Cannibali di Dio

“Invece, esistere è un delirio sanguinante, una tagliola azzannata al cuore”. Il Nuovo Alfabeto del Sacro di Alessandro Dehò: F come Ferita
“Invece, esistere è un delirio sanguinante, una tagliola azzannata al cuore”. Il Nuovo Alfabeto del Sacro di Alessandro Dehò: F come Ferita

Dio deve essere toccato nella ferita più profonda: già, bisogna fare tenda nella trafittura, conficcarsi in una stimmate, essere il chiodo che turba continuamente Cristo, subacquei nel sangue. Il modo con cui Tommaso – che appare soltanto nel Vangelo di Giovanni – investiga le piaghe del Risorto è catabasi nel mistero, opera da mistico anatomista, ma testimonia, anzi tutto, con dito esegetico, che Cristo, ritornato, è tutto lì, in quelle vestigia di ferite, in quei buchi dove divinità scalpita e spira. “Guardate le mani e i piedi: sono io!” (Lc 24, 39): che scandalo, l’ego del Messia non è nel volto – lì egli resta irriconoscibile, mai detto – ma nelle mani bucate, nei piedi perforati, sua sola identità. “E mostrò loro mani e piedi”, ripete l’evangelista Luca; che paradosso bastardo: il corpo di Gesù era stato donato alle mani dei soldati di Erode e di Pilato – perché ne sancissero autenticità in morte –, il corpo del Risorto è alla mercé di discepoli “sconvolti e pieni di paura”. “Toccate e vedete”: ecco come vuole essere ‘sperimentato’ Cristo (“con ogni piena consapevolezza e percezione spirituale”, dirà lo Pseudo-Macario, valicando l’eresia). E dopo essersi dato in pasto, fa pasto con gli accoliti; il divorato, ora, mangia (Lc 24, 43).

Che clamorosa conversione: Dio, nel Primo Patto, si presenta per rovi ardenti, colonne di fumo, turbini, nell’alfabeto pietrificato in norme di una voce che turba. Dio ferisce (“apre ferita su ferita/ mi assale come un guerriero”, dice Giobbe) e agisce secondo una sequela di piaghe (“Ancora una piaga manderò contro il faraone e l’Egitto”, Es 11, 1); ora, Dio è il ferito, un crocevia di feritoie, è il piagato. Dio si è fatto carne, è risorto in carne, e vuole essere investigato: dobbiamo compiere la dissezione di Dio, dobbiamo squartare l’Agnello. Prima era Dio a ‘segnare’, ora è lui il segnato, il segno. E dunque, i Gesù della tradizione nordica, con lo sguardo stupefatto, afflitto, tumulati nel dolore, ricoperti da uno scroscio di sangue, un acquazzone; eppure dalle sante piaghe di Cristo – da percorrere come una via – sgorgano i fiumi del Paradiso, grandina luce, sono il monocolo e il sepolcro, lo studio, la cella, la cerimonia. Con che splendida perizia il Tommaso di Caravaggio scosta la pelle del Risorto, come se lì sotto fosse nascosta una scritta. Il Risorto, vivo per incredulità, non ha consolazione: gli uomini lo sarchiano con gli occhi, lo strappano, anelano all’abbaglio delle ossa, alla lussuria dell’immortalità.

Aguzzini per fragore d’amore, il corpo del Nazareno va penetrato, crocefisso di sospiri, “e pensavo a quei chiodi, di cui avevo sentito dire che avevano conficcato la carne delle sue mani e dei suoi piedi nel legno e desideravo vedere almeno quel poco di carne di Cristo che i chiodi avevano piantato nel legno”, racconta Angela da Foligno a frate Arnaldo. E dunque, “il Cristo mi mostrò la gola e le braccia”. Mani, piedi, gola, braccia: Cristo si spezza, si mostra, risorto, per fette di corpo: il Dio che pretendeva vite in sacrificio ha sacrificato la propria vita, Dio che voleva il pasto si è fatto pasto, noi siamo i cannibali di Dio. Come le antiche bestie mitiche, così, il Risorto va scotennato e disseminato: dalla sua palpebra destra nasce Roma, dalla sinistra Mosca, dal mignolo Costantinopoli, dall’ombelico Gerusalemme; il suo femore è l’Himalaya, la caviglia il Giappone…   The darkness drops again; but now I know/ That twenty centuries of stony sleep/ Were vexed to nightmare by a rocking cradle, canta, lugubre e lucido, William B. Yeats in The Second Coming. Il ferito tornerà a fomentare feritoie; intanto scuotiamo il suo scalpo, nella danza, come fosse una cometa.  

Alessandro Dehò, prete, eremita, amico, continua a dettare il Nuovo Vocabolario del Sacro. Come sempre, andiamo a tentoni.

***

“Una donna essente con flusso di sangue da dodici anni...” (Mc 5, 25ss.)

Noi siamo ferite, squarci nella pelle, periscopi per il cuore. A eterno rischio d’infezione. Le ferite non semplice accadimento della violenza, non solo segno visibile di mancata integrità, le ferite sono la nostra essenza.

Le cicatrici sono lapidi dei nostri slanci di vita. Murano un passaggio ma non assorbono più nel mistero della perdizione. Dalle ferite, e solo dalle ferite entra la morte insieme al respiro, purulente, insaziabile, mantengono una circolarità. Questo non volevo ammettere mentre camminavo verso di lui.

Noi siamo ferite in esodo antico e sempre nuovo, scaglioniamo la terra, siamo il non angelico impresso a fuoco, siamo emorragia estrema, aratura e spremitura.

Perdiamo i ricordi, gli amori dissanguiamo, per questo la vita è bene prezioso. Ciò che si trattiene imputridisce. La terra ad assorbire il nostro sangue, e quasi mai, una fioritura di speranza.

Ma poi lo sappiamo il profumo del sangue è dolce e ci affezioniamo. Semente di possibilità. Arsa è la natura senza flusso.

Io ero donna già risvegliata a me stessa, domanda inquieta che non osa più neppure chiedersi i perché, ognuno su questa terra si dissangua per camminare, evidenza occultata.

Taciamo per pudore o vigliaccheria. Per amare, per cercare di non rendere vana l’apparizione abbiamo sola da dissanguarci.

Io sono donna, flusso di sangue, e non lo nego.    

*

“…molto avendo sofferto da molti medici…”

Solo la ferita abilita a una verità affilata ed estrema. Eccola la nostra vita, Cristo non mi vedi?, eccola la nostra vita in balia di un’eterna promessa di guarigione che non verrà, che non ci serve.

Siamo nati per dissanguare in interrogativi. I nostri amori più cari si nutrono dalle nostre arterie e le vene ce le apriamo noi, e solo per macchiare croste che osiamo pensare artistiche.

Il sangue spinge ad ogni passo, le tempie pulsano, solo il corpo si ostina a contenere, fino allo sfinimento ultimo, tradimento dell’Infinito, è il corpo il limite, la resistenza che ci impedisce di esplodere in emorragie potenti come esplosioni stellari.

Si soffre la vita. Si soffre il contenimento del sangue, si soffre quando tutto viene misurato. Se mi immetto nella scia dei sani è per infettarli, Cristo capisci che anche tu dovrai schizzare sangue dal legno per essere credibile? Non è forse questo il tempo di dire che siamo fiumi emorragici?

*

“…e avendo speso di lei cose tutte e niente avendo giovando ma più in peggio essendo andata…”

Ferita è la scia di sangue che si è portata via tutto di me, un giorno alla volta, inesorabili sono le ferite e io ti giuro, Cristo ti giuro, che l’ho curata. Lasciandola aperta, non cedendo mai alla tentazione di credere. Di cedere. Di essere fatta per contenere qualcosa che fosse simile alla felicità. Io sono l’unica povera, se hai coraggio devi riconoscere. Confessa che fino a quando non sarai ferito a morte potranno ancora chiamarti Maestro e illudersi, perfino che la vita abbia senso, qui, ora.

Invece esistere è un delirio sanguinante, una tagliola azzannata al cuore. Sanguino, e non voglio che l’emorragia smetta di essere il mio nome. Emorroissa, questa basta, e basterà.

Peggiora dicono, ed è un bel pugno alla bocca dello stomaco, peggiora, sentenziano i medici di ogni disciplina, ma mostrare al mondo che ci si aggrava, di male in peggio, incancrenirsi nell’illusione di potersi salvare, rendere asettico il nostro cammino non è per niente una sconfitta.

Stai peggiorando le cose anche tu, Cristo dimmi che almeno questo lo senti, la vita di chi ti incontra è destinata a sfiorire in disillusioni. Azzanni i nostri giorni, siamo preda di un delirio. Ogni tua parola è un morso, come faranno a farsi credere i tuoi preti sorridenti? Come potranno credere di essere seduttivi? Come venderanno vite migliori? I tuoi passi masticano e strappano, le vene affiorano. Sei un avvoltoio. Lo fai per amore.

*

“Avendo udito di Gesù, essendo venuta tra la folla da dietro toccò il mantello di lui…”

Ferita è ogni cosa che mi impedisce di essere folla, se fingessi di non perdere sangue finirei nell’anonimato dei tuoi santi, invece oso sanguinare in mezzo alla gente, impura e bellissima, lascio dietro di me ciò che loro vogliono dimenticare. Ferita è la vita che non si lascia falsificare.

Il mio sangue chiama il loro, la pelle è tesa, basterebbe un taglio da poco per finire in un vortice.  Le tue parole sono spade e loro fingono di comprenderle. Basterebbe niente, saremmo stimmate di verità, invece fingono e io provo a strapparti il mantello. Come a preparati per quel che sarà. Lacerato messia. Non sei un re, sei solo un Dio ferito, Cristo perché aspetti così tanto a rivelarti? Hai bisogno che questi tuoi amici capiscano? Stai fingendo per abilitarli alla fuga? Io ti sfioro il mantello, è solo un attimo, è rosso sangue e noi ci capiamo.

*

“Qualora tocchi almeno il mantello di lui sarò salvata…”

Io non volevo guarire capisci? Io non volevo cicatrizzarmi, io volevo versare ai tuoi piedi il rosso calice del mio quasi niente. Poche gocce. Come una domanda, una preghiera, come una provocazione. Volevo salvarmi versando l’ultima goccia per te. Volevo mostrarti come finiremo tutti, come finirai tu. Preziosissimo sangue, sacro cuore macellato, viscere disperse sul Cranio. Volevo solo comprendere se tu potevi comprendere me o se eri come tutti gli altri. Io non ero venuta per guarire ma per salvarmi. E solo io e te avremmo potuto capire.

*

“E subito si prosciugò la fonte del sangue di lei e conobbe nel corpo che era guarita dal flagello”

Prosciugata, da te, io non ero più niente, mi avevi annientato il nome. Mi facevi sparire, mi rendevi folla, non avrei più avuto risposte. Non andare a ridare la figlia a Giairo, tanto morirà ancora, perché raddoppiargli il dolore? Non chiudere la mia ferita, perché lasciare tutta questa gente ancora nell’illusione? Perché non mi ascolti? Perché non sprofondare noi, trafitti da una lama, oltrepassati da una spada, perché non consegnarci alla terra, una pozza di sangue e il terreno che assorbe e il cielo a rimanere muto? Non è ancora il tempo di crocifiggerci? Ma se nasciamo già inchiodati e condannati?

Io ho paura di non riuscire a seguirti fino al monte, io ho paura di non reggere un Dio che morirà della mia stessa pena.

La mia ferita si prosciuga, ma ogni ferita presidia lo spazio del piacere e del generare. Quella ferita chiusa mi preclude l’istinto per la sopravvivenza. Non ci si dissangua forse solo per farsi possedere o per mettere al mondo? Io sono la verità Cristo, urliamola insieme, spezziamo ogni falsità, mandiamo in frantumi le false idee sull’amore. Non suturare la mia fame di te, non impedire alla terra di essere nutrita dalle mie arterie, piuttosto salvami, se riesci.

E invece tu mi prosciughi e mi rubi il nome. Non più Emorroissa, io divento nulla. La ferita è la nostra identità più intima. Mi costringi a recitare. O a camminare verso la tua e nostra passione. A fingere guarigioni che tu sai essere solo transitorie. Io nel mio intimo ancora la sento la vita che mi dissangua. Dopo averti toccato il mantello.

*

“E subito Gesù avendo conosciuto in se stesso la di lui potenza essente uscita essendosi voltato tra la folla diceva: chi mi ha toccato i mantelli?”

 Ci siamo riconosciuti, tu hai sentito che qualcuno aveva già capito. Ero io. Duri i tuoi occhi, come da innamorato scoperto, come da amante tradito prima d’essersi rivelato. Ancora forse non l’avevi capito d’essere così tanto impastato di noi. Il gelo mi prese, mi sentii una bambina, avrei voluto essere umiliata. Avevo agito d’impulso, ora avrei voluto sparire.

Tu eri me e molto più di me. Chi ero io per svelare che il divino sanguina? Chi ero per essere ciò che tu ancora stavi cercando di capire? Mi hai ricollocato nel deserto. O forse ti stavo regalando il mio nome. La mia vita. Come si fa con l’amore. Tu diventavi il mio nome. Io prosciugavo perché tu potessi avere il coraggio di dissanguarti fino in fondo. Emorroissa d’amore nell’orto degli ulivi e albero promettente in un pomeriggio di tenebra. Mi avevi rubato il mio nome.

*

“La allora donna timorosa e tremante sapendo ciò che era accaduto a lei venne e si gettò davanti a lui e disse a lui tutta la verità”

I tuoi amici non potevano capire. Integri e perfetti come sacerdoti. Io e te invece abitavamo ormai la sessa ferita. Dal sangue versato emerge tutta la verità, per questo fa paura la ferita. Perché svela. Senza ferita ogni parola è solo una falsificazione, ogni bacio un tradimento, ogni promessa una trappola. La ferita e il suo sangue non vanno cicatrizzate mai, devono restare, a costo della morte, per dire tutta la verità. Io ero scippata perfino del mio nome, solo donna rimanevo, ma potevo essere tutta la verità. Non mi avevi guarita Cristo, mi avevi trafitta, io ora era finalmente la verità tutta intera, niente in me rimaneva di non ferito. Salvata.

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