OGGETTO: America contro America
DATA: 19 Maggio 2024
SEZIONE: Storie
FORMATO: Racconti
Civil War (2024) di Alex Garland è un peculiare road-movie bellico che permette allo spettatore d’identificarsi e identificare al suo interno le proprie politiche convinzioni e legittimi timori. Un'America caduta nella guerra civile è l'abisso, mostrato abilmente dal regista per esorcizzarlo.
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«Che tipo d’americano sei?» è la secca domanda che separa la vita dalla morte quando, a un posto di blocco improvvisato su una provinciale sperduta in mezzo al nulla, un miliziano senza mostrine ti punta un mitra addosso. In quattro parole la quintessenza della guerra civile.

Come già avevano sanguinosamente sperimentato i Romani, il bellum civile è la più odiosa delle guerre da combattere. Il nemico non è più il legittimo hostis da affrontare e sconfiggere sul campo di battaglia ma il parente, il vicino, l’ex amico ormai mostrificato e disumanizzato, da eliminare con ogni mezzo senza batter ciglio. Nessuna pietà, tregua o salvacondotto può porre fine alla guerra fratricida. L’infido avversario si annida ovunque; non si può distinguere per mezzo di tratti somatici né attraverso la lingua. È l’osceno gemello, l’immagine riflessa da uno specchio deformante, da cancellare a costo di spegnere ogni luce nell’illusione di ritrovare sé stessi; o meglio, la parte “sana” della società che si vuole disperatamente salvare. L’odio e le liste di proscrizione ne sono solo il conseguente e spietato corollario.

Il film di Alex Garland – Civil War (2024) – è un progressivo scivolamento, un percorso a tappe attraverso un’America dilaniata da un insanabile conflitto intestino combattuto senza esclusione di colpi. Una progressiva discesa nell’orrore d’uno Stato che marcia verso l’assoluta autodistruzione; il cupio dissolvi della nazione più bellicista e armata della Storia dove, allo scontro tra governativi lealisti e forze ribelli, proliferano milizie irregolari e privati cittadini pronti a tutto; senza regole d’ingaggio o precise ideologie contrapposte. In questa guerra civile, infatti, non esistono più fronti definiti e nemmeno buoni o cattivi identificabili, ma esclusivamente la volontà di sopraffare l’irriducibile avversario – qualunque esso sia – fino all’annientamento finale.

Civil War non è certo un classico film bellico ma, semmai, un’adrenalinica riflessione sul ruolo del giornalismo di guerra. Un road movie che fin da subito mette in scena il dilemma morale che attanaglia i tre professionisti-protagonisti e, allo stesso tempo, un viaggio iniziatico per la quarta giovanissima “novizia”. L’improbabile quartetto è infatti composto dalla scafata e disillusa fotografa Lee Smith (Kirsten Dunst) accompagnata dal suo inseparabile amico-collega (il Wagner Moura di Tropa d’Elite e Narcos) – entrambi rigorosamente freelance -, a cui si aggiungono un attempato claudicante reporter del New York Times e Jesse, una giovanissima laureata alle prime armi. Il pericoloso piano-viaggio prevede di procedere da una spopolata New York fino a Washington D.C., seguendo un tortuoso percorso obbligato che costeggia la prima linea per strappare all’enigmatico presidente la prima intervista in 24 mesi di conflitto. Un pericolosissimo itinerario che sarà il vero e proprio battesimo del fuoco per la giovane ed incosciente aspirante fotografa di guerra.

Il war correspondent viene così mostrato in tutta la sua complessa duplicità di cinico e passivo testimone dell’efferatezza ma, contemporaneamente, anche come unico vero e indispensabile narratore dei “fatti”; una sorta di soldato armato solo di Reflex e taccuino che mette a rischio la propria incolumità per immortalare ciò che l’opinione pubblica è in dovere di conoscere. E, proprio per questo suo ruolo, è allo stesso tempo rispettato e odiato dai combattenti perché, pur non essendo uno di loro, ne condivide pericoli e atti eroici pur rimanendo un professionista proveniente da un mondo estraneo senza divisa, che cammina sul baratro che divide l’umanità dalla barbarie.

Il regista lascia volutamente sullo sfondo cause e svolgimento della “Seconda Guerra Civile Americana”, disseminando però un gran numero d’indizi contraddittori proprio per spiazzare lo spettatore favorendone l’immersione nella vicenda. L’azione si svolge durante le ultime settimane d’un conflitto che va avanti da anni e vede contrapposto lo Stato federale contro delle fantomatiche Western Forces, i cui stessi soldati ammettono orgogliosamente che «Nessuno ci dà gli ordini. Il governo ci vuole eliminare e noi reagiamo». Eppure le WF sventolano la loro inedita bandiera formata due stelle solitarie e stanno inesorabilmente prevalendo.

Roma, Marzo 2024. XVI Martedì di Dissipatio

I “secessionisti” questa volta sono California e Texas – un’alleanza tutt’altro che probabile – mentre non appare chiara la posizione degli altri Stati; anzi, pare che la maggior parte siano rimasti alla finestra, neutrali in attesa di comprendere gli sviluppi del conflitto. Lo stesso presidente, asserragliato nella Casa Bianca, lancia strali contro i “secessionisti” che vogliono solo eliminarlo per porre fine alla guerra. E l’ambiguità narrativa funziona alla perfezione perché ogni spettatore può legittimamente identificare il nemico con l’odiato partito avverso: per alcuni il “crooked president” è senza dubbio un trumpiano insediatosi a Capitol Hill; per altri, invece, i valorosi ribelli rappresentano senza ombra di dubbio la legittima rivolta dell’America profonda contro il degenerato establishment democratico. L’equivocità che ne deriva è una precisa strategia narrativa che funziona a meraviglia.

Ma quanto in realtà è davvero ipotizzabile si verifichi uno scenario del genere? Al di là dei clandestini e politicamente scorretti Diari di Turner, pubblicati da William Pierce con lo pseudonimo di Andrew Macdonald, e del sarcastico film per la tv di Joe Dante (La Seconda Guerra Civile Americana; 1997), gli Stati Uniti paiono effettivamente non essere mai stati così divisi. I più recenti sondaggi certificano senza dubbio una grave frattura tra le due anime dell’America: la maggioranza dei votanti repubblicani ritiene infatti che le ultime elezioni siano state truccate e irregolari, quanto la maggioranza dei Dem pensa che una nuova presidenza Trump sia un grave pericolo per la democrazia da evitare a qualunque costo; eppure immaginare un conflitto armato, una “nuova secessione”, è del tutto irrealistico.

La sanguinosa guerra che si protrasse dal 1861 al 1865, causando un numero di caduti di gran lunga superiore a qualunque conflitto che gli Stati Uniti hanno in seguito combattuto, trovava fondamento in una radicale contrapposizione economica che manifestava un’antitetica concezione della politica estera e dello stesso concetto di Stato – confederato o federale – oggi francamente assente. La discordia sulla protezione del confine meridionale e quella sulle prerogative della Guardia Nazionale sono in confronto scaramucce che trovano terreno fertile in una società civile sfilacciata e in crisi esistenziale, ma non sintomi di un’autentica lotta tra élite. Mancano insomma, al di là delle crepe, sia le fondamenta sociali che gli “ideologi della frattura” – gli Hamilton e Jefferson per intenderci – e, parimenti, anche l’autonomia militare senza la quale qualunque sedizione è destinata all’immediato fallimento.

Civil War, come molte produzioni statunitensi, ci mostra l’abisso proprio per esorcizzarlo. Non è una pellicola “predittiva” né tantomeno “politica” ma, piuttosto, assomiglia a uno studiato “videogioco a tappe” che, proprio nell’epico finale, regala un indimenticabile assalto fin dentro le stanze della White House.                    

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