Antifascisti sotto la lente della storia

Il j’accuse di Angelo Tasca contro la classe politica liberale italiana del primo ventennio del Novecento, di cui lui stesso ha fatto parte.
Il j’accuse di Angelo Tasca contro la classe politica liberale italiana del primo ventennio del Novecento, di cui lui stesso ha fatto parte.

Pubblicato in Francia nel 1938 con il titolo originale Naissance du fascisme, per le edizioni Gallimard. In traduzione italiana venne pubblicato solamente nel 1950 con il titolo, Nascita e Avvento del Fascismo per le edizioni della Nuova Italia. Tra il 1965 e il 1995 ne sono state pubblicate altre due edizioni da Laterza, una del 1995, con la prefazione di Renzo de Felice. Nel 2021, dopo cinquant’anni dall’ultima edizione, Neri Pozza ha pubblicato una nuova edizione del saggio di Angelo Tasca con la traduzione di Alberto Folin e con la prefazione di Ignazio Silone, con l’aggiunta del sottotitolo, l’Italia dall’armistizio alla marcia su Roma.

Nascita e avvento del fascismo (Neri Pozza) di Angelo Tasca

Il testo non può essere considerato un vero e proprio saggio storico, ma può essere definito un saggio militante tutto tondo, in cui emerge la soggettività dello scrivente nel trattare l’oggetto della materia in questione. Opera militante la cui tesi, però, è stata confermata da altri lavori di carattere storiografico, successivi al secondo dopoguerra, fondati su basi documentarie. Forse lo stesso successo editoriale che l’opera ha avuto è dovuto proprio al suo autore, Angelo Tasca. Egli non era un semplice militante antifascista, ma un personaggio complesso, contraddittorio, che anche storici di qualità sopraffina come Sergio Soave e David Bidussa, che hanno cercato di dare un quadro sinottico della sua biografia intellettuale e politica nel corso delle loro ricerche, hanno riconosciuto come un uomo che, nella sua esistenza, tendeva a rifondare di continuo le proprie categorie culturali e politiche. 

Per leggere il saggio di Tasca non si può prescindere dalla conoscenza della sua biografia, della quale qui di seguito proviamo a dare qualche cenno schematico. Figlio di un operaio metalmeccanico è nato a Moretta, in provincia di Cuneo, nel 1892. Fin da piccolo però ha vissuto nella capitale sabauda insieme al padre ed alla madre, proprio per seguire il padre operaio in una delle industrie satelliti della Fiat. A Torino, negli anni dell’adolescenza, ebbe modo di conoscere quella che era l’idea sovversiva nella città più industrializzata d’Italia del primo Novecento: il socialismo. Nel 1909 iniziò la sua militanza attiva all’interno della locale sezione giovanile del Psi. Due anni dopo, nel 1911, proprio all’interno della sezione socialista, conobbe dei giovani universitari arrivati a Torino che avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella vita di Tasca e in quella della politica italiana: Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini

Nel frattempo Tasca si era iscritto alla Facoltà di Filosofia di Torino e si laureò nel 1917 con una tesi sul rapporto tra Leopardi e la filosofia italiana illuminista. I quattro compagni, oltre che discutere di politica, filosofia e letteratura, nel 1919 decisero che era arrivato il momento di compiere un’azione naturale per quattro intellettuali in erba: fondare una rivista, L’Ordine Nuovo (1°maggio 1919-24 dicembre 1920). Gli “ordinovisti”, così vennero denominati all’interno del loro partito, volevano ripetere quello che avevano fatto una decina d’anni prima a Firenze Prezzolini e Papini con La Voce: svecchiare e rifondare una società liberale italiana che sapeva di vetusto e barocco. I quattro infatti volevano rinnovare il lessico del socialismo italiano, per loro troppo lontano dalla classe operaia. Ma il rapporto di Tasca con i compagni di redazione e militanza si deteriorò, quasi un anno dopo dalla fondazione della rivista, in occasione dello “sciopero delle lancette” di Torino nel maggio del 1920. Tasca non condivideva l’idea di Gramsci di promuovere la piena autonomia dei consigli di fabbrica, che secondo il sardo dovevano essere degli organismi autoguidati dagli stessi operai e scissi dal Partito socialista. In pratica, questi organismi dovevano avere una piena autonomia politica nella conduzione dello sciopero e dell’occupazione delle fabbriche. Per Tasca invece era determinante l’unità tra i consigli di fabbrica, il sindacato e lo stesso partito. Polemica che di fatto segnò la sua emarginazione dal gruppo dell’Ordine Nuovo e che segnerà anche la sua posizione di minoranza nella formazione del Partito comunista d’Italia, che proprio lui stesso contribuirà a fondare nel gennaio del 1921. Posizione di minoranza all’interno del Partito che Tasca mantenne sino alla sua espulsione, avvenuta nel settembre del 1929, per le profonde divergenze contro la politica di Stalin e dell’Internazionale comunista. 

Trasferitosi a Parigi a causa della persecuzione da parte del regime fascista, iniziò a collaborare come pubblicistica con il settimanale Le Monde diretto da Henri Barbusse. Intorno ai primi mesi del 1934 rientrò nel Psi e nel contesto parigino, contrassegnato dalla frequentazione degli esuli politici italiani, gli venne l’ispirazione di iniziare la stesura di un saggio che avrebbe dovuto avere l’obiettivo di indagare le cause che avevano generato l’avvento della dittatura fascista in Italia. Proprio l’esilio nella capitale francese lo aiutò nel consultare l’emeroteca dei quotidiani italiani tra il 1915 e il 1922, conservati presso la Biblioteca del Museo della Guerra di Parigi. Il giornale più utilizzato da Tasca come fonte primaria è stato Il Popolo d’Italia di Mussolini.

Quando il saggio uscì per la prima volta in Francia nel 1938 fu un vero e proprio best-seller, e non solo tra gli esuli politici italiani che ne fecero oggetto delle loro discussioni; Bruno Buozzi, sindacalista italiano compagno d’esilio di Tasca, definì il saggio come uno strumento che sapeva: 

«Mettere in luce insegnamenti che scaturivano dalle nostre vicende, nella speranza che ciò possa servire ai paesi dove il fascismo non è ancora installato»;

ma anche presso le alte cariche del governo francese. Proprio per il pericolo della deriva del fascismo anche in Francia, l’allora presidente della Repubblica francese Daladier, in un discorso alla Camera, nel novembre dello stesso anno, citò un passo del Naissance du Fascisme.

La tesi di Tasca era tranchant nel sostenere che la vittoria del fascismo fu dovuta esclusivamente al fallimento del Partito socialista italiano, al quale veniva imputato di non aver capito il bisogno rivoluzionario presente tra la classe operaia e contadina italiana, all’indomani della conclusione della Prima guerra mondiale. Partito socialista che alle elezioni politiche del 1919 era stato il più votato con 1.480.600 voti, oltre il 32 % delle preferenze degli aventi diritto, ottenendo ben 156 seggi alla Camera. Voti che erano venuti da quelle classi sociali meno abbienti, che più di tutte avevano pagato il loro tributo alla guerra, ben il 65% delle vittime dell’esercito italiano apparteneva alla classe dei contadini e operai.    

A detta di Tasca, proprio i massimi dirigenti del Psi e in primis lo stesso Turati, che preferirono l’opposizione alla responsabilità di governare, abbandonarono di fatto la massa popolare al suo destino. Tasca non faceva nessuna differenza tra le varie correnti che allora erano presenti all’Interno del Psi, massimalisti o riformisti che fossero. Tutta la classe dirigente aveva la colpa di non capire che la massa popolare e tutta la coscienza collettiva era lontana da lei perché non aveva la capacità di far presa sugli umori collettivi e quel posto fu preso proprio dal neonato movimento fascista. Secondo Tasca fu emblematico l’inizio degli scioperi nel nord Italia nel settembre del 1920, che lo stesso partito non fu in grado di guidare. Il giudizio di Tasca era netto e inequivocabile: 

«La direzione massimalista del Partito Socialista non vuole creare illusioni e rinvia sempre il tutto (non saprà fare altro che questo fino alla marcia su Roma)».

Gli operai del nord scioperavano perché chiedevano che venisse stipulato un contratto collettivo di categoria, all’epoca ancora inesistente. L’Unione degli industriali, antenata dell’attuale Confindustria, mise il veto alla proposta. Da quel rifiuto iniziò a serpeggiare tra gli operai l’odore dell’ occupazione. In quei giorni in Italia si respirava aria di rivoluzione, e tra gli ambienti borghesi c’era la paura che si potesse replicare quello che era accaduto in Russia nell’ottobre/novembre del 1917. Dalle pagine del Corriere della Sera, il direttore Luigi Albertini scrisse un editoriale in cui sosteneva che era giunto il momento che Turati e il Psi andassero al governo, pur di evitare un rivoluzione bolscevica. Ma mentre iniziavano le occupazioni delle fabbriche, il Psi lasciava alla Cgil la conduzione politica degli scioperi, perché, a detta di Tasca, i funzionari del partito non volevano farsi carico di tanta responsabilità: «né presa del potere tramite una rivoluzione, né un incarico conferito a Turati direttamente dal re». Scioperi che terminarono con un accordo tra il governo e la Fiom e che di fatto segnò la sconfitta politica del Psi.

Una volta liquidate le occupazioni delle fabbriche, Giolitti firmò il trattato di Rapallo e riuscì a chiudere anche la spinosa questione di Fiume. L’Italia sembrava essere pacificata e così decise di regolare i conti con il suo nemico storico, il Partito socialista. Giolitti tese una trappola al Psi e lo fece scegliendo di rassegnare le dimissioni e sciogliere le Camera. Giolitti era convinto che il prossimo governo, presieduto sempre da lui, avrebbe potuto obbligare i socialisti, sempre più indeboliti e in preda al terrore a causa delle violenze fasciste che si stavano perpetrando nella pianura padana, a confluire in un governo di coalizione in un ruolo di minoranza. Per raggiungere questo obiettivo, il Presidente del consiglio dimissionario lasciò infierire le milizie fasciste nel commettere violenze nelle case del popolo e nelle leghe contadine in Emilia Romagna. Il suo ministro della giustizia, Fera, inviò una circolare alle procure locali per non proseguire le violenze fasciste: 

«La loro azione terroristica è per ciò stesso legalizzata. Lo Stato liberale compie così il suo primo e irreparabile gesto di suicidio. Da questo punto di vista, Giolitti è stato , assai più di Mussolini, il Giovanni Battista del fascismo».

Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo

Ma sprezzante era anche l’analisi di Tasca su Benito Mussolini, considerato un leader imbelle, definito come un uomo di «qualità subalterne», i cui successi politici erano dovuti solamente a delle cause fortuite ed alla debolezza dei suoi avversari. Secondo l’autore Mussolini non aveva nessuna cognizione nell’arte dello Stato e governava come se fosse un giornalista «incolto». Definiva anche le letture che lo stesso Mussolini millantava di aver fatto, da autori come Nietzsche e Stirner, come solamente di terza mano. Anche l’apparato coreografico e le formule ad effetto che Mussolini utilizzava nei suoi comizi erano state copiate in toto da D’Annunzio. Nel proemio per l’edizione italiana, Tasca scriveva che l’incapacità di Mussolini come leader di Stato e uomo politico si palesò dopo l’8 settembre 1943 quando, di fatto, diventò un fantoccio di Hitler: 

«Egli (Mussolini) cercò una rivincita, come sempre, nel senso della facilità, scatenando la guerra civile, sperando che quella Roma in ci s’era preparato il suo crollo ricevesse una “brusca lezione”».

Secondo Tasca bastava leggere il pamphlet che scrisse Mussolini all’indomani dell’8 settembre, Al tempo del bastone e della carota, oppure i Diari di Galeazzo Cianoper rendersi conto di quanto il leader del Fascismo disprezzasse profondamente il popolo italiano. 

Nell’epilogo del saggio, l’autore, con tono profetico, asserì che la fine della dittatura fascista si sarebbe avuta solo per mezzo «dell’opinione pubblica» ovvero della coscienza popolare, che sarebbe nata proprio durante lo stesso governo fascista:

«Dopo la catastrofe, se resteranno terre non sommerse, il sole ci bacerà dalla parte di quelli che meglio avranno conservato il fondo di umanità che il fascismo si sforza di compromettere e distruggere per sempre».

Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo

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