Arashi

トラ Tora!
トラ Tora!

Il 2 dicembre 1941 l’ammiraglio Nagumo riceve il messaggio fatidico: “Niitaka Yama Nobore – Scalate il monte Niikata“.

6 dicembre 1941 equipaggi adunati sui ponti delle portaerei nell’uragano di “Banzai!” – Diecimila anni di vita all’imperatore! Sull’albero della nave ammiraglia Akagi viene issata la bandiera Z, la stessa dell’ammiraglio Togo vittorioso a Tsushima nel 1905. 

7 dicembre ore 7.45 nel cielo sopra l’isola di Oahu il comandante Fuchida lancia il segnale in onde radio: TO … TO … TO …

Ore 7.50 Fuchida pronuncia la parola tremenda, la formula di quattro lettere che infiamma Asia e Pacifico in uno schiocco di dita.

トラ

Tora!

Ovvero Tigre, ma anche acronimo di Totsugeki Raigeki – l’attacco lampo. Quattro lettere – quattro anni di guerra in un fronte vasto mezzo mondo.

1941-1945: guerra nel Pacifico, ovvero il più grande conflitto aeronavale della Storia. 

Il Pacifico al 1° settembre 1939

Con la serie ARASHI (Arashi 嵐: Tempesta), qua alla sua prima puntata, si vogliono ripercorrere tutte le tappe belliche della seconda guerra mondiale dall’altra parte del Mondo, cioè si studierà con piglio veloce e riassuntivo tutte le fasi più salienti del conflitto che ha visto coinvolti gli eserciti, le marine e le aviazioni dell’Impero giapponese e degli Alleati. È occasione, in primis per chi scrive, per guardare e imparare da uno scenario di grande Storia che è stato sempre considerato in secondo piano rispetto ai tragici fatti che hanno sconvolto i fronti europei e nordafricani della seconda guerra mondiale. Per noi europei infatti, l’ovvio immaginario sulla guerra del 1939-45 è fatto di blitzkrieg terrestri, di duelli aerei sopra la Manica, di parate uncinate all’ombra dell’Eiffel, di calate balcaniche, di panzer nelle sabbie nordafricane, di scontri terrestri orientali su migliaia e migliaia di chilometri dal Mar Nero al Circolo Polare Artico, di battaglie immani tra milioni di uomini nel fango e nella neve, di assalti alle spiagge di Normandia, di popoli divisi dalle ideologie, di odi civili, di fili spinati e stermini mitteleuropei. Laggiù invece, tra le onde dell’Oceano Pacifico, la visione cambia radicalmente.

Se si pensa allo sconfinato fronte asiatico-pacifico della seconda guerra mondiale vengono in mente sbarchi su spiagge tropicali, palme, città d’Estremo Oriente, caldo, portaerei che solcano acque blu, giungla e la curiosa aggiunta di immagini semi-artiche nel settore delle Aleutine d’Alaska. È una geografia storica per noi lontana, marginale, aliena. Basti vedere solo la bibliografia in termini di quantità: in qualsiasi biblioteca gli scaffali sulla guerra in Europa traboccano di volumi, mentre i libri dedicati alla lotta Giappone contro Alleati sono molti di meno. Ne sappiamo poco. Divertiamoci allora a sbirciare nel tempo passato, viaggiamo in Estremo Oriente e addirittura fino in Oceania, osserviamo da spettatori la colossale arena di mare e terra dove i giganti scendono per uccidere e morire in nome del dominio di mezzo pianeta. 

戦争 Sensō!

Guerra! 

La “sorpresa” di Pearl Harbor: è bene tenere le virgolette per il nostro casus belli. Il 7 dicembre 1941 una forza aeronavale nipponica assesta un colpo violentissimo alla marina degli Stati Uniti, contro la base di Pearl Harbor nell’isola di Oahu, alle Hawaii. Il grande stratega dell’Operazione Z che quel giorno ha quasi annientato la forza navale americana è il famoso ammiraglio Isoroku Yamamoto, già veterano della gloriosa battaglia di Tsushima contro la Russia zarista dove ha perso due dita. Interessante scoprire come nel 1925 fosse addetto navale presso l’ambasciata giapponese a Washington. L’ammiraglio ne sa qualcosa sugli americani. All’inizio delle ostilità Yamamoto è al vertice dello Stato Maggiore della Flotta Combinata, formalmente posto sotto il comando dello Stato Maggiore Generale della Marina, che a sua volta e assieme al Ministero della Marina è agli ordini del Consiglio Supremo della Guerra presieduto dal Gabinetto Tojo del generale Hideki Tōjō, nazionalista, militarista, interventista. Nell’organigramma del comando giapponese poi, tutte le entità degli Stati Maggiori, sia terrestri che di marina, sono tutte legate al Gran Quartiere Generale Imperiale Dai Honei di sua maestà imperiale onnipotente e divino Hirohito dell’era Shōwa, che letteralmente e paradossalmente vuol dire periodo di pace illuminata.

Ma come si è giunti al celebre attacco di Pearl Harbour? 

La USS Arizona colpita a Pearl Harbor

Dunque, il Giappone, dopo l’eclatante vittoria nella guerra contro i russi del 1904-5 per il controllo della Manciuria e della Corea che umiliò le forze armate dello zar Nicola II e dopo essersi conquistato un posto tra le nazioni vittoriose della prima guerra mondiale (strappando ai tedeschi gli arcipelaghi delle Marshall, delle Caroline e delle Marianne), inaugura una stagione di grandi successi diplomatico-militari. Una nuova potenza si affaccia nella geopolitica dei grandi, e con un’ambizione vorace. Per prima è la volta della Manciuria, poi nel ’37, complice un apparato militare sempre più protagonista nella politica, si volge alla Cina: Pechino, Tientsin, Nanchino, Suchow, Canton e nel ’39 l’isola di Hainan e l’arcipelago dei Pescatori ad un tiro di schioppo da Hong-Kong.

Nel frattempo, tra il 1935 e il ’39, i giapponesi vengono alle mani con i sovietici in numerosi scontri di frontiera in Manciuria. Temono i loro vicini russi come la peste, ed è per questo che sono costretti a tenere al confine un esercito imponente. Sono cari vecchi nemici da decenni, e quando Hitler invaderà l’URSS nel giugno del 1941, i generali di Hirohito ben si guarderanno di attaccare i russi da Oriente, anche se considerano i sovietici come loro primi e naturali nemici. La prospettiva di una lunghissima, sconfinata, immane offensiva terrestre dal Manciukuò per riversarsi in massa in Mongolia e in Russia asiatica per un ipotetico e fantasioso incontro con le truppe della Wehrmacht lungo il fiume siberiano Yenisei, con costi di uomini e mezzi incalcolabili, non è certamente appetibile. Altri sono i desideri del Sol Levante, altri gli avversari in questa nuova definitiva partita con il destino. 

La politica espansionista di Tokyo si mostra essere fluida e modellabile con il corso degli eventi europei. Spieghiamoci: è una strategia in continua mutazione che tiene conto delle posizioni e dei movimenti degli altri pezzi sulla scacchiera, al fine di fare la propria mossa ponderando la situazione geopolitica in corsa febbrile nel biennio 1939-’41. Confini, trattati, conquiste e rovesci si susseguono ad un ritmo turbinoso. Accade difatti che Germania e Unione Sovietica, nazismo e comunismo, confabulino tra loro: il patto Ribbentrop-Molotov è siglato nel tardo agosto del ’39, ad una settimana dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Tokyo ne è sorpresa, ma ne prende atto e pure ispirazione. Nell’aprile del 1941 infatti, due mesi prima dell’Operazione Barbarossa di Hitler, il ministro degli Affari Esteri Yōsuke “Frank” Matsuoka si incontra con il collega russo Molotov per firmare il patto nippo-sovietico di non aggressione. L’obiettivo di ambedue le nazioni firmatarie è di coprirsi le spalle in caso di conflitto tra Germania e URSS. I sovietici vogliono stare sicuri che i giapponesi non li colpiscano da Oriente, i giapponesi, d’altro canto, non vogliono farsi immischiare nella resa dei conti tra Hitler e Stalin e vogliono disimpegnare dalla Manciuria truppe e risorse che serviranno per altre campagne che bollono in pentola. 

Passo indietro dettato dall’importanza straordinaria dei fatti: la guerra dall’altra parte del Mondo scoppia il primo settembre 1939, con l’invasione della Polonia. A Berlino, il 27 settembre 1940, il Regno d’Italia, il Terzo Reich e l’Impero giapponese siglano il Patto Tripartito, cioè l’Asse Roma-Berlino-Tokyo, altresì ribattezzato da noi italiani ironici poeti della parola con un simpatico scanzonato “Roberto”. E già in quel buffo battesimo da parte nostra, che forse si intuiscono le differenti determinazioni militari nel raggiungere i propri scopi di conquista dei tre popoli: i samurai, i prussiani e noi parolieri divertiti. Comunque, l’intenzione è quella di stabilire le aree di prossimo dominio di ciascuno. L’Europa alla Germania, l’Estremo Oriente con il Pacifico al Giappone e il Mediterraneo con l’Africa Orientale all’Italia; guerra globale senza confini, sogni di conquista epocale e planetaria: chimere destinate a svanire, affondate alle Midway, congelate a Stalingrado, collassate in Egitto. 

Cade la vecchia Francia sotto i veloci cingoli dei panzer tedeschi, la nuova Francia di Vichy, sotto pressione diplomatica alternata a dimostrazioni militari, si vede costretta a negoziare con i giapponesi parte del proprio potere coloniale in Indocina. Basi nipponiche sorgono in Vietnam. 

Il 22 giugno 1941 la Germania assale l’Unione Sovietica. Nei palazzi dei guerrieri, gli alti ufficiali dell’Imperatore strabuzzano gli occhi. Ne sono stupiti e anche contrariati. Protestano contro l’alleato germanico perché non sono stati informati della grave decisione. Però all’irritazione subentra presto la fredda ricerca di opportunità. Subito intuiscono che lo scontro tra sovietici e tedeschi avrebbe richiesto uno sforzo disumano dei loro nemici storici russi. Bene, gli onorevoli general-ammiragli si fregano le mani, gli avversari si consumeranno in un vortice carnivoro e fin quando saranno impegnati nella lotta per la sopravvivenza, loro, il coraggioso popolo animato dallo spirito dello Yamato-damashii, potranno muoversi senza temere troppo l’Armata Rossa ad Oriente. La tradizionale minaccia di Mosca è disinnescata. 

Il primo luglio del’41 al Ministero degli Esteri di Tokyo giunge una telegramma da Joachin Joachim von Ribbentrop. I tedeschi, euforici dai primi straordinari successi della campagna in Russia, chiedono agli alleati giapponesi di intervenire ad est per stritolare in una morsa intercontinentale i sovietici e poi di abbracciarsi in Siberia, nella vittoria totale. Attorno ai tavoli delle mappe militari, le teste strategiche fumano per il troppo lavoro. Studiano a fondo, ponderano rischi ed opportunità, e alla fine accantonano quella possibilità d’invasione per due ragioni: 

– Una tal guerra nelle regioni di Mongolia e Siberia Orientale sarebbe un impegno troppo oneroso e rischioso. Bisogna tener conto di distanze siderali e di condizioni climatiche estreme, e quindi di tutta una serie di pesanti problematiche come approvvigionamenti e logistica. Sarebbero necessari milioni di uomini e gran parte delle potenzialità dell’esercito imperiale per forza di cose sarebbero coinvolte nell’avventura. Ciò significherebbe accantonare qualsiasi altra offensiva di rilievo. E una disfatta laggiù, tra le terre selvagge e sconosciute di Siberia, vorrebbe dire un drastico ridimensionamento di qualsiasi velleità imperiale sull’Asia e sul Pacifico. Troppo rischioso. 

– Un’offensiva in quell’area non porterebbe alcun beneficio immediato all’urgente esigenza del momento. L’urgente esigenza del momento per il Sol Levante è il petrolio. 

Ergo, no grazie Herr Führer, onorati per la proposta, ma no. A ciascuno i propri sogni e i propri disastri. Due righe fa si è sottolineata la parola petrolio. Ecco la ragione di Pearl Harbor e della seconda guerra mondiale nel Pacifico. 

Durante le fasi del New Deal promosso dal presidente americano Franklin Roosevelt, gli Stati Uniti si inseriscono con voce e peso crescente nelle questioni internazionali. L’espansionismo e la crescita economica e militare del Giappone costituiscono un problema grave per Washington. Vogliono mettere un argine all’ambizione nipponica perché ormai è chiaro che ambedue le potenze, USA e Impero, sono cresciute talmente tanto da sentirsi strette tra loro, seppur nel vastissimo scenario del Pacifico. In gioco c’è l’egemonia di quella parte di Mondo. La piccola isola di Hirohito s’incunea tra il vecchio potere mercantile-coloniale britannico, scricchiolante ma ancora saldo nell’Oceano Indiano, e la rinnovata potenza industriale d’America con la sua sfera di predominio che si propaga dalla costa ovest fino alle Filippine, suo protettorato, con tutto quello che c’è nel mezzo. Lo scontro è inevitabile: non c’è da farsi tante illusioni. Prima o poi la guerra fredda tra Washington e Tokyo sarebbe diventata calda. Lo sanno ambedue i giocatori. È solo una questione di tempo e su chi sferrerà il primo colpo. 

Allo scoppio delle ostilità in Europa, Roosevelt diviene un acceso interventista. Si scontra con la volontà isolazionista e neutralista di buona parte degli Stati Uniti e inizia a rifornire l’Inghilterra con aiuti dall’Atlantico. Nel frattempo, la Gran Bretagna, impegnata al massimo delle proprie forze contro Hitler, lascia la responsabilità del Pacifico agli americani. Nella primavera del ’40 gran parte della flotta USA si trasferisce alle Hawaii a scopo deterrente. Invece di dissuadere, la flotta americana, lì ormeggiata, ingolosisce il nemico… 

Alla potenza industriale e militare del Giappone serve il petrolio. È il carburante essenziale della sua crescita eccezionale, l’elemento vitale. Lo comprano dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti chiudono i rubinetti. Le scorte di carburante del Sol Levante si stanno prosciugando. Che fare? Due direttive d’azione, da portare avanti in parallelo: 

– Continuare a premere per via diplomatica, tramite negoziati con Washington condotti dall’ambasciatore ammiraglio Nomura, per la riapertura delle forniture di petrolio dagli USA al Giappone;

– Preparare accurati piani di guerra, con l’obiettivo di occupare la colonia olandese d’Indonesia coi suoi ricchi giacimenti petroliferi, essenziali per il progetto colossale di Sfera di prosperità comune della Grande Asia Orientale. Per raggiungere ciò è necessario distruggere l’ostacolo principale, cioè la marina degli Stati Uniti. 

Il Giappone possiede una marina eccezionale. La sua forza, che presto dimostrerà al mondo intero, è avveniristica combinazione tra aviazione e navi. La chiave del successo è l’arma della portaerei. Chi le possiede vince in cielo, in mare, in terra. L’ammiraglio Yamamoto è ben conscio di questa forza e sarà la caratteristica principale del suo piano che prevede la distruzione a sorpresa della flotta americana all’ancora nella sua base. La riuscita dell’operazione avrebbe determinato uno squilibrio schiacciante delle forze in campo, lasciando così terreno libero per le operazioni imperiali verso sud. Sorpresa, audacia, rapidità, onda d’urto aerea di inaudita violenza: gli ingredienti di Pearl Harbour

Ma il 7 dicembre la guerra non arriva solo Hawaii, ma in diversi altri luoghi. È il concetto di attacco simultaneo su vasta scala, una volontà bellica impressionante e titanica che approfondiremo nel secondo capitolo di ARASHI. 

Vento divino, Tullio Crali

I vertici imperiali non sono sprovveduti. Sanno benissimo che gli Stati Uniti, i cui confini americani sono protetti da due oceani, hanno delle potenzialità industriali e risorse petrolifere e di materie prime pressoché inesauribili, e in una lunga guerra la loro capacità di sfornare mezzi e uomini in divisa potrebbe essere fatale per il Sol Levante. Pertanto è obbligatorio picchiare subito, picchiare durissimo, con un colpo così forte da mandare al tappeto l’avversario e impedirgli di rialzarsi. Ecco, questa è la filosofia in cui viene concepito l’arditissimo attacco di Pearl Harbour, un’operazione militare mai vista prima dall’uomo, nemmeno nelle grandi azioni europee. Fantascienza che si realizza. Agli ordini dell’ammiraglio Nagumo sono schierate le sei portaerei Akagi, Kaga, Soryu, l’Hiryu, la Shokaku, la Zuikaku: la spada samurai del mare. Movimenti febbrili sui ponti, i meccanici sono formiche operose attorno agli apparecchi, gli aviatori si inchinano davanti agli altari shintoisti. Esaltazione nella brezza marina, sorge l’alba del 7 dicembre. 

Prima ondata: la processione celeste di 183 aerei tra bombardieri in quota Nakajima, bombardieri in picchiata Aichi, caccia Mitsubishi tipo Zero a fare da guardie del corpo. Al comando del primo tsunami c’è il capitano di fregata Mitsuo Fuchida, eroe nazionale che nonostante il proprio mestiere vive fino al 1976. 

Mitsuo Fuchida

Alle Hawaii si sbadiglia per l’alzabandiera. Tutto tranquillo. Un’oasi di pace lontana anni luce dalla guerra. Soldati e marinai sono felici di essere di stanza nell’isola di Oahu. Non c’è solo la base, ma anche le spiagge incantevoli di Waikiki, l’acqua cristallina, le palme da cocco, i banconi dei bar dove bersi la paga, le sale da ballo con le lanterne colorate, le ragazze e la placida colonna sonora di chitarre e ukulele da ascoltare immaginandosi giovani ninfe hawaiane con gonnelline di paglia e collane di fiori sui seni caffelatte. Quasi un paradiso per i giovani yankee in divisa. Nessuno si aspetta che in paradiso possano piombare di colpo un esercito di demoni alati lì lanciati per bruciare l’Eden. 

Gli americani subiscono la peggior sveglia della loro esistenza. All’inizio dell’attacco c’è ancora qualcuno che crede che sia in corso un esercitazione molto realistica. Caos e disordine; alle incursioni reagiscono totalmente scoordinati e in modo individuale. Mitragliatrici e rivoltelle al cielo, impotenti. I marinai fanno il bagno nella nafta. Fuoco e deflagrazioni si alzano come in eruzioni vulcaniche. Una nuvola a fungo prende forma dal ventre squarciato della nave da battaglia Arizona: è un’immagine che ricorda una piccola esplosione atomica, sinistra anticipatrice di orrori e vendette future. Nel “viale delle corazzate” non si salva nemmeno una nave. Tutti i campi di aviazione sono rasi al suolo, velivoli in pista inclusi. Ronzano gli Zero mitragliando euforici di distruzione; sono vespe impazzite. Uno sciame impressionante, furibondo.

Nella tempesta di esplosioni e incendi, gli americani non si accorgono nemmeno che la prima ondata si è ritirata. Calma strana irreale dopo la devastazione, ma è solo l’occhio del ciclone. Alle 8.40 arrivano altri 170 apparecchi, per arare Oahu, per uccidere i sopravvissuti, per completare l’opera. A comandarli è il capitano di corvetta Shigekazu Shimazaki, decorato assieme a Fuchida dall’Imperatore in persona e poi caduto nel ’45 nei cieli sopra l’isola di Formosa. La contraerea americana ora si è ripresa dallo stordimento iniziale e provoca perdite sensibile tra le fila degli attaccanti. Ciononostante lo tsunami numero due riesce nel suo intento massacratore con un rinnovato diluvio di bombe. 

Shigekazu Shimazaki

Gli americani perdono navi e aerei, la flotta del Pacifico è quasi annientata. Quasi: scampano due portaerei, la Lexington e l’Enterprise, la prima in rotta verso Midway, la seconda in missione all’isola di Wake. Il colpo è durissimo ma non letale. Sarebbe stato mortale se l’ammiraglio Nagumo avesse optato per un’ulteriore ricerca delle due portaerei per assestare il colpo di grazia alla marina avversaria. Nagumo, non di certo pavido ma prudente sì, e da sempre contrario all’azione a sorpresa di Pearl Harbour pianificata dal collega Yamamoto ma che ha comunque condotto con gran determinazione e capacità, dice stop. Nell’epilogo di Pearl Harbour Nagumo si comporta come i giocatori assennati al tavolo verde dopo una ricca mano fortunatissima: incassa la vincita e si ritira. Ma anche se il boccone più goloso non viene divorato dalla Marina imperiale, l’euforia tra le fila degli attaccanti è alle stelle. Il raid è stato perfetto e i risultati superano le speranze più ottimistiche dello Stato Maggiore. 

Gli Stati Uniti sono storditi dalla botta. La ferita è profonda ma sarà un dolore dagli effetti benefici perché invece di deprimere gli americani, li galvanizza per la rivincita, per la vendetta. L’America s’infiamma di desiderio di riscossa. L’establishment economico-politico-militare coglie l’occasione di Pearl Harbor per motivare alla guerra l’intera nazione. Ora il casus belli c’è ed è una ragione inoppugnabile, popolare, potente. Pearl Harbour è l’episodio storico che fornisce il motivo supremo, che compatta il popolo nel sentimento patriottico e che realizza un’intera propaganda lunga quattro anni di lotta. Per gli Stati Uniti Pearl Harbour è la grande occasione di scendere nel ring, è l’odioso crimine che pretende giustizia, dove la giustizia è l’annientamento totale del nemico e il dominio del Pacifico. L’odio per il nemico è la prima arma della guerra. L’affronto di Pearl Harbour è indelebile. Un episodio su tutti: quando alla fine della guerra il generale Tōjō si trova in prigione per essere processato e poi impiccato, un dentista dell’esercito americano, chiamato per fargli una dentiera nuova, gli incide sulla protesi in Codice Morse Remember Pearl Harbour.

Il generale Hideki Tōjō

Roosevelt, il giorno dopo l’attacco, parla davanti al Congresso, coniando l’espressione “Il giorno dell’infamia” riferita all’attacco senza dichiarazione di guerra da parte giapponese, e dunque sleale e odioso. Ma non fu proprio così. Il Giappone ha attaccato prima della dichiarazione di guerra perché c’è stato un ritardo nella trascrizione del messaggio che sarebbe dovuto essere consegnato alle ore 13 del 7 dicembre 1941 (alle Hawaii erano le ore 7.30 del mattino, venti minuti circa prima dell’assalto giapponese). I giapponesi, astuti, consegnano la dichiarazione proprio all’ultimo, per un ovvio effetto sorpresa, ma la consegnano per tempo, va detto. Solo che c’è una gran confusione nell’ufficio del Segretario di Stato Cordell Hull e dunque il messaggio nipponico viene letto solo alle 14 quando l’isola di Oahu è già bella che in fiamme. L’accusa ingiusta di attacco senza dichiarazione ha per Roosevelt due conseguenze positive: giustificare in qualche modo la batosta ricevuta mascherando così l’impreparazione della flotta ad un attacco improvviso, e trascinare il paese nella grande guerra punitiva. Ora non ci sono più scuse per gli Stati Uniti. L’interventista Roosevelt ha il suo conflitto. 

E difatti non appare nemmeno così “complottista” ritenere che una parte dell’amministrazione USA, che scalpitava per venire alle mani con Giapponesi e loro alleati, abbia portato avanti un gioco alla laissez-faire nel corso del 1941. L’opinione pubblica si mostrava alquanto titubante nell’intervenire in un conflitto che avvertiva lontano, che non gli apparteneva. Serviva un trauma nazionale, un qualcosa di simile a quello che è successo sessant’anni dopo, in scala ridotta, con l’11 settembre. Occorreva dunque un Pretesto con la P maiuscola, uno choc collettivo e brutale per svegliare il gigante.

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