America al crepuscolo

A scontrarsi, in queste ultime elezioni, non sono state due idee di futuro, ma due idee di passato: quella imperiale e revanchista di Trump - il make America great again - e poi quella sonnacchiosa, tranquillizzante di Biden.
A scontrarsi, in queste ultime elezioni, non sono state due idee di futuro, ma due idee di passato: quella imperiale e revanchista di Trump - il make America great again - e poi quella sonnacchiosa, tranquillizzante di Biden.

Cos’è il carisma? “Una forza non razionale, e quindi rivoluzionaria”, scrive Max Weber, che cambia il mondo in virtù di se stessa. O, magari, la forza di dar l’impressione che stia davvero cambiando qualcosa. Se avete giocato a Dungeons & Dragons, il gioco di ruolo, ricorderete il carisma come la più indecifrabile fra le abilità: serve a negoziare la pace fra eserciti nemici, strappare uno sconto ai mercanti, farla franca in tribunale. Serve anche, e soprattutto, ai personaggi che di mestiere raccontano storie. Serve a chi mente. Perché, a ben vedere, il carisma è questo: la capacità di tessere e narrare, con le parole e i gesti, la leggenda di se stessi. E la leggenda è una menzogna che non si rassegna ad essere falsa, ma riplasma il mondo finché non ha usurpato il trono della verità. In questa sua dimensione letteraria, il carisma è facilmente riconoscibile: Trump ce l’ha, Biden no. Però è un carisma grottesco, quello del tycoon, a tratti odioso: lo Zeitgeist vuole che le figure carismatiche di oggi siano senza grazia, così da parlare più direttamente ai disgraziati.

Adesso che i giochi sono fatti, i numeri emergono chiari: oltre gli astrusi meccanismi del collegio elettorale, Biden ha vinto nettamente, con tre punti percentuali di vantaggio e un numero assoluto di voti senza precedenti. I numeri, però, non fanno differenza fra chi ha votato per Biden e chi ha votato contro Trump, e qui sta il punto. L’ombra di Trump aleggia su ciascuno dei settanta milioni di voti ricevuti: esaurita, dopo quattro anni di amministrazione, la narrativa dell’outsider che catalizza la protesta, chi vota Trump nel 2020 si dichiara, più o meno esplicitamente, un trumpista. Dall’altra parte, invece, Biden non proietta nessuna ombra. Non potrebbe, perché al peggio è un ectoplasma, al meglio una figura ieratica, una specie di parroco gentile e dimenticabile. L’evanescenza, però, gli è tornata utile: Trump ha fatto campagna per entrambi, spendendo la propria becera oratoria tanto per farsi amare quanto per farsi odiare. Facile, allora, conquistare gli indecisi, che in Biden hanno riconosciuto l’alternativa malleabile, sfumata, alla fin troppo netta presa di posizione che Trump, per sua stessa natura, richiede. Anzi, ancora più vaporosità avrebbe evitato al neopresidente qualche momento imbarazzante: conveniva tacere e appaltare proprio tutto all’avversario.

Esiste, però, un’altra chiave interpretativa. Perché Biden non è (solo) un vecchietto svampito, ma una delle figure più longeve della storia politica americana. Non è facile mettersi d’accordo su cosa sia, esattamente, l’establishment, ma è evidente che Biden ne faccia parte: senatore, poi vicepresidente al fianco di Obama. Se Trump ha causato, almeno simbolicamente, uno strappo nella continuità del potere, Biden è il cerotto messo alla meglio sulla ferita. Anche senza azzardare definizioni, basterà dire che l’establishment è, semplicemente, normale. Anzi: nel suo senso esteso di egemonia politica e culturale è il meccanismo attraverso cui si normalizzano tendenze, etiche, ideologie. Può diventare il male agli occhi dell’opinione pubblica, ma almeno è il male a cui siamo abituati, e nemmeno così brutto se raffigurato dal volto inoffensivo di Biden.

“Tutti, nel profondo del nostro cuore”, scrive Murakami, “stiamo aspettando la fine del mondo”, solo che della fine del mondo abbiamo avuto una, minuscola, anteprima: la pandemia ha scalfito il quarto sigillo, quello delle peste, ed è bastato così poco perché rimpiangessimo il mondo di prima. L’America – flagellata dal covid e scossa dalla sommosse razziali, dalla brutalità poliziesca, dall’esplodere violento di bubboni sociali lasciati a gonfiare per decenni – sembra avere bisogno di normalità. Trump non è un presidente adatto ai periodi di crisi, e non solo per manifesta incapacità. Strepita, minaccia, allaga i social di controversie, abita quel tendone circense del dibattito che una nazione spaventata non può concedersi. Non è affatto sleepy come il suo avversario Joe, ma un elettorato già tenuto sveglio dall’ansia cerca sonniferi, non grancasse.

Oltre la dimensione retorica, però, questo confronto fra due vecchi – uno affetto da infantilismo e l’altro da vecchiaia – è il segno di una stanchezza nelle ossa dell’America, la nostalgia dell’impero alla fine. Trump non sarà neoliberista, ma è un capitalista vittoriano: si inebria col fumo dell’industria, taglia le tasse ai ricchi e militarizza il commercio con i dazi. Il suo debordante carisma ha raccontato tanto ma non ha realizzato alcuna rivoluzione, né secondo Marx né secondo Spengler – rimane inspiegabile la fascinazione che certi comunitaristi, rossobruni per i nemici, manifestano nei suoi confronti. Allo stesso modo, Biden è cristallino nel promettere agli abbienti sostenitori della sua campagna che niente cambierà. E infatti non cambierà proprio niente, perché il senato è repubblicano ma soprattutto perché Biden è centrista per vocazione, storia e convenienza. Sul fronte dell’ecologia, della tassazione e della sanità il suo rimane un programma di compromesso fra le proposte, percepite come radicali, di Sanders e quel poco di sinistra che, realisticamente, non invochi nel pubblico americano la paranoia collettiva del red scare. Di questo poco, con tutta probabilità Biden realizzerà ancora meno. 

A scontrarsi, allora, non sono state due idee di futuro, ma due idee di passato: quella imperiale e revanchista di Trump – make America great again e poi quella sonnacchiosa, tranquillizzante di Biden. È emblematico che i colori per dipingere il quadro si trovino in uno dei romanzi fondamentali del canone americano, Il grande Gatsby. Bisogna, però, diluirli parecchio. Trump può interpretare il miliardario Tom Buchanan, il bruto fedifrago e razzista, e Biden ricorda Nick Carraway, il narratore silenzioso, tollerante, che registra gli eventi ma non se ne capacita del tutto: a mancare è proprio Jay Gatsby. Manca la giovinezza, l’ottimismo dilagante e amorale della prima America, la ferocia, certo, ma incorruttibile se esercitata in nome del destino, è scomparsa “l’inesauribile varietà della vita”. Manca Jay Gatsby, soprattutto, quando afferma, spes contra spem, che il passato si può ripetere. Le crude menzogne di Trump non si avvicinano affatto a quella potenza illusionistica, e Biden ha solo raccolto i cocci del fallimento narrativo. Restano i due presidenti, quello eletto e quello uscente, uomini del passato ma troppo vecchi per riportarlo, di peso, nel presente, fermare con la forza della volontà il secolo in cui lo scettro del mondo passerà dall’America alla Cina. Allora si può, certo, festeggiare la caduta di una figura oscena, Donald Trump, ma oltre il sollievo non c’è molto. Solo quest’America geriatrica, al termine di un lungo crepuscolo, icasticamente guidata da un ottantenne:          

Gatsby […] era venuto da lontano fino a questo prato blu, e il suo sogno deve essergli sembrato così vicino che non poteva credere di non riuscire ad afferrarlo. Non sapeva che ce l’aveva già alle spalle, da qualche parte nella vasta tenebra oltre la città, dove i campi scuri della repubblica ondeggiavano sotto la notte. Francis Scott Fitzgerald

Francis Scott Fitzgerald

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