500 nomine possono bastare

Gli equilibri di governo appaiono incerti, ma l’interesse ad avere una rete di funzionari ascrivibili alla propria area d’influenza potrebbe aiutare gli attuali partiti di maggioranza a trovare una quadra (dunque un eventuale Conte ter, o persino un governo senza Conte con gli stessi partiti che lo appoggiano): in questo 2021 si libereranno incarichi di primissimo piano nelle principali partecipate statali, tra cui Cdp, Eni e Saipem.
Gli equilibri di governo appaiono incerti, ma l’interesse ad avere una rete di funzionari ascrivibili alla propria area d’influenza potrebbe aiutare gli attuali partiti di maggioranza a trovare una quadra (dunque un eventuale Conte ter, o persino un governo senza Conte con gli stessi partiti che lo appoggiano): in questo 2021 si libereranno incarichi di primissimo piano nelle principali partecipate statali, tra cui Cdp, Eni e Saipem.

Non è solo il suo ipotetico partito “Insieme”, tantomeno poltrone nei vari ministeri. Giuseppe Conte ha ancora una carta da giocare per ricompensare nuovi e vecchi alleati. Il Parlamento è l’albero che nasconde una foresta di circa 500 posti che, in questo 2021, si libereranno nelle varie partecipate statali. Cassa depositi e prestiti (Cdp), Rai, la compagnia dell’estrazione petrolifera Saipem, la società del trasporto pubblico locale Busitalia, l’immobiliare pubblica Invimit e la società del settore informatico Sogei sono solo alcuni dei nomi che formano la ricca dote in mano al governo. Gli attori che muovono le fila del gioco nei Cinque Stelle sono il sottosegretario di Stato, Riccardo Fraccaro, coadiuvato dal suo consigliere per le materie economiche Antonio Rizzo, Luigi Di Maio e – con un ruolo ridimensionato rispetto al Conte I – Stefano Buffagni. 

In una diretta Facebook dello scorso aprile, l’europarlamentare (ex M5S), Piernicola Pedicini, sulle nomine, aveva detto: “Non abbiamo persone da proporre in alternativa agli altri. Il che dimostra una nostra incapacità di selezionare una nostra classe dirigente”. Pedicini lamentava la mancanza di manager di primo piano direttamente riconducibili al movimento che, a causa di un vuoto dirigenziale, doveva di volta in volta appoggiarsi a personalità appartenenti all’area dem o comunque a manager di lunga data non proprio in linea con i dettami grillini. Pedicini cita, ad esempio, la riconferma di Claudio De Scalzi come amministratore delegato di Eni. Il destino di quest’ultimo è legato all’esito del processo sulla presunta tangente da oltre 1 miliardo che Eni e Shell avrebbero pagato per l’acquisto del maxi-giacimento petrolifero OPL245 in Nigeria. De Scalzi è inviso da varie esponenti del Movimento (area Di Battista) e dal leader Grillo che, in seguito allo scandalo nigeriano, definì la società: “Un sistema corruttivo che depreda, impoverisce e distrugge attraverso le tangenti”. Se De Scalzi non dovesse essere condannato, rimane comunque aperta l’inchiesta sugli affari della moglie in Nigeria, altro tasto dolente per il manager. Secondo alcune indiscrezioni, in caso di condanna, potrebbe essere rimpiazzato da Marco Alverà, attuale amministratore delegato di Snam (società di infrastrutture energetiche). Alverà, oltre essere figlio d’arte- il padre Alvise, fu socio dell’ex ad dell’Eni Paolo Scaroni– prima di approdare a Snam, ha ricoperto per 12 anni vari incarichi manageriali per il cane a sei zampe. Insomma una garanzia di continuità per la società e per i suoi interessi. 

Altro nome diventato incerto è quello di Alessandro Profumo, attuale amministratore delegato di Leonardo, terza azienda più grande d’Europa nel settore della difesa. Profumo è stato condannato dal Tribunale di Milano a sei anni di reclusione per i reati di aggiotaggio e false comunicazioni in relazione ai derivati Alexandria e Santorini stipulati dalla banca senese con Nomura e Deutsche Bank. Al suo posto, secondo L’Espresso, potrebbero subentrare: “Lorenzo Mariani, trasferito a Mbda, il consorzio europeo delle armi o Giuseppe Giordo, responsabile della divisione navi militari di Fincantieri”. Altro nome papabile, sempre secondo L’Espresso, è quello del commissario per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, uomo gradito a Giuseppe Conte, al quale il premier avrebbe promesso il posto di Profumo, oppure la Cassa di Palermo. Il M5S già ad Aprile aveva iniziato a creare una propria area d’influenza, piazzando nel Cda di Leonardo un ex compagno di classe di Luigi Di Maio, Carmine America, che potrebbe rappresentare per questo un referente importante sulle future nomine in seno alla società. Insomma mettere le mani su Leonardo è ambizione di molti, e il motivo è da rintracciare nel ruolo delicato che l’azienda ricopre nel settore militare. In una intervista su Libero, Profumo aveva dichiarato: “All’estero se l’ Italia siede a certi tavoli è anche perché, con Leonardo, presidia posizioni strategiche di grande rilevanza. Siamo un importante strumento della politica internazionale di questo Paese e un importante punto di forza dell’Italia per operare come sistema con gli altri Stati”. 

Un’altra poltrona di prestigio è quella di ad di Cassa Depositi e Prestiti, un vero e proprio gioiello, che detiene le quote delle più importanti partecipate statali: Eni, Snam, Italgas, Terna, Poste e altre società minori. L’attuale ad, Fabrizio Palermo, potrebbe essere riconfermato oppure spostato a dirigere Leonardo. Francesco Bonazzi, su Panorama, descrive Palermo come un uomo trasversalmente ben visto, infatti, secondo il giornalista: “Avere l’appoggio di tutto l’arco costituzionale è una di quelle fortune che toccano a pochi personaggi. Nella primavera 2018, la promozione di Palermo da direttore finanziario ad amministratore delegato di Cdp è avvenuta sotto il segno del Movimento 5 Stelle, anche se in effetti, una simpatia politica bisognava trovarla anche a Palermo, non era certo grillina, ma per il Partito democratico”. Sicuramente dem e M5S finiranno per giungere ad un accordo. Insomma se la politica è l’arte del compromesso, le nomine ne sono la prassi più in voga. Equilibri di potere che si ottengono cedendo un ruolo di amministratore delegato in cambio di una presidenza e vice versa. Un esempio lampante è la scelta dei vertici di Trenitalia e Rfi (Rete ferroviaria italiana). A Trenitalia i pentastellati hanno indicato come ad Luigi Corradi, mentre il PD ha scelto come presidente l’ex deputato Michele Pompeo Meta, uomo molto vicino a Zingaretti, in quanto fu assessore della Regione Lazio e capo della segreteria di quest’ultimo. In Rfi, invece, il PD ha piazzato come ad Vera Fiorani, mentre i pentastellati hanno ottenuto la presidenza con Anna Masuti

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— L’Intellettuale Dissidente (@IntDissidente) January 15, 2021

Le nomine sono aperte anche per Busitalia, partecipata del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane. La società, con sede a Firenze, sembrerebbe essere sotto la sfera di influenza renziana, perciò, si dice che Iv vorrà avere voce in capitolo sui futuri dirigenti. Attualmente undici manager della società sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Parma, con varie accuse: turbativa d’asta, corruzione fra privati, falso ideologico e materiale, rivelazione di documenti segreti. Tra gli imputati figura anche l’attuale ad, Stefano Rossi, e il direttore strategie, sviluppo mercati e commerciale, Daniele Diaz, con l’accusa di corruzione tra privati e rivelazione di documenti segreti. Sempre secondo L’Espresso, uno dei candidati di Iv potrebbe essere l’ex parlamentare Giovanni Palladino, che passò al Pd proprio negli anni di guida renziana; mentre i Cinque Stelle, su consiglio del sottosegretario Castelli, vorrebbero nominare Gaetano Stramentinoli, ex Guardia di Finanza e attuale strategic risk manager presso il gruppo Ferrovie dello Stato. 

Incerto è anche il futuro di Viale Mazzini. Dopo tre anni scadrà il mandato dell’ad della Rai Fabrizio Salini. Nominato dal governo M5s-Lega, Salini ha ricoperto vari ruoli negli anni, tra i quali: curatore di una edizione della Leopolda, direttore di La7 e di Sky Italia. Salini è inviso ai dem, contro di lui si è scagliata la portavoce della Conferenza delle donne democratiche Cecilia D’Elia, per la nomina alla direzione di pubblica utilità di Giuseppe Sangiovanni, in quanto “toccato dalla cosiddetta vicenda Vallettopoli”. Le critiche verso Salini sono giunte anche dal M5s dopo l’esclusione di Nicola Morra dalla trasmissione Titolo V di Rai 3. Inoltre, dopo l’approvazione del budget per il 2021, che prevede una “razionalizzazione dei costi operativi per circa 70 milioni di euro”- 57 al netto delle entrate- anche il rapporto con i sindacati si è fatto più ostico.  Salini ha ormai vita breve e Nicola Zingaretti non sembrerebbe essere intenzionato a prolungarla. Il segretario del Pd ha parlato della necessità di trovare: “Un amministratore delegato esterno, un uomo di alto profilo”, facendo intendere di volere proporre un suo candidato, alternativo anche a quello di Dario Franceschini, che vorrebbe la promozione di un interno, come l’attuale direttore generale, Alberto Matassino. Il destino del governo è sempre più incerto, ma l’interesse ad avere una rete di funzionari ascrivibili alla propria area d’influenza, potrebbe rimetterli insieme. Questo è il non detto del “Conte ter”.


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