harbour questa volta ai danni della marina britannica, per spazzarla via per sempre.

Il 5 aprile, la domenica di Pasqua, caccia e bombardieri si avventano sulla capitale Colombo per devastare porto e piste. Ma al loro arrivo, i piloti imprecano: gli inglesi hanno scoperto per tempo l’attacco, e le navi da guerra e gli aerei sono ormai lontani, al sicuro. Furiosi, gli equipaggi giapponesi scaricano bombe e siluri sulle installazioni portuali, hangar e navi da trasporto, scassando tutto quello trovano. Ma il bottino è magro. Senonché, sulla via del ritorno, lo stormo comandato dall’asso Mitsua Fuchida (che abbiamo già incontrato nella prima puntata di Arashi), intercetta navi nemiche. In uno schiocco di dita due incrociatori pesanti, il Dorsetshire e il Cornwall, diventano prede di un divertito tiro al bersaglio. I piloti di Fuchida raggiungono la percentuale di ben 90% di colpi a segno: un record imbattuto. I samurai del cielo brindano! Kanpai! È una testimonianza di come, in quella fase della guerra, i piloti giapponesi fossero dei maestri. Dopo le cose cambieranno, ma per ora, gli equipaggi imperiali sono ancora abilissimi in cielo.  

Il 9 aprile, si replica e colano a picco la portaerei Hermes e il cacciatorpediniere Vampire, che affondano in una decina di minuti dopo l’attacco condotto con rapidità estrema e precisione assoluta. Bilancio delle sortite verso Ceylon: la flotta inglese non è annientata ma comunque ferita gravemente. L’ennesima dura sconfitta per Londra. Nel settore indiano, domina la paura. Gli inglesi sanno che i giapponesi possono tornare da un momento all’altro. Ormai nemmeno più Ceylon è una base sicura.

Con queste operazioni si conclude la seconda fase del grande piano di conquista giapponese per tracciare il perimetro della Sfera di co-prosperità comune della Grande Asia Orientale. I risultati complessivi superano le previsioni più ottimistiche, gli obiettivi primari sono raggiunti con una velocità che stupisce gli stessi comandanti nipponici. Il Sol Levante s’inchina intero davanti al primo stratega della straordinaria vittoria: l’ammiraglio Isoroku Yamamoto

La sfera di co-prosperità giapponese all’apice della sua espansione

Intanto gli inglesi devono arretrare, ancora. Gli ammiragli di Churchill scelgono allora come base principale per le operazioni in Oriente il porto francese di Diego-Suarez, nel Madagascar posto sotto l’autorità coloniale di Vichy. Gli inglesi, dopo un combattimento poco più che simbolico, prendono possesso della rada e installano una roccaforte aeronavale. I giapponesi, anche se consci della straordinaria distanza con l’isola africana, decidono di non dare tregua. Optano per un’incursione sottomarina, un blitz silenzioso e pestifero. Si organizzano due missioni gemelle: una contro Diego-Suarez e l’altra per colpire nientepopodimeno che il porto australiano di Sidney. Anche se operazioni minori, si vuol mantenere alta la pressione sugli avversari, far sì che la tensione rimanga alta e mostrare ancora una volta al mondo intero come la tecnica giapponese unita all’audacia guerriera siano costanti micidiali da cui non si scampa, anche a lunghissima distanza. Non c’è posto negli oceani Indiano e Pacifico, dove i nemici del Sol Levante possano sentirsi al sicuro. Madagascar e Sidney ’42: la punta della katana della marina imperiale, la massima estensione della macchina d’aggressione del Giappone. 

Nel duplice attacco, previsto per la notte del 30 maggio, si utilizzano minisommergibili trasportati da sommergibili più grandi. I sottomarini madre costudiscono nei loro ventri i sottomarini figli: si tratta dei minuscoli mezzi biposto Ko-hyoteki soprannominati “mosche”, pericolosissimi anche per chi ci sta dentro, dove un ufficiale e un graduato manovrano tra gli inquietanti scricchiolii di paratie che sembrano latta, i fumi tossici dei liquidi delle batterie, e il buio che può piombare improvviso. Ce ne vuole di fegato per avventurarsi in acque nemiche con quei trabiccoli armati di siluri!

Le “mosche” Ko-hyoteki

Di fronte alla rada di Diego-Suarez al chiaro di luna africana il sommergibile madre partorisce il piccolo sottomarino. La “mosca” ronza semisommersa. La “mosca” quasi va a picchiare il muso contro lo scafo di una grossa petroliera. Nonostante la distanza troppo ravvicinata che potrebbe essere ai due marinai fatale, il mezzo lancia uno dei due siluri di cui dispone. La petroliera esplode in un tremendo boato che sveglia mezzo Madagascar, provocando un’onda d’urto devastante che letteralmente manda all’aria il minuscolo scafo nipponico che schizza via come una biglia da spiaggia. L’impavido sottomarino volante: sembra una vignetta delle Sturmtruppen di Bonvi con protagonista il nobile alleaten giapponese. Scherzi a parte, la piccola mosca di mare riesce a ritrovare il suo assetto, con i due nobili alleaten sommergibilisti centrifugati ma vivi e con ancora un siluro buono. Lo usano per ferire a morte la corazzata Ramillies, mentre dentro la mosca tutto va in tilt, e i vapori velenosi delle batterie soffocano l’equipaggio. Da lì a poco, il micidiale macinino affonda fino ad arenarsi; una bara per i due eroi della marina imperiale, che così volevano morire. 

Se in Madagascar si può parlare di un successo giapponese quasi paragonabile all’impresa di Alessandria d’Egitto degli uomini rana della X MAS della nostra Regia Marina, a Sidney va invece tutto storto. Quattro sommergibili madri mettono in acqua quattro Ko-hyoteki a 18 miglia dal porto australiano. Però, una volta in vista delle navi nemiche addormentate, un siluro di uno dei mezzi esplode prematuramente, mandando tutto all’aria e distruggendo il minisottomarino. Un’altra mosca rimane impigliata nella rete a protezione del porto, e le altre due lanciano i loro ordigni, mancando clamorosamente i bersagli. L’esito della missione di Sidney convince la marina giapponese a desistere da ulteriori tentativi del genere. 

Alcuni dei membri della marina imperiale giapponese che lanciarono gli attacchi a Diego Suarez e Sydney.

Veloce aggiornamento dal fronte birmano

L’occupazione della Birmania viene completata nei primi giorni di maggio ’42. Nel frattempo, l’esercito giapponese si volge anche contro la Cina, come da piani che prevedono un’offensiva occidentale contro le forze nazionaliste di Chiang Kai-shek, per stritolarle così in una tenaglia gigantesca. L’ostacolo naturale è costituito dal fiume di confine Saluen. I giapponesi costruiscono un ponte per penetrare nello Yunnan cinese. Prima del taglio del nastro però, balzano le Tigri Volanti del comandante Chennault (di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente), in agguato tra le gole. Le Tigri Volanti distruggono il ponte. Subito i genieri giapponesi lo ricostruiscono. Immediatamente le Tigri Volanti lo mandano in pezzi di nuovo. Le formiche nipponiche raccolgono morti e feriti e tornano al lavoro per rialzare il ponte. Di nuovo attaccano le Tigri Volanti. È un’assurda danza della morte che va avanti per mesi. Un tiro alla fune di bombe e sconquassi. I giapponesi cocciutissimi ricostruiscono da capo, subendo perdite notevoli. Ma le Tigri Volanti sono ancora più ostinate. Ad un certo punto i giapponesi si stancano e mandano al diavolo il progetto di invasione cinese dalla Birmania. Tutt’oggi, non si è mai capito perché gli invasori non avessero costruito piste al confine per permettere ai Mitsubishi Zero di ingaggiare battaglia e dare la possibilità ai genieri di ultimare quel ponte maledetto. Forse perché temevano le Tigri Volanti più della morte. Ad ogni modo è un errore strategico madornale. 

Veloce aggiornamento dal fronte interno

Gli americani sono in cerca di vendetta, per soddisfare l’opinione pubblica con una qualche riscossa. Compiono un’incursione aerea su Tokyo, il 18 aprile 1942, comandata dal colonnello Doolittle. È un’impresa di rara audacia che ha visto decollare pesanti bombardieri pilotati da uomini con addestramento speciale dalla portaerei Hornet, avvicinatasi alle coste giapponesi. Rispetto agli uragani di fuoco degli anni successivi, quello di Doolittle è un raid che causa danni limitati al nemico, ma che produce notevoli effetti dal punto di vista propagandistico, e che obbliga il comando giapponese ad adottare urgenti misure difensive per proteggere la madrepatria. Quindi numerose forze aeree giapponesi, che sarebbero utilissime in altri fronti, vengono tenute negli aeroporti del Giappone. Inoltre, il bombardamento americano provoca un forte choc a Tokyo, l’invulnerabilità del sacro suolo è violata. L’ossessione di Yamamoto per le portaerei nemiche ha dunque un suo giusto fondamento. Ora non ci sono più ostacoli politici al suo piano per lo scontro navale decisivo alle Hawaii…

Ad ogni buon conto, in quei primi di guerra a Tokyo si festeggia. Tutti gli obiettivi primari sono stati raggiunti, molti in anticipo rispetto a quanto stabilito inizialmente dai piani. I capi militari non trattengono la propria gioia; pensano che qualsiasi ambizione, anche la più audace e folle, possa essere raggiunta con facilità. La propaganda strombazza la gloria immensa. L’intero Sol Levante è investito da una febbre di delirio di onnipotenza. È un atteggiamento molto pericoloso che porta presto i giapponesi allo stesso sentimento di superiorità e di sottovalutazione del nemico che ha causato così grave danno agli Alleati nelle primi fasi della guerra. E saranno guai. 

I general-ammiragli sognano la grandezza, ma al Gran Quartiere Generale Imperiale Dai Honei scoppia la lite. Due fazioni: la prima, composta da alti ufficiali della marina e da alcuni elementi della politica vuole concentrare gli sforzi dell’Impero nel consolidamento delle straordinarie conquiste compiute; la seconda, che ha i suoi più accesi sostenitori tra i vertici dell’esercito, mira ad un ulteriore espansione. La fame vien mangiando: non fermarsi, conquistare, conquistare, conquistare, invocano i generali in conflitto con gli ammiragli. Il grande Yamamoto, che grazie alle straordinarie vittorie gode di una reputazione stellare, è in disaccordo con i suoi colleghi di marina e appoggia l’opzione espansionistica, avvertendo però gli stati maggiori sull’urgenza nella realizzazione di essa, perché contro gli Alleati il tempo è vitale, non si deve dare loro la possibilità di reazione. Quindi, ora che il comando supremo opta per l’offensiva, la discussione si sposta su un altro piano di conflitto interno. Attaccare sì, ma dove? Tre le opzioni che fanno bisticciare gli onorevoli general-ammiragli: 

Opzione A: conquistare l’India e poi puntare al Medio Oriente, marciare cioè verso i pozzi iraniani e iracheni, per congiungersi con le armate di Hitler in un’inaudita morsa planetaria che guasta il sonno eterno ad Alessandro Magno. Ipotesi seducente, accarezzata dai generaloni di Hirohito, ma la cui realizzazione, viste le incredibili distanze e la quantità di truppe necessarie, è estremamente complessa. Opzione B: puntare all’Australia, cioè all’antico sogno proibito degli ammiraglioni di Hirohito. Opzione C: scagliare la forza aeronavale ad est, nuovamente contro le Hawaii e Pearl Harbour per schiacciare definitivamente la marina USA e togliersi il pensiero del pericolo americano. Questa è l’idea dell’ammiraglio Yamamoto. 

Isoroku Yamamoto

L’opzione A viene bocciata, mentre i piani per la B e la C vengono portati avanti pressoché in parallelo. Dunque, occupiamoci per prima cosa dell’Australia. Per arrivare fin laggiù bisogna innanzitutto allargare gli anelli della catena difensiva orientale occupando l’arcipelago delle Salomone, poi sono necessarie operazioni sulla Nuova Guinea meridionale e infine dare il via all’operazione Mo. Obiettivo finale dell’operazione Mo: la conquista di Port Moresby, l’attuale capitale della Nuova Guinea, il trampolino necessario al balzo in Australia. A differenza però delle precedenti grandi operazioni, questa volta non si può contare sull’effetto sorpresa perché l’aviazione americano-australiana è attivissima nell’area e di certo le sentinelle aeree alleate non si sarebbero fatte cogliere addormentate. Sfortunatamente per le forze dell’ammiraglio Shigeyoshi Inoue, alle intenzioni nipponiche di conquista si contrappongono gli americani della Task Force 17 dell’ammiraglio Frank Jack Fletcher. Nel maggio ’42 si svolge la Battaglia del Mar dei Coralli, la prima grande battaglia di portaerei della guerra, combattuta esclusivamente tra aerei contro navi, senza scontri diretti e cannonate tra quest’ultime. Lampi d’azione sulla superfice grigio-blu del Mar dei Coralli, le coste australiane sono a poche centinaia di miglia marine e gli aerei dell’Imperatore lanciano siluri e bombe contro la portaerei americana Lexington “Lady Lex”, il cui ponte brucia. La battaglia ha due esiti, uno tattico e uno strategico. Dal punto di vista tattico la vittoria è giapponese perché il conteggio delle perdite è a loro favore. Dal punto di vista strategico invece, la vittoria è alleata, perché Port Moresby è salva, e con essa, l’Australia tutta. Campanello d’allarme per i samurai. 

Si giunge così alla più importante battaglia aeronavale della Storia. Per Yamamoto l’imperativo assoluto è la totale distruzione della flotta nemica, questa volta portaerei comprese. Solo così il Giappone potrà completare il suo perimetro difensivo contro l’America e permettersi di espandersi in altri settori della Sfera di co-prosperità comune della Grande Asia Orientale. Il genio Yamamoto ha ragione: se si vuole vincere quella è la sola possibilità. Nel quartier generale di certo pesa molto sull’approvazione finale del piano l’eccezionale reputazione del suo ideatore, ritenuto primo eroe nazionale, invincibile maestro di strategia. 

La USS Lexington in fiamme

Il piano in breve: raggruppare la quasi totalità della temutissima flotta pacifica giapponese – la spada del samurai del mare; acciaio sulle onde; il colosso dell’acqua – fare rotta verso le Hawaii, conquistare l’isola strategica di Midway per indurre così il nemico a prendere il mare e poi distruggerlo grazie alla superiorità della marina del Sol Levante. Si tratta di una trappola bell’e buona: Midway il formaggio, la flotta nipponica il gatto, la marina americana il topo. Semplice, logico, efficace. L’idea ambita è di allargare il perimetro difensivo pacifico con una barriera impressionante ad arco, che parte dal profondo nord delle isole Aleutine d’Alaska, e va a comprendere Midway, le Marshall, le Gilbert, Guadalcanal e Port Moresby in Nuova Guinea (quest’ultima posizione essenziale per realizzare il sogno di Australia, come abbiamo visto). Atollo di Midway: uno sputo sull’acqua che si compone in due isolotti di sabbia, Eastern e Sand. Disabitati e apparentemente insignificanti, appartengono agli Stati Uniti dal 1867. Ma essendo all’estremità delle Hawaii, per gli americani sono di vitale importanza per proteggere il loro arcipelago dove sorge la base di Pearl Harbour. 

Il 5 maggio 1942 il capo di Stato Maggiore Generale della Marina, ammiraglio Nagumo, il trionfatore di Pearl Harbour, approva il piano del collega Yamamoto, e dirama l’ordine di operazione generale n.18. Ha inizio una mastodontica fase preparatoria di marina e esercito coordinati tra loro dal vertice del Gran Quartiere Generale Imperiale Dai Honei. I giapponesi si preparano alla più grande operazione militare mai intrapresa. Codice “N”: 7 giugno, data prevista per lo sbarco a Midway perché ultima notte di luna favorevole alle operazioni notturne. Il 25 maggio salpa l’Invincibile Armada del Sole Rosso Nascente; 180 navi e 589 aerei concentrati in una forza spaventosa. Ne fanno parte sei potenti gruppi tattici. 

Primo gruppo: la flotta comandata direttamente dall’ammiraglio Yamamoto per attaccare le navi americane sopravvissute al diluvio di fuoco degli aerei. 

Secondo gruppo: la flotta delle portaerei dell’ammiraglio Nagumo, incaricata di neutralizzare le difese di Midway e di distruggere la flotta americana. 

Terzo gruppo: forza da sbarco per l’occupazione dell’atollo di Midway, la cui responsabilità è del viceammiraglio Kondo. 

Quarto gruppo: a loro l’ordine di occupare le isole Aleutine d’Alaska. A comandare le truppe è posto il viceammiraglio Hosogaya. 

Quinto gruppo: si tratta della formazione avanzata del viceammiraglio Komatsu che con i suoi sommergibili ha l’onere di proteggere il fianco est di Midway e di fare da sentinella. 

Sesto gruppo: forza aerea terrestre con basi insulari a Wake, Aur, Wotje, Jaluit e Kwajalein con compiti di esplorazione e di distruzione se la flotta nemica si fosse spinta ad ovest di Midway. 

Vediamo cosa succede dall’altra parte della barricata. La marina americana ha ora un eccezionale comandante, l’ammiraglio di origini tedesche Chester William Nimitz. Oltre a fiutare la mossa dell’avversario, Nimitz dispone di ottimi servizi di intelligence impegnati nella decifrazione dei messaggi in codice del nemico, che gli confermano i suoi sospetti. Inoltre, intuisce che l’attacco settentrionale alle Aleutine sia solo un diversivo per qualcosa di ben più grande e pericoloso: Midway. I giapponesi si stanno muovendo in forze per tentare il colpo più grosso della guerra e Nimitz racimola dal Pacifico tutte le navi utili al prossimo scontro, nonché provvede al rafforzamento difensivo dell’atollo. Contro l’Invincibile Armada del Sole Rosso Nascente, l’ammiraglio americano schiera la sua flotta, così composta: 

Task Force 17 del contrammiraglio Fletcher, la flotta veterana della battaglia del Mar dei Coralli, con la portaerei Yorktown come nave ammiraglia. 

Task Force 16 del contrammiraglio Spruance con le due portaerei Enterprise e Hornet. 

I sottomarini del contrammiraglio English. 

La forza aerea con base a Midway. 

Immaginate di essere davanti ad un gioco da tavolo su modello di “battaglia navale” con tutte le unità schierate, e provate ad immaginarvi l’entità dello scontro imminente. È un qualcosa di terribile e gigantesco. Il 3 giugno la tensione diviene estrema da ambo le parti. Una tempesta, un’Arashi, di proporzioni terrificanti si sta per scatenare. È il clima che si avverte quando la grande Storia sta per essere scritta. Prime ore del 4 giugno, cuore della notte nel Pacifico. Nagumo scatena il primo fulmine della tempesta Arashi. Parte la prima ondata di aerei per scatenare l’inferno a Midway. Il piano è chiaro: la prima ondata deve devastare le difese terrestri americane, mentre gli apparecchi ricognitori setacciano i paraggi oceanici per individuare la flotta nemica cosicché la seconda ondata potrà scagliarsi contro essa. 

Adesso facciamo attenzione ad un dettaglio a prima vista banale. Alle 4.30 parte la prima ondata aerea d’attacco, e nello stesso momento, si alzano in volo gli idrovolanti di ricognizione. Ma due di essi, causa avarie, vengono catapultati in sensibile ritardo. Ci si chiederà: ma vale la pena ricordare un dettaglio così marginale? Sì! Teniamo bene a mente questo episodio perché spiegherà parte della catastrofe successiva. Coincidenza temporale: sempre alle ore 4.30 spaccate del 4 giugno si alzano in volo 10 ricognitori americani. Ambedue le belve sono a caccia – ma chi sarà preda e chi predatore? È una gara di velocità, un terribile gioco a nascondino sopra l’oceano, vince chi scopre prima l’altro. Tana per Nagumo! 

Ore 5.34: “Portaerei nemiche in vista!”

Ore 5.45: “Numerosi aerei nemici si dirigono su Midway!”

Ore 6.03: “Due portaerei e alcune corazzate a 180 miglia da Midway rotta 135°, velocità 25 nodi!”

Il ritmo adesso si fa frenetico. Avvertenze per i deboli di cuore: occhio all’infarto. Midway è in stato d’allarme, i radar segnalano velivoli nemici in rapido avvicinamento da ovest. I piloti americani si precipitano sulla pista. Decollano per non finire in pasto degli Zero come a Pearl Harbour e per andare incontro ai giapponesi e dar loro battaglia. Segue mischia confusa tra le nuvole. Gli americani non riescono ad ostacolare i bombardieri nipponici che alle 6.35 iniziano la danza di fuoco su Midway. Ma in quei momenti di caos e di picchiate mortali, alcuni aerei yankee si sganciano dalla zuffa per dirigersi verso le portaerei di Nagumo. Ma la contraerea navale li fa a brandelli senza problemi. A Midway si fa la conta dei danni. L’attacco nemico ha fatto sì disastri, ma le piste di atterraggio rimangono utilizzabili ed è la cosa più importante. 

I velivoli della prima ondata sulle portaerei di Nagumo sono sulla via del rientro. Il tenente di vascello, Joichi Tomonaga, pilota e comandante del gruppo aereo Kokutai della nave Hiryu, a rapporto radiofonico con l’ammiraglio Nagumo, insiste per far partire immediatamente una seconda ondata con l’obiettivo di schiacciare gli aerei nemici al suolo mentre stanno facendo rifornimento. 

Il tenente di vascello Joichi Tomonaga

Siamo ad un momento clou dell’intera battaglia: Nagumo è indeciso. Dubbio grande e pesante come una montagna: attaccare subito Midway o attendere le informazioni dei ricognitori? Due strade, vittoria o disastro, rosso o nero se fossimo davanti al tavolo verde delle roulette. Alle 7.15 Nagumo punta tutto su una seconda incursione a Midway. Però il destino si fa beffe dell’ammiraglio e gli combina un brutto scherzo. Poche righe fa abbiamo raccontato dei ricognitori giapponesi che si erano alzati alle 4.30. Ebbene, gli idrovolanti stanno rientrando verso le navi, non hanno avvistato alcunché di interessante. Senonché, due di essi, come si ricorderà, erano partiti in ritardo rispetto alla tabella di marcia. In particolare, ce n’è uno che, dopo aver raggiunto il limite del suo settore di ricerca, se ne ritorna solo soletto verso il suo incrociatore. Sulla via del ritorno chi ti incontra?

Dieci navi, probabilmente nemiche, 240 miglia per 10° da Midway!

Questo messaggio, al quartier generale giapponese, ha un effetto shock. Ecco, questa è stata la grande sfortuna di Yamamoto e Nagumo: se l’aereo fosse partito in orario, il nemico sarebbe stato avvistato mezz’ora prima e Nagumo avrebbe così ordinato di attaccare le navi. Ma ora è tardi. Gli aerei sono stati già equipaggiati con armamento per il bombardamento terrestre e i suoi velivoli siluranti sono stati messi a riposo nelle rimesse delle portaerei perché sul ponte è stato fatto lo spazio necessario affinché i piloti della prima ondata possano atterrare. Le operazioni di armamento e di approntamento per i mezzi non sono banali, altroché. Occorre tempo e fatica; i movimenti di uomini, carrelli, ascensori, macchinari, bombe sono tutti organizzati secondo schemi precisi. Non basta uno schiocco di dita. Una volta che una tale decisione è presa su una portaerei, diviene impossibile tornare indietro in tempi brevi. 

Lo stato maggiore della Flotta del Pacifico centrale a Saipan: Nagumo è in prima fila al centro, con gli abiti bianchi

Nagumo è in trappola; una iella che ha cambiato il corso della Storia. Alle 7.45 ordina comunque di sospendere le operazioni di sostituzione dei siluri con le bombe terrestri. Si torna indietro, la preda adesso è marina. Ma è una situazione drammatica. Gocce di sudore sulle fronti degli ufficiali di marina. Rientrano ora gli aerei della prima ondata. Sui ponti non si prende fiato. Dalle due portaerei US Navy della Task Force 16 decollano bombardieri, caccia, aerosiluranti Devastator. Dalla Yorktown della Task Force 17 parte un’altra squadra. La prima formazione d’attacco giunge in vista della flotta nemica. Alle 9.30 della mattina, si scatena l’artiglieria contraerea nipponica, e nugoli di furibondi Mitsubishi Zero si mettono all’inseguimento degli aerei americani. Gli attaccanti dell’avanguardia aerosilurante sono falcidiati. Nessun siluro raggiunge alcun obiettivo. Tocca ai Devastator della portaerei Enterprise, ma anche loro vanno al massacro. Alle 9.45 è il turno degli apparecchi della Yorktown lanciati contro la nave Soryu; il cielo azzurro del Pacifico sfrigola di bagliori, scoppi, linee tratteggiate di proiettili in rapida successione. I Devastator e i caccia Wildcat si schiantano contro un muro di fuoco; esplodono, picchiano sulle onde del mare alzando colossi di schiuma. Il bilancio è pesantissimo: 41 aerosiluranti inabissati; nessun siluro a bersaglio, 69 caduti. 

Devastator sul ponte della USS Enterprise

Intanto le formazioni yankee di bombardieri in picchiata, seguendo la rotta prestabilita, convergono nel punto d’incontro, dove sarebbero dovuti venire a contatto con il nemico. Ma il nemico non c’è, solo infinito mare blu! Nagumo lesto ha cambiato repentino la rotta per ingannare i bombardieri avversari. Ma cercando e cercando, ecco un solitario cacciatorpediniere giapponese di nome Arashi che naviga a tutta forza verso nordest, per ricongiungersi con il resto della flotta dopo la caccia con bombe di profondità al sottomarino Nautilus. Lo seguono e trovano il tesoro di Nagumo. Le vedette giapponesi subito non avvertono il pericolo incombente. Sono tutte chine verso la superfice del mare per individuare scie di siluri. Qualche sentinella alza lo sguardo verso le nuvole, ma cribbio, si stropiccia gli occhi bruciati dai raggi solari; la luce del cielo è abbagliante e non si accorgono di quei puntini neri all’orizzonte. Quei puntini neri sono la morte. 

Sulle portaerei giapponesi si stava alzando in volo la grande ondata per distruggere la flotta americana. Sul ponte della nave ammiraglia Akagi, non è ancora decollato il primo caccia Zero che si lancia l’allarme: 

Bombardieri in picchiata!

E per l’Invincibile Armada del Sole Rosso Nascente sarà la catastrofe. Le portaerei Akagi, Kaga, Soryu vengono colte di sorpresa e proprio nel momento tattico in cui sono più vulnerabili, cioè quando sono impegnate a far decollare gli apparecchi, e quindi non possono manovrare per disimpegnarsi. 

Una bomba da 1000 libbre centra in pieno il ponte della Soryu “il drago verdeblu”, squarciandolo. I tubi per il rifornimento carburante nella rimessa spruzzano lingue di fuoco. I caccia Zero pronti al decollo vengono scaraventati in mare dall’onda d’urto. Tutti i velivoli sul ponte s’incendiano. L’intera nave viene avvolta da nubi di fumo nero asfissiante. Timone andato. Sala macchine che diviene forno. Tutte le comunicazioni interrotte. “Il drago verdeblu” cola a picco con 718 marinai e con il suo comandante Yanagimoto, che sull’attenti sceglie la strada degli abissi. 

Quattro ordigni dilaniano i tre ponti della Kaga “Gioia accresciuta” (un’opera marina fabbricata nei cantieri Kawasaki). I suoi aerei sono pieni di carburante e carichi di bombe: ecatombe. Un bagliore accecante per un istante cambia i colori dell’oceano. Tutto va in pezzi. Muoiono il comandante Okada e quasi tutti gli ufficiali superiori. Dopo una lotta disperata contro gli incendi, la Kaga soccombe trascinando con sé 800 uomini di equipaggio. L’ammiraglia Akagi “Castello Rosso” viene colpita da due bombe che provocano la tremenda esplosione di bombe e siluri stivati nella rimessa. L’onda d’urto scassa tutti gli aerei allineati sul ponte, incastrati tra loro in una matassa di lamiere e spruzzi di benzina che subito s’incendia. Con furia infernale il fuoco si propaga in mille serpenti di fiamme che penetrano ovunque nella nave. I marinai sono torce umane che corrono sul ponte, gettandosi in acqua che sono ormai carbone. L’Akagi è una mostruosa pira galleggiante. Sprofonderà in mare, dopo un’agonia di ore, affondata dai pietosi siluri dei cacciatorpediniere giapponesi che le danno il colpo di grazia. 

Dopo l’attacco micidiale, gli stormi americani si ritirano. Sono inseguiti dai Mitsubishi Zero, i cui piloti sono furibondi, lacrimano d’odio. A loro rimane solo la folle corsa verso la morte e la speranza di buttare giù quanti più americani possibile prima di inabissarsi perché non possono rientrare, le loro portaerei non esistono più. Fino all’ultima scarica di mitraglia, fino all’ultima goccia di carburante. 

Ai giapponesi rimane solo più la portaerei Hiryu “Dragone volante” comandata dal contrammiraglio Tamon Yamaguchi. Per cercare disperati di ribaltare le sorti della battaglia, si alzano in volo i bombardieri nipponici. Si dirigono inferociti con sangue alla testa verso la portaerei nemica Yorktown. Tre bombe la raggiungono: la prima sventra il ponte, la seconda s’infila nel fumaiolo, la terza penetra nella voragine aperta dal primo ordigno cadendo fino nelle viscere della nave provocando un grande incendio. Yamaguchi decide allora di gettare nella mischia tutti gli aerosiluranti di cui ancora dispone. Due siluri vanno a segno sfondando lo scafo. Per la Yorktown non c’è più nulla da fare, verrà finita a colpi di siluro da un sommergibile nemico. 

La USS Yorktown durante gli scontri

Ma la battaglia non è ancora conclusa! Le portaerei americani Enterprise e Hornet lanciano i loro mezzi per dare la caccia all’indomabile sopravvissuta Hiryu. Gli aerei yankee arrivano al tramonto, con il sole alle spalle. Le vedette li avvistano quando è troppo tardi. Di nuovo, il diluvio di fuoco. Il “Dragone volante” arde sull’acqua. Bombe accatastate nei depositi e carburante fuoriuscito completano il massacro e la distruzione. I superstiti abbandonano la nave, ma non il comandante Yamaguchi che per il senso di responsabilità e onore, preferisce morire.  A bordo dell’ammiraglia Yamato, l’atmosfera attorno allo stato maggiore di Yamamoto è funebre. Il grande ammiraglio giapponese, nella notte tra il 4 e il 5 giugno 1942, ordina il ripiegamento generale. L’operazione Midway è stata un disastro. 

Hawaii, Sayonara

È un momento tragico per il Sol Levante. È come se l’Impero avesse ricevuto una sveglia, brusca e dolorosa, mentre stava sognando la vittoria totale per mare e per terra. Sì, la vittoria, era stata accarezzata, ma prima che fosse afferrata ecco che tutto svaniva in un sol giorno di scontro epico. Incredibile. Midway sarebbe potuta essere la battaglia decisiva, per scalzare gli Stati Uniti da tutto il Pacifico e invece l’intero esito del conflitto è ora in discussione. Il primato della marina giapponese è irrimediabilmente perduto. Certo, dispongono ancora di esercito, aerei, navi temibili, ma nel lungo periodo non potranno tener testa all’instancabile apparato industriale americano che sforna armate, corazzate, bombardieri ad un ritmo sempre più accelerato. Non si può competere. Yamamoto ha deciso di puntare tutto e subito, con l’Invincibile Armada del Sole Rosso Nascente, ora priva delle sue quattro migliori portaerei. La vittoria questa volta è indiscutibilmente americana, un trionfo. La katana del mare è spezzata. 

Midway come Stalingrado: nella Storia esistono scontri che assumono il significato e il simbolo di battaglie epocali, che rappresentano il cambio di rotta di un intero conflitto, cioè quando uno dei due schieramenti raggiunge il proprio apice, il proprio zenit, e perdendo quella specifica e tragica battaglia scatena l’inesorabile declino, sconfitta dopo sconfitta, fino alla capitolazione finale. Ecco Midway è la Stalingrado del Giappone. Ma anzi, questa volta nel Pacifico ci impressioniamo ancor di più per un dettaglio temporale: l’esito della battaglia terrestre di Stalingrado è stato deciso in sei mesi, a Midway invece, è bastato un sol giorno di duello aeronavale che ha fatto ribollire un oceano intero! 

Dicembre 1942

Ragazzi, apriamo l’atlante. Guardiamo che cos’era il mondo in quel fatidico 1942, anno estremo in cui la Storia impazzisce di tragica grandezza. Anzi, restringiamo il campo ai soli mesi della primavera-estate. In Nordafrica si sta per combattere la sfida egiziana di El Alamein con le divisioni corazzate abbagliate dal miraggio del Cairo, a est Hitler è pronto a scatenare la gigantesca Operazione Blau per sfondare in Caucaso e chissà, poi dilagare in Iraq e Iran, l’Estremo Oriente e l’Oceania sono scossi per le impressionanti offensive in acqua, in terra, in cielo, mai viste prime dall’uomo … come se l’intero pianeta Terra vibrasse per i violenti colpi assestati dai suoi stessi abitanti scesi in guerra.

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